(di RITA CALABRESE)
Primo Levi tradotto e traduttore
Apparso nel 2024, a cura di Martina Mengoni per le edizioni Einaudi, Il carteggio con Heinz Riedt mette insieme le lettere dell’archivio Primo Levi scambiate tra lo scrittore ed il suo traduttore tedesco tra il 1959 ed il 1968. Il volume non solo apre nuove prospettive sulla complessità, spesso ignorata, del processo di traduzione e sul suo valore fondativo come ponte tra culture diverse, ma anche rivela l’esperienza personale degli eventi cruciali di quegli anni della “guerra fredda”, culminati nella costruzione del Muro di Berlino e nella divisione del mondo in due blocchi contrapposti. È un continuo cambio di punti di vista – dall’Italia e della Germania divisa – di due intellettuali anomali, apparentemente contrapposti: un ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, l’uno, e un appartenente al popolo dei carnefici, l’altro, ma che invece si scoprono pressoché coetanei ed entrambi con esperienza partigiana contro il Nazifascismo.
Il valore straordinario di questo carteggio è infatti dovuto non solo alla statura dei due corrispondenti, ma anche alla loro affinità ed allo scambio costruttivo che segna una svolta nelle loro vite e nella cultura europea. Da una parte, per le versioni tedesche di importanti autori italiani ad opera di Heinz Riedt – da Goldoni e Collodi a Calvino, Rodari, Gadda e Pratolini – e, dall’altra, per l’apertura di Primo Levi verso il mondo tedesco che diventerà un intenso rapporto culturale e umano. Con l’appassionante dimensione storica e letteraria, il contributo dello scrittore si inserisce nella sua variegata produzione, svelandone nuovi aspetti e infiniti collegamenti. Si può seguire così l’impegno del lavoro traduttivo, la difficoltà dei rapporti editoriali e la nascita di una profonda amicizia, sintetizzati successivamente nel saggio Lettere ai tedeschi (in I sommersi e i salvati) in cui Heinz Riedt non compare con il suo nome, ma solo come “il traduttore”. Dall’iniziale diffidenza verso l’editore, temendo che nell’edizione tedesca «il testo sbiadisse» si passa al rapporto diretto con Riedt che si trasforma in stima reciproca e confidenza personale, tanto che, alla conclusione della faticosa e appassionata versione di Se questo è un uomo, Primo Levi si dice «contento e soddisfatto» del lavoro compiuto e la sua lettera del 13 maggio 1960 diventa la prefazione delle edizioni tedesche.
Con il saggio Tradurre ed essere tradotti (ora in L’altrui mestiere), da una consueta doppia prospettiva, Primo Levi si collega all’argomento del carteggio nella sua duplice funzione di autore e, inaspettatamente, a sua volta, di traduttore.
Su questo aspetto si sofferma dettagliatamente, fra l’altro, nel secondo volume delle Opere complete pubblicate da Einaudi, il curatore Marco Belpoliti, con il contributo intitolato appunto Primo Levi traduttore.
Come abbiamo già visto, dall’iniziale preoccupazione tra diffidenza e paura, leggendo in seguito, sempre con attenzione non priva talvolta di acribia, le versioni delle proprie opere nelle varie lingue, lo scrittore si sente alternativamente e contemporaneamente «lusingato, tradito, nobilitato, radiografato, castrato, piallato, stuprato, adornato, ucciso». Partendo dalla maledizione multilinguistica della torre di Babele, riconosce la traduzione come impossibile e necessaria e ne sottolinea, con grande precisione ed esperienza personale, l’impegnativo passaggio linguistico dalle infinite possibilità, attraverso numerosi esempi, tra cui le trappole dei “falsi amici”, vocaboli uguali con significati diversi nelle varie lingue, ma anche come doveroso compromesso per il suo grande ruolo nel rapporto tra le culture, come conoscenza reciproca, sociale ed anche individuale:
«Non si conosce la propria lingua e non si può usare correttamente l’italiano se non si conoscono le altre lingue: questa è un’esperienza concreta, tangibile, addirittura, che si fa soprattutto traducendo».
Primo Levi traduce testi tecnici inerenti alla sua professione di chimico, ma anche opere di autori come Claude Lévi Strauss o di poeti – lui stesso è anche autore di numerose poesie – come Kipling e Heinrich Heine, grande scrittore ebreo-tedesco, descrivendo il proprio lavoro con ironico distacco:
«Le traduzioni, nella mia intenzione, sono più musicali che filologiche e piuttosto divertimento che opere professionali».
Un’esperienza particolare sarà Il Processo di Kafka, propostogli dall’editore Einaudi, un autore amato pur nella consapevolezza di profonde differenze: «Ma questo mio amore è ambivalente, vicino allo spavento e al rifiuto». Della difficoltà di tale operazione Levi parlerà in un articolo a riguardo, Tradurre Kafka, apparso sulla «Stampa» il 9 maggio 1983 in cui si confronta anche con i giudizi rivoltigli.
L’indefessa attenzione critica verso le traduzioni delle sue opere si conclude tristemente con un’intervista del 1987:
«Adesso sono stanco … Una volta quando mi arrivava a casa la traduzione di un mio libro era un giorno di festa, ora non mi fa più nessun effetto. E anche rivedere le traduzioni nelle lingue che conosco inglese, francese, tedesco … è diventato nient’altro che un noioso lavoro supplementare». Primo Levi si suiciderà proprio quell’anno e quasi una premonizione sembra quanto aveva scritto qualche anno prima per il suicidio del sopravvissuto alla Shoah Jean Améry, «Particolarmente difficile è penetrare il perché di un suicidio» e poi, con l’ennesima contraddizione, «non stupisce la fine di Jean Améry».
