Lug 22

“Una colata di polenta radioattiva”. “Cartongesso” di Francesco Maino

(di DANILO MIGLIORE)

A metà fra racconto e invettiva, come si legge sulla quarta di copertina, Cartongesso di Francesco Maino è più vicino alla seconda che al primo. È anche varie altre cose: delirante monologo interiore, atto d’accusa contro il Veneto degli ultimi venti o trent’anni (quello della Lega – qui ribattezzata Tega, termine scurrile veneto che indica i genitali maschili – e della difficile dialettica autoctoni/immigrati; dell’ondata di benessere relativamente recente e degli sconvolgimenti sociali che essa ha provocato), atto di dolore.

A recitarli è Michele Tessari, alter ego di Maino, che proclama, con un’insistenza che sfiora la patologia, il proprio senso di colpa per non riuscire ad escogitare una forma di opposizione costruttiva alla decadenza morale e civile del Veneto e dei suoi abitanti, alla trasformazione della sua terra in un’anonima accozzaglia di lotti edificabili o già edificati, per niente dissimili da migliaia di luoghi altrettanto ricoperti di cemento (anzi: cartongesso) che affollano oggi l’occidente industrializzato e capitalista.

Tessari, ex necroforo, è un avvocato specializzato nella difesa dei diritti degli extracomunitari, ma ritiene la professione forense il suo quinto, in ordine di importanza, lavoro; gli altri quattro: “tenere al guinzaglio la morte”; “impedire alle salme mobili che occupano la (sua) vita biologica di annientar(lo) definitivamente colla loro biologica visione delle cose”;mantenere in vita alcune (sue) aspettative in un bidè di provincia chiamato bassopiave”;ricercare e selezionare del personale che può salvar(gli) la vita”.

Nel “bidè di provincia chiamato bassopiave”, per la precisione a Insaponata di Piave (nome fittizio col quale Maino si riferisce al suo paese natale, Motta di Livenza), Tessari vive e lavora,  esasperato dalle bassezze e dalla monotonia della sua esistenza e della sua professione, che lo porta a battere, in maniera incessante, sempre gli stessi percorsi della provincia veneta, tanto da spingerlo a dichiarare:

Sono perfettamente visibile anche a chilometri tra la foschia interrotta dai platani delle provinciali, le gasìe della Piave, le terre coltivate a panocce, le stupide vie Callalta, via Caltorta.

La ripetitività è una caratteristica così rilevante della sua vita, lavorativa e non, che ci si potrebbe spingere a parlare di coazione a ripetere, di una sorta di errabonda prigionia:

Quello che faccio è ficcare il mio dolore disgraziato dentro un cartoccio d’auto, trasportarlo attraverso un motore a scoppio, con una parvenza di fiducia, da un punto A (Insaponata di Piave), noto, a un punto B (piassale Roma – Venessia, pure noto, l’unica coerenza sarà con la mia irrequietudine, scriveva Volponi; poi torno indietro, B > A, dalla laguna al fiume, Tessera, Aeroporto Marco Polo, Montiron, Quarto di Bue, Bivio-Marameolo-Musestre, Millepiedi, Ponte del Cappone, Piave, Fiume Sacro. Patria. Casa. Mia. Mi riavvolgo come fossi un filo di pelle essiccata in un gomitolo di quaranta (40) chilometri affumicati.

Non sono viaggi quelli che faccio, piuttosto spostamenti in luoghi noti, bar e tribunali mappati ai confini dell’impero del nord. I miei spostamenti o meglio i miei allontanamenti dal fulcro d’Insaponata, da mia madre, da mio padre, hanno un raggio medio di trenta (30) chilometri. Gli spostamenti significano prendere una direzione, Venessia: il tribunale, gli uffici giudiziari, piassale Roma; andarci colla Clio, oppure in treno, strada statale 14, ex via Annia, più o meno, parcheggiare a Mestre, via Podgora, cambiare gli spicci Alle Botti (dove fanno i tramezzini più buoni del veneto) per il parchimetro, (…) poi il trenino Venessia – Santa Lucia, la littorina nove (9) anni dopo l’anno Duemila, a due (2) carrozze, due (2) carri di bestiame studentesco e contributivo che scendono intontiti dal Grappa, via Bassano, dal Cadore, via Calalzo, con una flemma infernale, fare la fermata di Porto Marghera, dopo l’enorme scritta sul muro di cinta in mattoni scheggiati che separa i binari dalla Fincantieri (…) Il Ponte della Libertà è il Ponte della mia Schiavitù, penso (…)

I posti sono quelli da sempre, dall’alba al tramonto, a meno di cinquecento (500) metri dalla Piave, a venti (20) chilometri dalla foce; sei in tutto, sono, forse sette, se ci aggiungiamo il Despar: casa B, lo studiolegale, il caffè Dersut, colle due careghe, a intreccio, fuori dalla porta a veri, casa-di-mia-madre, cioè casa A, il winebar Dalla Reginetta, nell’unica isola pedonabile di Insaponata.

A quello del disgusto nei confronti del Veneto contemporaneo e del proprio lavoro, si aggiungono altri temi. Uno è quello della morte, sua e dei suoi cari, che Michele si sforza invano di rimuovere (come il protagonista de La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj, che rifiuta di applicare a se stesso un sillogismo da manuale sulla mortalità umana):

osservo questi strani fenomeni fisici riconducibili alla morte altrui, come aurore boreali, son cose, penso, che non possono riguardare la mia famiglia immortale, la mia famiglia destinata ad accasarsi al carro d’oro e che, a una cert’ora, solo per scelta snob e non certo per dissoluzione fisica, deciderà di farsi traghettare in un infinito di anime illuminate a luci led.

Affiorano anche, di tanto in tanto, il ricordo malinconico delle donne amate e perse e la vergogna per la propria ignavia di fronte all’amore e, più in generale, alla vita.

L’opera, insomma, è un doloroso intrico di recriminazioni ed autoaccuse, e la sofferenza dell’io narrante si riverbera sulle sue pagine rendendole oscure e complesse, sia a livello emotivo che stilistico.

Proprio a causa di tale complessità è difficile definire il romanzo: Cartongesso è una colata di polenta radioattiva. Una colata lunga 250 pagine (alle quali ne vanno aggiunte circa 7 di note ironico-esplicative, più alla Chabon che alla Foster Wallace) dalla tessitura densa, articolata in estesi periodi prevalentemente ipotattici che si susseguono, fatto salvo un breve intervallo grafico a pagina 241, senza soluzione di continuità.

Si tratta di un soliloquio con tendenze centrifughe che ha, però, un preciso punto gravitazionale nell’io del narratore, in perenne conflitto col Nord Est “itagliano”, qui descritto come teatro di uno snaturamento dissennato del paesaggio, di uno “sconvolgimento antropologico” che si ripercuote perfino sulla lingua.

L’espressione “sconvolgimento antropologico” suscita memorie pasoliniane e l’insistenza con cui Maino parla di contadini diventati commercianti o operai, di gente che ormai “pensa all’americana”, del benessere improvviso (in questo caso risalente agli anni ’80/’90) che ha modificato uomini e luoghi, reca senz’altro l’impronta dell’intellettuale corsaro: le sue suggestioni traspaiono chiaramente, il suo nome è citato, con la sigla P.P.P. che usava per firmare i suoi articoli, più di una volta, e in forma esplicita nelle note. Più implicitamente a Pasolini rimanda la definizione del “grezzo”, cioè della lingua che secondo Tessari/Maino si parla in Veneto:

un idioma tecnico para-dialettale di consumo, privo di bellezza indigena, perennemente impreciso, (…), buono solo per la sopravvivenza dei consumi di massa, ma senza anima, forza evocativa e un minimo di poetica.

L’istanza pasoliniana è coniugata, a mio avviso, con altre due. Una, quella della contemplazione dolorosa del paesaggio stravolto (la campagna ricoperta da capannoni ha trasformato i veneti in “capannoidi”, sostiene il protagonista con un felice neologismo), proviene allo scrittore dalla linea letteraria veneta e ha come punto di riferimento esplicito almeno Andrea Zanzotto (spesso citato):

Al posto della terra ci hanno messo i massetti e il cartongesso, al piano di sopra, a casa, sul soffitto, sotto il vano scala, nel box doccia (…). Ovunque. Cartongesso.

Voi mi vedete ma è un vedere malato, voi dite di vedermi ma il vostro è il vedere d’un cieco, e io il fango che fa miracoli e toglie i peccati del mondo per i vostri occhi sfrattati non ce l’ho, non ce lo metto, non ve lo spalmo, e se anche sputassi per terra come il Cristo, se tentassi, lo sputo finirebbe sul marciapiede, sul cemento, non sulla terra, la terra da noi è finita, tutta cementificata, ingoiata, masticata, digerita, cacata. Non potrei impastare nessun fango e dirvi andate a lavarvi nella piscina comunale, non potrei impastare niente se non particelle di catrame. I miracoli non si fanno con l’asfalto, meno che mai questo genere di miracoli. Un miracolo così lo si fa con i piedi sulla terra, con la terra, terra e sputi, terra e sudore, non territorio e cartongesso.

Fasullo è la parola più appropriata che mi viene in mente: la nuova zona residenziale presente o futura di un qualunque paese dell’heneto del bassopiave è o sarà sempre e senza dubbio fasulla, costituita da una serie indefinita di piccoli mausolei, tutti dotati di caldaia esterna a condensazione ad alto rendimento, impianto di condizionamento, impianto antintrusione, impianto satellitare, videocitofono, portoncino blindato, vetri antisfondamento, alto isolamento termico e acustico, finiture signorili e moderne, come si legge nelle pubblicità stampate su pi-vu-cì del costruttore tipo.

L’altra istanza, di tipo stilistico, per vari motivi mi ha fatto pensare a Gadda. Mi riferisco al plurilinguismo, non potente come quello del lombardo, ma colmo di tecnicismi (qui più che altro di stampo giuridico), di termini locali (il verbo “usmare”, diffuso regionalmente sia nel nord che nel sud Italia, ricorre raramente in ambito letterario; una di queste nella Cognizione del dolore) o propriamente dialettali, di termini culinari e di neologismi.

Secondo elemento tipicamente gaddiano è il ricorso all’accumulazione, a volte farraginosa, per rendere l’idea di una realtà che sfugge di mano:

Gente impaurita, mi vien da pensare, oppure vaporizzata, sradicata, delocalizzata, bancomattata (…) I risultati di questa magnada sconcia, della sbueata sgolza, del cosiddetto benessere diffuso, del miracolo, sono sotto gli occhi di tutti.

Un’altra tecnica tipica dell’Ingegnere, e utilizzata in Cartongesso, consiste nella ripetizione ossessiva di parole che fungono da correlativo oggettivo di una psicosi del monologante: per esempio il termine cartongesso, simbolo di un Nord Est drogato, precario e fasullo, ricorre parecchie volte, a tratti con un’insistenza che rammenta la ripetizione della parola turacciolo durante una furiosa rievocazione dell’infanzia da parte di Gonzalo Pirobutirro, sempre ne La cognizione.

Ma anche elementi non stilistici, come il rapporto irrisolto del narratore con la madre e il ricordo, intriso di senso di colpa, di un fratello assente, rimandano al Gadda de La cognizione.

È proprio tale componente gaddiana l’elemento radioattivo dell’opera, laddove col termine  colata si allude alla continuità grafica e al periodare incessante del narrato e con polenta a un’identificazione geografica, antropologica e linguistica che è superfluo specificare ancora.

Uno stile, quello di Cartongesso, spesso e vischioso, agitato da un dolore incontenibile e deformante, contagioso, radioattivo, che rende grotteschi il comico e il tragico, drammatica la materia narrata e il confronto con essa da parte del lettore, quasi che nelle difficoltà di lettura si traspongano le difficoltà di decifrazione del mondo circostante, la repulsione per il suo mutamento, l’angoscia che ne deriva al narratore.

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