(di DANIELA SESSA)
Quando è accaduto che Elvira Seminara allentasse la mano di Calvino e afferrasse quella di Bruce Chatwin? Magari non è mai accaduto: tarocchi e mappe in fondo sono sempre mezzi per ordinare il caos del mondo, di fare del segno il senso. Tracciaremappe per Chatwin, quello di Le vie dei Canti afferrato da Elvira Seminara, significa pedinare un nomadismo geografico, esistenziale, poetico. «La terra esiste se la puoi cantare» scrive Chatwin, ed Elvira Seminara nel suo ultimo romanzo Lunario dei giorni insonni prende alla lettera le parole dello scrittore americano. Canta.
Canta di Iris e del suo chiudersi nella notte, del suo dribblare il rumore di fondo dell’umanità (è Calvino ed è pure l’acufene), del suo abitare creature incerte tra reale e spettrale, del suo cercare di colmare il vuoto dell’amore e ancora compensare lo spazio fisico con lo spazio mentale, la casa con l’alloggio, il calendario con il lunario. Un nomadismo dell’anima porta Iris ad abitare case di altri, insieme all’amico Jacopo nel tentativo, barcollante per entrambi, di ricucire gli orli slabbrati della vita. Iris stessa sembra un lunario: ha un corpo nella notte, quando il sonno non arriva e lei s’immerge nel silenzio e incontra creature o ombre – portatori di un’allegoria esistenziale, come la ragazza degli altarini – con cui accenna una socialità, destinata a restare al di qua del buio; e ha un corpo diurno che agisce: lavora per un’azienda di coaching online, rassetta la casa, osserva. Canta. Lei non lo sa, di cantare. Anzi, se lo sapesse magari investirebbe Elvira Seminara con una delle sue frasi pungenti, perché Iris ha il dono spietato dell’ironia. Non lo sa perché non è intorno a lei che è costruito il lunario. Lei è solo un distrattore. Il lunario ruota intorno alle parole. Non c’è rigo, frase, espressione che non si libri in volo dal personaggio che l’ha detta per posarsi sulla pagina, completamente libera di farsi afferrare dal lettore. Afferrare, ancora. Perché Lunario dei giorni insonni è una trappola di seduzione letteraria. A un certo punto, la trama non conta: conta il modo di raccontare. Non è un esercizio di stile Lunario dei giorni insonni, anzi. È un libro mondo in cui tutto il nostro tempo è sì intrappolato (ambiente, pericoli dell’Intelligenza Artificiale, difficoltà delle relazioni, solitudine, indifferenza, bisogno di cura, i propri bagagli letterari), ma ricreato attraverso un linguaggio che opta per lo spostamento di senso. «Jacopo dice che sono un’infomane, anche se la prima volta avevo sentito ninfomane», «Non so se ha detto sangue, forse ha detto fango, ma è lo stesso», le stelle «poltiglia astrale», «la nidiata di Io», «Le cose mostrano i nostri gesti, devote come una sindone a quell’attimo finale».
Impalpabile: se c’è un aggettivo che possa sintetizzare l’operazione linguistica di Elvira Seminara è proprio impalpabile. Antitesi: se c’è uno stratagemma retorico per dar conto, sin dal titolo, di duecentosette pagine di stupore è proprio antitesi. Metamorfosi: se c’è un tema che ricorre nell’esile storia di questa eroina dell’insonnia è metamorfosi. L’evanescenza della forma, dunque. Iris è Ariel quando vuole prendersi la leggerezza, Ida è Aida (personaggio dolente e dolcissimo), il gatto è… Chi è il gatto? Cosa è questa presenza assenza che lascia impronte nella casa? Per definirlo basta solo la naturale acutezza della sua vista nella notte? O è una delle tante creature totemiche che traghettano Iris fuori dall’infinito settembre, il mese dello ‘sbilico’ tra il trionfo del sole e la rossa malinconia del cielo, e fuori dal condominio in cui si è rinchiusa? “Ignoto marinaio” è il nome del complesso di tredici villette in cui si ambienta la storia, un non luogo che sarebbe piaciuto tanto a Marquez ma di più a Vincenzo Consolo, che di questo romanzo è il mentore discreto. Consolo offre a Iris l’enigmatico sorriso del suo marinaio, il sorriso con cui scrisse «si difende dal dolore della conoscenza». Soprattutto Consolo dà a Seminara la risacralizzazione della lingua della narrativa. In questo la scrittrice ha abituato i suoi lettori, che dalla necessaria trappola delle sue storie escono sempre sorridenti e spiazzati. Qui c’è di più, un compimento dell’ispirazione che fa di Lunario dei giorni insonni il più maturo dei suoi libri, così denso di richiami intertestuali da sfidare il recensore. Che poi è quello che rende un libro prezioso, perché impone di tornare indietro per rileggere un passaggio, nel timore di aver dimenticato una fetta di mondo ritmata dalla scrittrice. Infatti, un nodo resta da provare a sciogliere. Alert. Alert è l’insediamento umano più piccolo al mondo (circa 10 abitanti) ai confini con il Canada e distante 817 Km dal Polo Nord: per otto mesi l’anno non cala la notte. Per sciogliere il nodo, occorre arrivare alla fine del libro, fermo restando di poter resistere a tanto giorno e a così poca insonnia. Intanto, Iris e gli altri hanno superato settembre e ad Alert fino a febbraio è notte.
