Dic 18

“Le vite potenziali” di Francesco Targhetta

(di FEDERICA DI SALVO)

Francesco Targhetta nasce il 7 Ottobre 1980 a Treviso, dove tuttora vive e insegna lettere alle scuole superiori. Studia all’università di Padova, e lì consegue un dottorato in Italianistica. Il suo esordio letterario è legato all’uscita di Fiaschi (ExCogita, 2009), una raccolta di poesie che fotografa giovani alle prese con un’ardua ridefinizione del sé e con una labile ricerca del senso che spesso si traduce, appunto, in fiasco, in fallimento. La vocazione lirica non ha mai abbandonato questo autore. Non a caso, la sua pubblicazione successiva è il romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012), un’opera da lui stesso definita “generazionale”, che inizia a indagare il drammatico scontro tra convulso movimento nell’attesa di vivere e impasse della vita stessa che scorre via restando, in ultima analisi, immobile. Tema nodale della sua poetica, quest’ultimo sarà oggetto di ulteriore indagine nel romanzo in prosa Le vite potenziali (Mondadori, 2018), dove la riflessione esistenziale dell’autore trova la sua area di applicazione necessaria nel polo tecnologico di Marghera.

La narrazione di Targhetta si svolge in 252 pagine, articolate in dodici capitoli non titolati. La focalizzazione del racconto è sempre interna e alterna il punto di vista dei tre protagonisti del racconto, insieme a quello di pochi altri personaggi secondari.

Alberto è il proprietario e fondatore della Albecom, un’azienda che si occupa di e-commerce situata all’interno del polo tecnologico di Marghera, il Vega. Qui, lavorano Luciano, programmatore e amico di infanzia di Alberto, e Giorgio, detto GDL, pre-sales dell’azienda. Il racconto accompagna il lettore nell’esplorazione delle vite dei tre protagonisti – che coincidono in buona parte con lo srotolarsi della routine lavorativa – fino ad arrivare al punto di rottura di queste ultime: mentre Giorgio riceve e successivamente accetta la proposta di fondare una nuova società, tradendo Alberto e rubandone i migliori clienti, Luciano incrocia la sua quotidianità con Matilde, cameriera del bar del Vega e nutre speranze affettive che si riveleranno fallaci, ma che apriranno la strada per una svolta definitiva nella sua vita. Nel finale, di fronte alla scoperta da parte di Alberto delle macchinazioni di Giorgio e alla presa di coscienza di Luciano della vanità delle proprie aspettative, i tre personaggi si trovano ognuno di fronte a se stesso e sanciscono la necessità di trasformare in atto il grumo inconsistente di potenzialità in cui, fino a quel momento, si erano ridotte le loro vite.

La contemporaneità fotografata dallo sguardo lirico, eppure spietatamente lucido, di Targhetta si presenta come una fiumana inarrestabile, paradigma di un mondo iper-accelerato, frenetico, di cui il Veneto, con la sua prospettiva economica totalizzante, è la perfetta cornice. L’avvento del digitale ha ampliato vertiginosamente le nostre opzioni di vita, spalancando gli orizzonti e moltiplicando in maniera esponenziale le alternative: Le vite potenziali sono questo, ma sono anche le vite che viviamo, poiché ciò che ne consegue è la congenita incapacità di aderenza al vissuto della nostra epoca. In questo senso, la scelta dell’e-commerce risulta funzionale alla focalizzazione tematica: rendendo possibili acquisti immediati di oggetti lontani, sembra possibile accelerare il mondo mentre, in realtà, si crea una sorta di moviola, poiché si accumulano

ipotesi e opzioni di consumo, dicono, ammucchi potenzialità, mica altro, possibilità di esperienza, perché poi finisce quasi sempre che ti manca il tempo per godere davvero di quello che hai comprato, e allora si crea quel vuoto che ti spinge a comprare ancora, e intanto in cambio hai la sensazione di una vita ricca, una vita pronta a diventare più intensa, sempre sul punto di esplodere, sempre più vasta e desiderabile. (F. Targhetta, Le vite potenziali, Mondadori, 2018, p. 55).

La visione dell’autore del mondo contemporaneo si ipostatizza nella splendida immagine del carillon trovato da Giorgio, in cui una coppia di ballerini appare moltiplicata da tre piccoli specchi e, esattamente come i nostri personaggi, esattamente come noi, immersi nel fluire magmatico di una società in folle volo perpetuo, «i ballerini continuavano a danzare, restando fermi» (Ibidem, p. 193).

I tre protagonisti rispondono in maniera antitetica all’accelerazione e moltiplicazione degli universi possibili: Alberto opera una scissione di identità privata e lavorativa e se, nell’una, si abbandona totalmente all’altro – incarnato dalla moglie Paola – lasciandosi guidare, nell’altra rappresenta, invece, colui che si illude di correre in simbiosi all’oggi, di controllarlo grazie al «culto della chiarezza» (Ibidem, p. 9) da lui propugnato e «di accompagnarlo nella direzione in cui sta già andando, con la cura di farlo con più onestà possibile» (Ibidem, p. 93); Giorgio, che «è percorso da un brivido di elettricità sempre» (Ibidem, p. 21), è colui che anticipa il domani: il suo gioco preferito è prevedere, immaginare e mentire, percorrendo e lasciando sempre aperte tutte le strade possibili; Luciano, infine, è un «Leopardi nell’era digitale» (Ibidem, p. 18): in un mondo che corre ferocemente proteso verso il domani, plasmato dalla necessità di autoaffermazione a scapito del prossimo, lui sceglie di non gareggiare: vergogna e paura lo conducono all’impotenza; spettatore dell’essere, «solo lo feriva, ecco, non poter mai rendere felice nessuno» (Ibidem, p. 75). Luciano interpreta a pieno titolo quello stato di adultescenza permanente di buona parte della società odierna, denunziata nelle pagine di Targhetta, diventando così il portavoce di tutta una fetta di umanità rigettata dalla fiumana della contemporaneità, dei nuovi vinti dell’era digitale.

Marghera, immaginata per divenire la culla della nuova forza industriale di Venezia, risulta l’unica cornice possibile del racconto: «Marghera appariva come una mostruosità, un caso di totale tradimento rispetto al disegno originario di moderna città-giardino» (Ibidem, p. 56). E se il poeta Andrea Zanzotto ne condanna l’esito fallimentare – «L’abbandono è crollo disarticolazione» (A. Zanzotto, da Conglomerati, Fu Marghera(?), in Tutte le poesie, Oscar Mondadori, 2011) – e ne stigmatizza la condizione di potenzialità irrisolta, Targhetta, al contrario, ne subisce il fascino decadente: perché, se di fallimento si tratta, il fallimento della vita in potenza dell’equa e florida appendice industriale del capoluogo veneto è specchio della condizione di morte permanente di tutte le vite possibili che ad ognuno di noi si scoprono dinanzi senza mai essere imboccate. La pregnanza semantica del cronotopo culmina nell’affermazione della coincidenza tra spazio e vita:

Solo nei luoghi desolati certe vite possono trovare la loro armonia: i bar decadenti, le panchine lungo la circonvallazione, le piazze di periferia con le fontane disseccate e il cemento dei palazzi a cintura, le strade sporche dietro la stazione. Marghera. (F. Targhetta, Le vite potenziali, Mondadori, 2018, op. cit., p. 93).

Così, allo spazio esistenziale di ognuno dei personaggi corrisponde una precisa collocazione spaziale: se Alberto vive stabilmente a Casier, «uno spazio perduto per sempre, ma in un certo senso capace di resistere a tutto, non un simbolo della crisi economica ma un archetipo del mondo incapace di rinnovarsi» (Ibidem, p. 25); Luciano abita ancora nell’appartamento aziendale di Marghera; e GDL, infine, non ha fissa dimora perché la sua erranza perenne lo trascinerà da abitazioni di amanti occasionali a mille camere d’albergo nelle più disparate città d’Italia e d’Europa. Quelli dipinti dall’autore sono tutti non-luoghi all’interno dei quali si dispiega una non-vita, una vita in potenza.

Targhetta predilige una sintassi con periodi di ampio respiro, spezzati, però, da un diffuso uso delle virgole: i singoli lessemi così isolati acquisiscono una rilevanza generalmente distintiva dei testi poetici. Come la narrazione si interroga sulle infinite potenzialità dell’esistenza, così la lingua tenta di esplorarne tutte le possibilità espressive: la prosa fluida e precisa con cui si articola il romanzo si popola di un lessico vario, che spazia dal simbolico al corporale, dai crepuscoli alla foia, che, da un lato, attinge dai linguaggi settoriali del mondo che racconta e, dall’altro, recupera lemmi antichi di strumenti tradizionali della campagna veneta; accanto alle madie troviamo, quindi, prestiti e calchi dall’inglese, e interi brani composti da dialoghi quasi inintelligibili – tra binding, pattern, copy e greedy – per chi non possieda una certa familiarità con la materia trattata. Se, per descrivere il mondo del Vega e i suoi meccanismi, Targhetta si serve di ragionamenti matematici e di una scrittura specialistica, nella rappresentazione dei personaggi e del loro universo emotivo, invece, l’autore lascia spazio alla propria vocazione lirica, che si esplica attraverso il ricorso insistito a similitudini e metafore di natura eterogenea. Infatti, il repertorio di immagini utilizzate attinge, a piene mani, dalla cultura pop contemporanea e, mentre «la sera sbadigliava sui caseggiati della periferia» (Ibidem, p. 19), un compagno di viaggio di GDL viene descritto come uno dei personaggi dei Simpson. Ma gli esiti più interessanti del repertorio immaginifico di Targhetta si raggiungono nei frequenti momenti di incontro tra scenari propri della lirica tradizionale e incursione di nuovi linguaggi rappresentativi del nuovo mondo narrato:

Alberto pensò che sarebbe stata l’occasione ideale per poter svicolare e farsi un giro a Suomenlinna per godersi il crepuscolo tardivo ed estenuante del giugno finnico. A che ora sarebbe tramontato il sole? Alle dieci e mezzo? Alle undici? Se solo Paola fosse stata con lui: la condivisione dei tramonti è uno dei puntelli che tengono in piedi l’umanità. Non bisognerebbe farci una App? (Ibidem, p. 138.)

Il risultato di questo composito uso del linguaggio è un italiano standard appena venato di flessione dialettale. Lo stile lirico, unito allo spazio lasciato alle multiformi manifestazioni del reale, si presta, come ogni elemento del romanzo di Targhetta, a evidenziare l’impatto del mutamento in atto sul mondo che ci circonda, nelle esistenze e nella psiche dei personaggi così come sulla lingua. Tutto, nella poetica del divenire reinterpretata dall’autore e dal suo universo narrativo, dal cronotopo alla trama allo stile, concorre alla necessità tematica di mostrare le infinite vite potenziali dell’universo contemporaneo e, in ultima istanza, dell’essere umano nella sua piena eppure mai compiuta realizzazione.

Targhetta assembla un quadro composito e disgregato, in cui si palesano le contraddizioni dell’universo rappresentato: il contrasto dissonante tra la ritualità della provincia veneta e le aspirazioni di innovazione e internazionalizzazione, la de-connessione affettiva e intellettuale di un mondo iperconnesso, la prolificazione di identità digitali multiple, di contro a una cancellazione del sé nella vita reale, ridotto ad automa e condannato alla solitudine; il mito dell’efficientismo a tutti i costi, che comporta la presa di coscienza costante della propria inadeguatezza; e ancora la pervasività di un lavoro totalizzante, il successo nel quale fagocita la vita rimandando sempre al domani il soddisfacimento di una felicità anch’essa potenziale, come la vita stessa entro cui dovrebbe dipanarsi; e, nello stesso tempo, l’imperativo di volponiana memoria per cui «essere felici, ormai, è un obbligo morale» (Ibidem, p. 159).

Quello de Le vite potenziali è un mondo di meravigliose potenzialità tradite e, in questo mondo, dunque, tutto deve finire prima che le potenze diventino atto: il percorso di emancipazione di Alberto ha come epilogo la riconciliazione dei due rivi che compongono la sua esistenza, la rinuncia alla dualità potenziale nella ricerca di una pienezza vitale, concretizzate nella scelta di diventare padre e, quindi, di ergersi a guida anche nel privato; cacciato via dalla Albecom, la conclusione del percorso di Giorgio, invece, non può che concretizzarsi nella scelta definitiva di una forma tra le mille che ha sempre sperimentato in contemporanea, «perché del mondo vastissimo, alla fine, ciascuno trasceglie un’infima specola fatta a propria perfetta somiglianza e vi si pianta, sovrano» (Ibidem, p. 225); infine, l’ennesima delusione amorosa della vita di Luciano, priva da sempre di un conforto sentimentale, comporta un punto di rottura nell’evoluzione del personaggio: dopo anni trascorsi a lasciare cibo pregiato per gatti randagi in un rifugio sull’autostrada senza che questi alla fine nemmeno se ne nutrissero più, dopo mille appartamenti visitati senza riuscire a maturare la scelta di intraprendere una vita autonoma, Luciano compra una casa in centro a Mestre e prende una gatta, riuscendo finalmente a soddisfare il proprio desiderio di dedicarsi a qualcuno e renderlo felice.

Tuttavia, la conclusione di questi percorsi esistenziali viene tratteggiata con una pennellata leggerissima, senza che l’autore ce ne mostri l’effettivo adempimento: Targhetta evidenzia la presa di consapevolezza da parte di ognuno dei protagonisti del racconto della necessità di scegliere una forma, ma questa resta impalpabile per il lettore, perché nessuna ricerca di identità può mai dirsi davvero compiuta e lo iato tra volontà e realizzazione, amplificato dalla difficoltà tutta contemporanea di rintracciare il proprio io in un mondo che produce incessantemente schermi che ci separano dalla realtà della vita, non può trovare risposta se non in una nuova speranza di affermazione. E allora il finale del romanzo non può che essere anch’esso potenziale: l’immagine di Luciano che «sorride, accende la radio e sente che sta arrivando un’altra primavera» (Ibidem, p. 243), concentra in sé il cuore tematico dell’opera di Targhetta; la speranza e l’illusione di felicità offerta dall’attesa di un domani, nell’impossibilità di vivere pienamente l’oggi. Del resto, cos’è la primavera se non vita in potenza?

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