(di GIUSEPPE D’ANGELO)
Pubblicato nel maggio del 2025 da La Nave di Teseo, In difesa dell’umano. Pasolini tra passione e ideologia si presenta sin dalle prime pagine come un contributo di primo piano nel panorama degli studi pasoliniani, e soprattutto come l’esito più recente del lavoro critico che Paolo Desogus conduce da anni. Il libro si colloca infatti entro un percorso di lunga durata, già segnato da due monografie – Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema (2018) e La confusion des langues. La question du style dans l’œuvre de Pier Paolo Pasolini (2018) – e ulteriormente consolidato dalla curatela a Il Gramsci di Pasolini. Lingua, letteratura e ideologia (2022) e a Nel segno della contraddizione. Pasolini e Fortini due poeti del Novecento (2025), realizzati con il patrocinio del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia. È dentro questa costellazione, dunque, che Desogus dispone la propria proposta interpretativa e ne chiarisce il senso complessivo in In difesa dell’umano.
Tra i molteplici spunti di riflessione che il volume offre, sembra opportuno mettere in evidenza quelli che si impongono come i più rilevanti e che costituiscono il contributo principale del libro agli studi pasoliniani: la capacità di rendere leggibile l’intrico di confronti teorici e di linee d’influenza che hanno concorso a formare la figura intellettuale di Pasolini. Desogus individua e attraversa tre snodi – l’eredità gramsciana, il dialogo con l’antropologia di Ernesto de Martino e il rapporto, spesso teso ma sempre intellettualmente fecondo, con Franco Fortini – facendone gli assi portanti della formazione e della coscienza critica pasoliniana.
Uno dei pregi più evidenti del lavoro risiede proprio nella scelta metodologica di Desogus: ricondurre Pasolini alla complessità del suo contesto storico, politico e ideologico mediante un’indagine sostenuta da rigore documentario e consapevolezza storiografica. In tal senso, Desogus si colloca nella linea di studi che, soprattutto nell’ultimo decennio, hanno reagito sia alle semplificazioni mediatiche sia alle appropriazioni ideologiche, restituendo densità a un autore spesso irrigidito in pose oleografiche. L’obiettivo dichiarato dall’autore è proporre una lettura complessiva e coerente dell’intera parabola creativa e teorica pasoliniana a partire da quella contraddittorietà costitutiva – la “ragione impura” – che ne alimenta la forza concettuale. In questo orizzonte, la messa a fuoco del ruolo di Gramsci, de Martino e Fortini, come Desogus la costruisce e la verifica nel corso del volume, appare una delle acquisizioni più significative del suo lavoro.
L’impianto metodologico viene definito con particolare chiarezza da Desogus, che rifiuta di trattare l’“incoerenza” pasoliniana come un difetto: la assume invece come cifra essenziale di un pensiero capace di essere, secondo le parole dello stesso Pasolini in un’intervista del 1972 a Sergio Arecco, «ora dialettico ora addirittura antidialettico». Desogus interpreta questa oscillazione non come capriccio, ma come segno della compresenza – talora vertiginosa – di istanze marxiste e pulsioni vitalistiche, di lucidità analitica e immersione sensibile nel reale. Ne deriva, nella sua argomentazione, un esito decisivo: superare l’immagine, tanto diffusa quanto fragile, di un Pasolini estraneo alla speculazione filosofica. Lo studioso ricorda infatti la formazione universitaria dell’autore e la sua iscrizione a Filosofia a Bologna dopo la laurea in Lettere, con Felice Battaglia come relatore: un dato che indebolisce l’idea secondo cui la contraddizione pasoliniana sarebbe effetto di insufficiente strumentazione concettuale. Al contrario, l’autore mostra come la razionalità di Pasolini sia deliberatamente calata nell’esperienza concreta, nell’«imperterrito esercizio della ragione» evocato nelle Lettere luterane, in opposizione a una “ragion pura” che, nelle sue astrazioni, rischia di covare la “ragione strumentale” tipica della società industriale.
Assunta come criterio, la contraddizione consente a Desogus di rileggere non solo la poesia, ma anche la narrativa e gli interventi civili degli anni Settanta – dagli Scritti corsari alle Lettere luterane – mostrando come essa operi da metodo conoscitivo. Reprimere il lato irrazionale dell’esperienza significherebbe, per Pasolini, consegnarsi alla razionalità strumentale identificata con la modernità capitalistica; e Salò o le 120 giornate di Sodoma diventa, in questa prospettiva, l’allegoria estrema di tale esito. Il confronto con alcune letture critiche – su tutte quella di Mengaldo e Segre – serve a precisare ulteriormente la posizione dell’autore: Desogus, infatti, si colloca consapevolmente altrove rispetto a chi ha visto nella mancata conciliazione un limite, perché ne fa invece una condizione generativa. La dialettica, radicalizzata in senso tragico-politico, non produce sintesi: si spezza, disseminandosi in scarti refrattari alla logica. Da questa tensione irrisolta – tra pulsione individuale e determinazioni storico-sociali – l’autore fa derivare lo sperimentalismo pasoliniano, che non può essere ridotto a gioco immaginativo: esso emerge come effetto del conflitto tra libertà e necessità.
Da qui la nozione di “ragione impura”, ragione inseparabile da passioni, crisi, residui che un marxismo ortodosso avrebbe confinato tra i prerazionali. Desogus insiste sul fatto che la scrittura diventa il luogo in cui vita e storia, singolarità e universalità, sensibilità e coscienza si intrecciano senza pacificazione. Anche la ricostruzione della produzione giovanile – dalle prove di Atti impuri e Amado mio fino alle letture di Proust e Kierkegaard – concorre, nel percorso argomentativo del volume, a collocare la contraddizione entro una costellazione esistenzialista destinata a riemergere nella stagione lirica degli anni Cinquanta.
Desogus individua prima degli anni Cinquanta il momento in cui Antonio Gramsci diviene una delle matrici decisive della coscienza pasoliniana. La sua presenza attraversa poesia, narrativa, riflessione linguistica e cinema come forma di quella che l’autore definisce un’«ostinata fedeltà». Contro letture che confinano l’interesse per Gramsci a una fase tarda, Desogus ricostruisce il contesto friulano del 1947-1949, segnato dalla militanza nel PCI e dalla circolazione dei primi materiali gramsciani. Più che accertare una lettura sistematica dei Quaderni, il punto è comprendere quale Gramsci fosse allora accessibile: soprattutto il dirigente antifascista e la figura politica veicolata dalla cultura di partito. In questa fase Pasolini interiorizza nuclei centrali del gramscismo, come l’attenzione alle culture subalterne, l’idea di “nuova cultura” e il ripensamento del rapporto tra intellettuale e popolo. In tale cornice Desogus attribuisce rilievo alla categoria del “regresso”, decisiva negli anni friulani, come dispositivo attraverso cui Pasolini tenta di immettere la propria voce poetica in quella collettiva dei contadini. Il critico vi riconosce un nesso con la “connessione sentimentale” gramsciana: la comprensione del subalterno deve tenere insieme sentire e capire, evitando tanto il paternalismo quanto l’immedesimazione ingenua. Questo equilibrio si traduce formalmente, nella fase romana, nel discorso indiretto libero di Ragazzi di vita e Una vita violenta. Il punto culminante di tale traiettoria è Le ceneri di Gramsci, interpretato come dramma della fedeltà polemica: il celebre «con te e contro te» esprime una lealtà che assume la forma della contraddizione, misurandosi con ciò che eccede la linearità marxista. Su questo sfondo Desogus rilegge anche la polemica di Asor Rosa in Scrittori e popolo, mostrando come l’accusa di populismo semplifichi il dispositivo gramsciano di Pasolini. Il nazionale-popolare, nella sua interpretazione, non coincide né con sentimentalismo né con allineamento al PCI, ma designa un processo attraverso cui il sentire popolare può farsi cultura attiva. Il discorso indiretto libero diventa così una forma letteraria del nazionale-popolare, capace di dare voce alle classi subalterne senza neutralizzarne le tensioni.
Accanto alla linea gramsciana, In difesa dell’umano sviluppa un’ampia indagine sul dialogo con Ernesto de Martino. Desogus prende avvio dalla nozione pasoliniana di «infelice antitesi» per ricostruirne le divergenze di impianto teorico: se per de Martino le culture subalterne offrono dispositivi rituali di reintegrazione della crisi, per Pasolini esse custodiscono un residuo espressivo irriducibile, spesso corporeo e doloroso, che sfugge a ogni teleologia. Tale divergenza emerge nell’analisi del Pianto della scavatrice, dove il lamento arcaico è riattraversato in chiave laica e moderna per registrare un mutamento ambivalente, in cui liberazione e sradicamento procedono insieme sotto la pressione del capitalismo industriale. Un punto di parziale ricomposizione viene individuato da Desogus nel personaggio di Emilia in Teorema. Attraverso la “soggettiva libera indiretta”, Pasolini costruisce una figura popolare capace di empatia e “connessione sentimentale”, ma al tempo stesso ne sottolinea l’anacronismo: una forma di salvezza arcaica, ormai marginale, guardata con ironica distanza.
Il terzo asse del volume è il confronto con Franco Fortini, interpretato da Desogus come dialogo polemico interno a un orizzonte di ricerca poetica e di lotta politica sostanzialmente condiviso. Fortini ricorre alla figura retorica della sineciosi come strumento descrittivo della poesia di Pasolini, utilizzandola per nominare la compresenza strutturale di elementi contrari all’interno di uno stesso soggetto poetico e assumendola come chiave interpretativa capace di attraversarne l’intera produzione. Se per Fortini essa finisce per registrare un’“antitesi senza dialettica”, Desogus mostra come Pasolini ne faccia invece la forma possibile di una razionalità non totalizzante, praticabile in un’epoca in cui la sintesi storica appare compromessa. In molti componimenti di Trasumanar e organizzar, la sineciosi diventa lo strumento per dire lo stato oggettivo del mondo contemporaneo, segnato dalla manipolazione capitalistica e dalla scissione antropologica.
Nel complesso, In difesa dell’umano restituisce un Pasolini attraversato da una tensione dialettica incessante, che non chiede di essere risolta ma compresa nella sua funzione generativa. La complessità dell’opera pasoliniana non viene ricondotta a un sistema coerente né liquidata come oscillazione irrazionale, ma interpretata come il risultato di un lavoro continuo sulla contraddizione, assunta come forma stessa del pensiero. Il contributo specifico di Desogus risiede proprio nella capacità di rimettere ordine senza pacificare. Le linee di confronto con Gramsci, de Martino e Fortini non funzionano come genealogie rassicuranti né come principi unificanti, ma come campi di forze dinamici, spesso conflittuali, che plasmano tanto il pensiero quanto le soluzioni formali di Pasolini. Particolarmente rilevante è l’attenzione alle forme, intese non come semplici esiti estetici, ma come luoghi di condensazione teorica. “Dispositivi” come il discorso indiretto libero, la soggettiva libera indiretta o la sineciosi vengono letti come risposte storicamente determinate a un’esperienza del reale segnata dall’impossibilità della sintesi. In tal modo, Desogus mostra come l’elaborazione formale pasoliniana non sia separabile dalla diagnosi della modernità capitalistica e dalla percezione di una crisi dell’umano che investe insieme linguaggio, arte, politica e antropologia. In difesa dell’umano rilancia così gli studi pasoliniani su un terreno, in cui le contraddizioni non vengono sciolte né celebrate, ma interrogate come condizioni di possibilità del pensiero stesso. È in questa scelta metodologica, oltre che nell’ampiezza e nel rigore dell’analisi, che si misura il valore del libro di Desogus.
