Gen 05

Recensione – “Chiara” di Antonella Lattanzi

(di DANIELA SESSA)

L’archetipo del rapporto tra sorelle rimanda a modelli oppositivi: Antigone e Ismene, Elettra e Crisotemi. Ferocia contro timore, natura contro ragione. Per la mitopoiesi tragica il senso dell’opposizione si innestava nello scandalo del sangue. Se secoli dopo le quattro sorelle March di Louise Mary Alcott rovesciavano il canone oppositivo in solidarietà, le radici della sorellanza letteraria contemporanea occorre trovarle nelle amiche geniali di Elena Ferrante, in cui il legame del sangue smette di essere necessario e la sorellanza viene traslata nell’amicizia di una vita che forgia vite e ne difende la pelle. Cosa che accade, con ben altra fascinazione di invenzione e di scrittura, a Marianna e Chiara, le due amiche di quarant’anni di vita immaginate da Antonella Lattanzi in Chiara (Einaudi, 2025). La scrittrice con implacabile realismo racconta una storia di sorellanza radicale, in cui l’istinto di sopravvivenza segna il romanzo di formazione di due bambine alle prese con due famiglie violente. La narrativa di Antonella Lattanzi è come il taglio della tela di Lucio Fontana: uno squarcio di buio nella luce, il varco atteso, una diversa concezione dello spazio. Lattanzi racconta l’istinto di sopravvivenza, la compassione, i legami affettivi dentro case reali e simboliche in cui il noi arriva dopo un somma dolorosa di solitudini individuali. Chiara non è la protagonista del romanzo: è un alter ego, l’oggetto del desiderio e il punto di fuga, lo specchio coperto di Marianna. Raccontare l’ultimo romanzo di Antonella Lattanzi vuol dire fare sintesi di un immaginario dell’oscurità e dell’inquietudine che muove dalla passione della scrittrice per gli scenari horror di Stephen King e i dualismi esistenziali di Goliarda Sapienza, per citare i due autori che lei stessa ammette presenti nella sua poetica. In Chiara l’evocazione del thriller investe le due figure paterne. Il padre di Chiara, violento con la moglie e le figlie, è forgiato da un ancestrale senso del patriarcato che confonde cura con dominio. Il padre di Marianna è violento con se stesso: autolesionista fino a inondare di sangue i pavimenti, un uomo agile e dolce, protettivo e terrificante. Due padri e un solo mostro. Il mostro della violenza che incombe sulle vite di due bambine prima, due adolescenti dopo, due giovani donne ancora dopo. Provocatoriamente assente la funzione delle madri: non salvano, non sono amate dalle figlie. La città di Bari è un grembo talvolta accudente, come gli animali presenti nel romanzo: il cardellino (omaggio al romanzo di Donna Tarrt), il labrador, la tartaruga. Una Bari di periferia più simbolica che topografica, fa da contesto al meridione esistenziale delle due amiche. Chiara proviene da una famiglia di prima immigrazione albanese, è pelosa – i compagni di classe la chiamano Baffuta – e non veste alla moda. Marianna appartiene a una famiglia piccolo borghese, segue tutte le mode, balbetta perché ha incamerato la paura. La differenza sociale e familiare non risparmia nessuna delle due dal terrore e dalla violenza. La difesa è il silenzio sulle loro vite nascoste agli altri e loro si fiutano già alla quinta elementare. Loro sanno:

Si cresce e si impara che la paura ha infinite abilità. Sono strabilianti, le abilità della paura. Una più spaventosa dell’altra. Solo che noi a quel tempo eravamo piccole e mangiavamo il panino con la frittata lei, il Kinder Brioss io. Più che provare a capire, a imparare, cercavamo di stare in campana (pag. 6)

Il romanzo di Chiara e Mari si dipana nell’arco di tempo di dolore, sangue, botte, amore, amicizie, lettere, studi, tradimenti. Salvezza. Lattanzi scardina le loro vite, le anatomizza e le compone. Il bisturi e il filo di sutura è la sua scrittura dritta, lacerante, spietata. Tanta è la compassione messa nel disegnare queste due figure di diverse, tanta è la cruda precisione della parola. Non è antilirismo, piuttosto un lirismo ritorto. Ritmo della frase, l’inclinazione al verso, la semantica dello spazio bianco, la modulazione dei tempi della narrazione rispondono a una dimensione dell’interiorità priva di indulgenza sentimentale, come conferma l’invenzione, punto di forza del romanzo, di un narratore in bilico tra l’omodiegesi di Mari cui è affidata la narrazione del passato, e il narratore in terza persona che è testimone e onnisciente nello stesso tempo. Il lettore viene spostato tra piani temporali e narrativi all’inseguimento di una storia con poche sorprese ma di altissima tensione. Chiara è un romanzo da leggere tutto d’un fiato, anzi impone un tempo di lettura fitto come pochi romanzi hanno oggi il merito di fare. Antonella Lattanzi si conferma narratrice di grande respiro e capace di modellare la materia narrativa senza scadere nella odierna tendenza all’autofiction più o meno esplicita, tanto che quel capitolo di una sola frase “Dio ti prego salvami dai miei ricordi” (pag. 97) può significare di più della lettera delle parole o della logica del racconto. Può essere manifesto di una narrativa della memoria che salva la memoria dal manierismo del romanzo familiare.

About The Author