Gen 07

Recensione – “«Comporre, scomporre, ricomporre». Uno studio sulla poesia di Bartolo Cattafi” di Alba Castello

(di GIUSEPPE D’ANGELO)

Il volume di Alba Castello, «Comporre, scomporre, ricomporre». Uno studio sulla poesia di Bartolo Cattafi, si colloca a pieno titolo nel rinnovato interesse critico per l’opera cattafiana che, dai primi anni Duemila, ha via via sottratto il poeta messinese a una lunga stagione di silenzio editoriale e critico. Il libro prende forma in una congiuntura particolarmente fertile per gli studi su Cattafi: l’uscita di Tutte le poesie (2019), a cura di Diego Bertelli, ha restituito finalmente ai lettori un corpus testuale affidabile; a questa si sono aggiunti nel 2023 il convegno di studi tenutosi a Messina e il premio intestato al poeta. Castello si inserisce in questa stagione di “ritorno” critico, ma rifugge con decisione sia l’atto meramente celebrativo sia, all’opposto, una revisione radicale delle coordinate ermeneutiche ormai consolidate. La sua ricerca procede piuttosto per scavo: isola una stagione cruciale della produzione cattafiana – quella tra anni Cinquanta e Sessanta, culminante nella raccolta L’osso, l’anima (1964) riproposta a cura di Bertelli nel 2022 – e la sottopone a una duplice interrogazione, tematica e filologica, capace di coniugare l’analisi dei principali nuclei tematici con l’esplorazione dell’officina scrittoria. Proprio questo equilibrio, preservato lungo l’intero volume, costituisce uno dei meriti maggiori del lavoro.

Il libro si apre con una scelta metodologica netta, che potremmo definire di “fedeltà all’autore”: la poesia di Cattafi è letta a partire dal suo dichiarato intreccio con l’esperienza biografica, senza che ciò implichi alcuna riduzione ingenuamente referenziale del testo poetico. A partire dalla celebre affermazione cattafiana – «La storia dei miei versi non può che coincidere con la mia storia umana» – Castello mostra piena consapevolezza delle ambiguità del rapporto tra vita e scrittura e si iscrive in una linea critica che, da Giovanni Raboni a Raoul Bruni, ha insistito sulla necessità di intendere Cattafi come un poeta insieme intensamente autobiografico e radicalmente antinarrativo.

In tale prospettiva, il volume della studiosa contribuisce in modo sostanziale a precisare la collocazione di Cattafi nel panorama del secondo Novecento, rilanciando la nozione di “eccentricità” non come sinonimo di marginalità, ma come cifra strutturale di una poesia refrattaria alle grandi partizioni generazionali e alle poetiche egemoni. Castello ricostruisce con accuratezza la complessa rete di consonanze e scarti che lega Cattafi alla cosiddetta “linea lombarda” e alla “quarta generazione”, evitando con cura tanto l’inclusione coatta quanto l’isolamento perentorio. Ne risulta il profilo di un autore che dialoga intensamente con il proprio tempo, ma secondo modalità oblique, disallineate, talora contraddittorie, coerenti proprio perché non riducibili a un unico paradigma.

Particolarmente persuasiva è, entro questo quadro, la scelta di insistere sulle «topografie esistenziali» (p. 27) come luogo privilegiato d’osservazione della scrittura cattafiana. La dialettica fra Sicilia e Milano è ripensata non come semplice antitesi geografica, bensì come dispositivo conoscitivo e, propriamente, esistenziale. I luoghi, reali o immaginati, non fungono da sfondo neutro: diventano piuttosto strutture portanti del discorso poetico, spazi interiorizzati che concorrono alla costruzione dell’io lirico. Castello evidenzia con finezza come la nozione di “altra isola”, riferita a Milano, permetta di leggere la poesia di Cattafi come una continua negoziazione fra appartenenza e sradicamento, fra radice e movimento.

In questa cornice, l’insistenza sull’irriducibilità di Cattafi a una singola corrente o generazione appare pienamente motivata e rafforza l’idea di una poesia “eccentrica”, nel senso etimologico di una scrittura costantemente fuori da un centro prestabilito. Anche la questione della sua relazione con la “linea lombarda” viene così trattata con misura. Castello riconosce con chiarezza le affinità tematiche e stilistiche che legano Cattafi a quel contesto – l’attenzione alle cose, il rifiuto dell’enfasi lirica, una tensione antimanieristica – ma ne sottolinea al contempo la decisa autonomia. Il poeta messinese appare prossimo a quella “disposizione lombarda” individuata da Luciano Anceschi, senza tuttavia esaurirvisi: la sua scrittura resta attraversata da una vena simbolica, visionaria e talora mitica, che la distingue nettamente dai suoi interlocutori settentrionali. In tal modo, l’autrice evita sia la forzatura canonizzante sia la tentazione opposta di confinare Cattafi in una marginalità assoluta.

Merita una menzione specifica anche il capitolo dedicato all’immaginario vegetale, definito dall’autrice come una «scrittura verde clorofilla» (p. 31). L’attenzione alle figure botaniche e minerali non è ridotta a semplice ricorrenza tematica, ma interpretata come parte integrante di una più ampia riflessione sul rapporto fra essere umano e natura. La studiosa mostra come, nella poesia di Cattafi, il mondo vegetale non assuma mai una funzione puramente ornamentale: diventa piuttosto un luogo di risonanza simbolica, una grammatica alternativa attraverso cui il poeta articola la propria visione del reale. In questa direzione, il dialogo implicito con una lunga tradizione lirica – da Leopardi a Montale – viene riletto in chiave personale, mettendo in risalto l’originalità dello sguardo cattafiano.

È però nell’esplorazione dell’officina poetica cattafiana nella stagione di L’osso, l’anima che lo studio dispiega con maggiore evidenza la propria originalità e il proprio apporto specifico agli studi su Cattafi, spostando l’attenzione dai testi canonizzati a un corpus di materiali laterali, espunti, rimasti a lungo in ombra, ma decisivi per comprendere i processi di formazione dell’opera. La scelta di concentrare l’analisi sulle trentacinque poesie escluse dal progetto finale della silloge del 1964 si rivela metodologicamente molto interessante: Castello affronta questo materiale con una doppia consapevolezza, da un lato l’alto valore poetico dei testi “rifiutati”, dall’altro la loro rilevanza filologica come documenti di un processo di scrittura complesso, stratificato, spesso tortuoso. L’autrice mostra con chiarezza come tali liriche non costituiscano un insieme residuale o periferico, ma risultino pienamente contemporanee ai testi confluiti in L’osso, l’anima, come attestano le datazioni autografe e le annotazioni d’autore. La descrizione del corpus è condotta con grande scrupolo filologico e offre una classificazione puntuale dei documenti che trasmettono le poesie espunte, distinguendo fra manoscritti, dattiloscritti e testimoni a stampa, ricostruendo con precisione la storia redazionale dei singoli componimenti. Questo lavoro preliminare, solo in apparenza tecnico, produce invece una ricaduta interpretativa di primo piano: consente di osservare in atto il gesto selettivo dell’autore, le sue strategie di inclusione ed esclusione, e di interrogare le ragioni profonde che hanno condotto alla configurazione definitiva della silloge.

In tal senso, il volume si iscrive in una tradizione critica che, da Dante Isella in poi, ha insistito sulla natura processuale del testo letterario, inteso come “cristallizzazione transitoria” entro un continuum di scrittura. L’osso, l’anima emerge così non come organismo chiuso e definitivo, ma come esito di una serie di scelte, rinunce e ripensamenti che la critica è chiamata a interrogare. Le varianti non sono mai puramente formali: incidono in profondità sul senso, modificando rapporti semantici e strutture sintattiche. In questa prospettiva, l’analisi variantistica diventa uno strumento privilegiato per accedere alla poetica dell’autore, a quel movimento incessante di “comporre, scomporre, ricomporre” che dà titolo al volume. È particolarmente apprezzabile il modo in cui Castello integra lo studio delle varianti dentro una riflessione più ampia sulla forma-libro. Le scelte microtestuali sono costantemente messe in relazione con l’architettura complessiva di L’osso, l’anima, mostrando come la silloge sia il risultato di un delicato equilibrio fra unità e frammentazione.

Proprio da queste osservazioni prende avvio la riflessione sull’edizione genetica digitale. L’autrice propone un modello editoriale capace di rendere visibile la mouvance testuale dei testi cattafiani, superando i limiti della tradizionale edizione cartacea. Il «prodotto digitale» (p. 53) presentato nel volume non si configura come un mero supporto accessorio, ma come strumento critico a pieno titolo, in grado di rappresentare la complessità dei materiali autografi e di restituire al lettore la dinamica del processo creativo. La proposta avanzata da Castello dialoga con il dibattito attuale sulle digital humanities assumendo una posizione equilibrata, che riconosce le opportunità offerte dagli strumenti digitali senza cedere a facili entusiasmi, ma che al tempo stesso ne valuta criticamente l’impiego, sottraendosi a prospettive di rifiuto pregiudiziale. L’edizione genetica digitale è concepita come un ambiente di lettura che affianca, senza sostituirla, l’edizione tradizionale, offrendo nuove possibilità d’interrogazione del testo. In particolare, la visualizzazione di varianti, espunzioni e riscritture consente di seguire minuziosamente il lavoro dell’autore, rendendo percepibile quella dimensione temporale della scrittura che la pagina a stampa tende inevitabilmente a cancellare.

Sul piano metodologico, questa sezione del volume offre un esempio particolarmente convincente di integrazione fra filologia, critica letteraria e strumenti digitali. Castello mostra come l’adozione di un approccio digitale alla critica genetica risponda a esigenze concrete poste dai testi stessi. Nel caso di Cattafi, autore caratterizzato da una pratica di scrittura mobile e continua, la scelta di un modello editoriale dinamico non risulta soltanto legittima, ma appare pienamente coerente con la natura del suo laboratorio compositivo.

Nel suo insieme, «Comporre, scomporre, ricomporre». Uno studio sulla poesia di Bartolo Cattafi di Alba Castello si impone come un contributo di notevole rilievo nel panorama degli studi sulla poesia italiana del secondo Novecento. Il volume riesce infatti a coniugare rigore filologico, solidità interpretativa e apertura metodologica, offrendo un modello di ricerca capace di dialogare con tradizioni critiche consolidate e, insieme, di rilanciarle verso direzioni nuove. Particolarmente apprezzabile è l’equilibrio mantenuto fra analisi tematica e indagine filologica. La ricostruzione dell’universo poetico dell’autore – attraverso biografia, topografie e immaginario naturale – non resta mai separata dall’esplorazione dell’officina scrittoria; al contrario, le due dimensioni si illuminano reciprocamente, consentendo al lettore di cogliere come le scelte formali e strutturali siano profondamente radicate in una visione del mondo e in un’esperienza vissuta. Questo dialogo costante tra senso e forma costituisce uno degli elementi di maggiore forza del volume. La proposta di edizione genetica digitale, infine, conferisce al libro una dimensione prospettica che oltrepassa il caso specifico di Cattafi: pur fondata su un saldo impianto filologico, essa apre interrogativi più ampi sulle modalità di rappresentazione e trasmissione dei testi poetici del Novecento, soprattutto quando siano accompagnati da un ricco materiale autografo. La chiarezza espositiva, la solidità dell’argomentazione e la capacità di coniugare tradizione filologica e innovazione metodologica rendono questo volume uno strumento prezioso non solo per gli specialisti dell’autore, ma per tutti coloro che si interrogano sulle forme e sui tempi della creazione poetica nel Novecento italiano.

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