Gen 09

Parliamo di “Ca’ Foscari dei dolori” di Paolo Puppa

(di DOMENICA PERRONE)


Dal cuore di una Venezia invernale (l’acqua è quasi sempre alta) e da uno dei suoi termometri più sensibili, l’Università Ca’ Foscari, prendono consistenza gli accadimenti di cui è protagonista Giacomo Sconcerti (nome omen!), storico della Repubblica Veneta, professore Associato che vede ogni giorno di più allontanarsi il traguardo dell’Ordinariato.


L’Università odierna con la sua logica aziendalistica, produttivistica, con i suoi interminabili estenuanti Consigli, si presta bene a diventare lo spazio scenico in cui si mettono in moto frustrazioni, rancori, invidie e in cui trova appigli concreti un’infelicità più intima e profonda.


Un cronotopo perfetto, questo, per raccontare il fallimento, l’inespugnabile sentimento della morte e il dolore che attanagliano Sconcerti. E non si tratta solo di Ca’ Foscari, ma di Venezia tutta con alcune sue stazioni memorabili: la Giudecca, le Zattere.


Con un andamento diaristico (ma va precisato che il romanzo è scritto in terza persona e si sviluppa secondo le modalità di un indiretto libero abilmente condotto), il lettore assiste al dipanarsi quotidiano delle trame della coscienza del protagonista e attraverso di esse conosce anche uno spaccato sociale della Venezia del nuovo millennio e, in controluce, dell’Italia berlusconiana.


Il romanzo, Ca’ Foscari dei dolori di Paolo Puppa (Titivillus, Corazzano 2014), si svolge nell’arco di un mese circa: inizia il 2 novembre (non è un caso!), il giorno dei morti, con l’apparizione (vero proprio ossimoro!) di una ragazza, che pare «volteggiare nell’aria», e procede giorno dopo giorno, come è sottolineato in molti incipit dei 58 capitoli. Su questa scansione temporale, al presente, che avanza in modo lineare, con il ripetersi di alcune formule («la mattina dopo», «una giornata alle spalle» ecc.), si innesta poi la memoria del passato. In primo luogo, quella della Serenissima della cui Storia Sconcerti si occupa. Egli si è già occupato della prostituzione a Venezia a partire dal Rinascimento e ora compila schede su schede a preparazione di una Storia della vita quotidiana a Venezia dal Rinascimento a Campoformio con un’appendice nel contemporaneo che non arriva mai alla conclusione. In secondo luogo, la memoria di una ferita familiare legata al tentativo della moglie di adottare una ragazzina albanese, Leyla, che lo ha turbato molto e che egli fa allontanare da casa accusandola di aver cercato di sedurlo.


In realtà è il rustego, anaffettivo e un po’ misantropo professore – che non ama stare con gli altri e detesta la «gente brillante» opponendo il suo «mutacismo accigliato e impotente» – a sentire una profonda attrazione per la «invidiabile verginità della fanciullezza e della giovinezza». Come è confermato nella pagina iniziale del capitolo 42, in cui sorprendiamo Giacomo a commuoversi di fronte alla «dolcezza fisiologica depositata dietro di sé da Simone», il giovane nipote della moglie Franca venuto per un periodo ad abitare nella loro casa. Simone con i suoi «beati riccioli luminosi» ha una grazia paradisiaca che egli associa infatti al ricordo di Leyla (p. 122).


Con questo desiderio inappagato di carpire il mistero di «quella segreta purezza», al cui opposto c’è la gravezza del corpo e delle sue urgenze fisiologiche, Giacomo si porta dietro il fantasma della ragazzina. Ed è sulla traccia del suo ricordo incancellabile che egli si trova a vivere un’esperienza erotica che gli dà l’illusione di tornare vitale.


Il romanzo, è ovvio, rinvia a una ricca e composita rete intertestuale: da Aretino a Leopardi, a Baudelaire, a Svevo, a Nabokov, a MacCarty. È inevitabile, infatti, leggendolo, ricordare per esempio la Novella del buon vecchio e della bella fanciulla o Senilità di Svevo.


La ragazza delle zattere, la escort Gloria, appare un’Angiolina del XXI secolo (come questa ha gli occhi azzurri e i capelli biondi) e Sconcerti, che si prepara i discorsi da farle “come uno stratega imposta il piano militare”, appare un fratello più smaliziato e nichilista di Emilio Brentani che, nel memorabile incipit di Senilità, al primo incontro con Angiolina, cerca di fare un discorso che non dia adito a complicazioni sentimentali. Ma lo sguardo del protagonista di Ca’ Foscari dei dolori è diventato più crudo e rancoroso anche se è disposto alla fine, come il personaggio sveviano, ad abbandonarsi alla fantasia e al sogno. Cosa che la moglie sa perfettamente se, in un dialogo con lui, ribatte facendolo sentire scoperto: «Noi siamo quello che sogniamo». E certo Giacomo che ricorda la «bianca luce» emanata dalla pelle di Gloria rinvia all’Emilio che baciando Angiolina «baciava la bianca, casta luce».


Ma la distanza da questo modello è marcata poi dal diverso registro narrativo e dalla caratterizzazione del protagonista, le cui dinamiche coscienziali, al contrario della tendenza all’autoinganno di quello sveviano, si estrinsecano in un diffuso sentimento di autocommiserazione e di risentimento livoroso.


Del resto, se la “senilità” di Emilio Brentani è una condizione interiore, morale, che lo rende inadatto a vivere e a riconoscere la realtà, quella di Giacomo Sconcerti è una condizione in primo luogo anagrafica che porta con sé tutto il peso della coscienza della propria mediocrità e di un acuto sentimento della morte: «Che orrore, in ogni caso, questa vita! E che orrore questo morire» (p.17).


È per sfuggire al corrompersi della vita che questi idolatra la giovinezza, desidera i corpi giovani commuovendosi di fronte alla «dolcezza fisiologica» di Simone, il nipote, di Leyla (la bambina albanese che la moglie desidera adottare) e vorrebbe «carpire … un po’ di quella (loro) segreta purezza». Uomo del secolo scorso, Giacomo si affaccia sul nuovo millennio portandosi dietro un doppio fallimento, quello della carriera universitaria e quello di una vita familiare non realizzata. Paura della morte, angoscia esistenziale e frustrazione professionale esplodono così in una frenesia erotica che ben presto si trasforma in una trappola grottesca per il protagonista sessantenne riconducendolo, dopo un crollo nervoso, al guscio protettivo, e tuttavia raggelante, degli spazi domestici, alle premurose, rutinarie, asfittiche cure familiari:


Subito Franca si stacca da lui premurosa, e col semplice toccare il cordino sparge nella stanza una soffice penombra. Un ultimo controllo sul marito che crede appisolato e poi si allontana in cucina, canticchiando alla sua maniera. Ma a lui quella voce adesso sembra il suono della sfinge. (p. 269)


Con questo finale si sancisce dunque, ancora una volta, la inesorabile débâcle del personaggio uomo. Al Giacomo Sconcerti che calca le scene dei primi decenni del terzo millennio non può infatti essere più concessa alcuna illusione, alcun surrogato di consolazione.

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