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Festival delle letterature migranti (Palermo, 4 – 8 Ottobre 2017)

(di CRISTIANO GIGLIO)

Si apre alla ricerca di nuove definizioni e prospettive da cui osservare il concetto di migrazione, troppo spesso confinato in una retorica ridondante e asfittica, la terza edizione del festival delle letterature migranti, e lo fa proprio a partire da quelle parole il cui abuso da parte dei media troppo spesso genera discorsi stereotipi, se non insofferenza: integrazione, incontro, identità, sono i puntelli astratti della cornice che passa la parola ad autori ed interventi tra i più eterogenei. Un amalgama che trova in Palermo e negli spazi tutt’altro che casuali che ospitano scrittori e pubblico, un luogo che da mera quinta si fa voce attiva e partecipe. Se la dimensione dell’incontro con l’altro non può trascendere da quella dell’ascolto è allora utile fortificare gli strumenti che permettono la comprensione di una lingua diversa dalla nostra. In questo, il ciclo di incontri con i traduttori, oltre che a offrire una prospettiva originale sul tema del confronto interculturale si è dimostrato capace di avvicinare il pubblico alla pratiche e alla quotidianità della professione che nelle filiera della produzione libraria resta in ombra. Una quotidianità difficile, che per bocca dei professionisti riuniti nella Strade Lab (sindacato dei traduttori editoriali che ha organizzato gli appuntamenti) non ha lesinato rimostranze e denunce. In un mercato editoriale vessato dalla crisi economica, in cui, come evidenziato dagli sconfortanti dati enumerati dalla presidente della Ntl Marina Pugliano, la vita media di un nuovo libro sugli scaffali non supera la singola mensilità, la valorizzazione e l’adeguata remunerazione del traduttore è messa a rischio e avalla pratiche di semi sfruttamento, già in atto anche presso i maggiori editori. È pertanto conseguenza di questo stato di cose se ad aprire l’incontro della prima giornata è un monito dal sapore funereo: “Se non si pone rimedio, nel giro di pochi anni non si leggerà più Anna Karenina in italiano, o si leggerà in una traduzione desueta”. Un mancato riconoscimento che si accompagna alla poca cura per l’opera di traduzione da parte degli stessi editori, alla competenza non sempre adeguata dei direttori di collana, come denunciato oltre alla stessa Pugliano anche dagli altri traduttori intervenuti nelle giornate successive. Forse è andata a scapito della presentazione dei contenuti in programma proprio la rimostranza legittima, necessaria e l’orgoglio corporativo di un gruppo di professionisti costretto a barcamenarsi in cattive acque, ribadita o chiosata in ogni incontro della sezione “Lost and found in translation ”, dando l’impressione che più che scongiurare i peggiori scenari il requiem sia stato già eseguito. Toni più distesi e divertiti hanno accompagnato la presentazione del saggio Falsi d’autore di Daniele Petruccioli, tra i più prolifici e noti traduttori dal portoghese, la cui esperienza personale e professionale è già in sé un esempio lampante di “ibridazione”. Dopo aver calcato le scene come attore teatrale per decenni decide di dedicarsi a tempo pieno alla traduzione e, dopo aver lavorato per Fazi, annuncia proprio durante l’incontro l’imminente nuovo impiego presso uno degli editori più prestigiosi del paese, Adelphi. Come spiegato dallo stesso autore, il saggio nasce dalla volontà di scrivere del suo lavoro, alternando il taglio saggististico, pur destinato ad un pubblico non specialistico, ad aneddoti personali e critiche, più scherzose che risentite, agli stessi colleghi ed editori. Con cristallina franchezza e tanto umorismo, Petruccioli racconta del suo rapporto con il testo descrivendolo come una riscrittura vera e propria, in cui permeano non solo l’idioletto di chi traduce, ma la sua sensibilità e il suo background familiare, oltre che culturale. Di notevole interesse risulta la sua definizione di “traduttese”, un neologismo con cui distingue traduzioni valide da traduzioni in cui si seguono con acquiescenza le regole di leggibilità sovente prescritte dai curatori editoriali. Regole con cui si scoraggia un linguaggio eccessivamente aulico, ma allo stesso tempo, a salvaguardia della dignità stilistica, si vietano le ripetizioni. Un racconto dai toni informali e colloquiali, quello del traduttore, che fa entrare il pubblico nella dimensione quotidiana del lavoro del traduttore e riesce, con leggerezza che altrove è mancata, a denunciare nequizie grandi e piccole dell’editoria. Il modo in cui le esperienze di vita, i viaggi, gli incontri, influenzano il lavoro di traduzione ritorna centrale nell’incontro che ha visto a confronto Gioia Guerzoni e Carlo Giordano. L’una traduttrice d’esperienza ventennale, l’altro arrivato alla traduzione dall’arabo dopo gli anni di esperienza come mediatore culturale. Per entrambi è stata irrinunciabile la sosta nel paese in cui l’autore del testo originale vive o ha vissuto, l’immersione intensiva nel vivo dei costumi e dei luoghi, per tradurre e restituire al futuro lettore un’intera cultura, non solo stringhe di testo. Curiosamente nei loro racconti non mancano momenti che ben si prestano ad una esemplificazione del titolo della sezione dedicata alla traduzione, “Lost in translation”, essendosi trovati entrambi a tradurre una lingua in una paese con lingua diversa sia dalla loro lingua natia, sia da quella dell’opera da tradurre. L’esperienza autobiografica, in una forma ibrida che alterna reportage, fiction e saggio, ritorna anche nel primo degli incontri che ha visto scrittori di calibro internazionale alternarsi al Palazzo delle Aquile. È il caso de I soldati delle parole dell’olandese Frank Westerman. L’episodio da cui parte il romanzo per riflettere sulle dinamiche e le motivazioni profonde che sottendono al terrorismo contemporaneo è il dirottamento di un treno, azione di cui l’autore è testimone da ragazzo negli anni Settanta, periodo in cui i terroristi del movimento indipendentista malucchese compiono diversi attacchi terroristici in territorio olandese. L’evento si rivela perfettamente funzionale per affrontare uno studio diacronico del terrorismo, ma si impone una riflessione più acuta all’autore, sino ad un completo ripensamento sulla forma definitiva dell’opera, dal momento in cui gli attentati nella capitale francese, quasi per una beffarda sincronia, avvengono quando la scrittura è ancora in fieri. La domanda che guida la ricerca diventa allora, cosa possono le parole contro la brutalità delle armi? Quesito che lo riporta ancora una volta ai mulacchi e agli assalti ai treni: l’unica arma a disposizione dei negoziatori è infatti il linguaggio. Il negoziatore, armato solo da tecniche oratorie, galvanizza l’interesse dello scrittore, tanto da spingerlo a prendere parte alla simulazione di un dirottamento aereo per capirne le dinamiche. Ma quel che rende il punto di vista sul terrorismo inedito e lo distanzia dalla distinzione manichea tra vittime e carnefici è lo sforzo d’empatia riservato agli stessi attentatori. Per Westerman, come del resto per i negoziatori, mettersi nei loro panni, capire le motivazioni ideologiche che li spingono ad usare violenza, è un passo necessario per tentare di dissuaderli. Nella sua disamina alle varie forme di terrorismo distingue tra un terrorismo che “ammette l’uso delle parole”, come quello dei mulacchi in cui si rende necessaria la mediazione dei negoziatori, e un terrorismo in cui queste sono inutili, come nel caso del terrorismo ceceno o dell’Isis. Ma questo non limita la prospettiva ad una semplice condanna e l’autore ancora una volta si chiede: subendo lo stesso tipo di condizionamento psichico, trovandomi in condizioni di estrema necessità, in un’età in cui la trasgressione in ogni sua forma è più che consueta, forse non avrei anch’io agito allo stesso modo? Su ben altre premesse stilistiche e tematiche poggia il volume, ad alto tasso citazionista, del secondo autore straniero che prende posto nella sala conferenze del Palazzo delle Aquile, Europeana. Breve storia del XX secolo, dello scrittore ceco Patrik Ourednik. La storia europea, riletta da una specula deformante, quella di un voyeur disinteressato che inanella episodi più o meno noti e più o meno incisivi senza continuità apparente e senza un ordine cronologico, in una non- lingua scarnificata che ricorda la stereotipia dei messaggi pubblicitari. Partendo dalla convinzione che il secolo scorso possa considerarsi come “perfettamente sinottico”, nel suo procedere gradualmente verso un punto quasi stabilito a priori, la scrittura restituisce allora il caos che erompe nelle vicende umane, quasi a porre rimedio a questo ordine aprioristico. Lo scrittore rivela durante l’incontro il testo ispiratore di cui la sua raccolta di racconti intende rappresentare una sorta di capitolo successivo o un rifacimento, “Il mio secolo”, i cento racconti di Gunter Grass, tra i più istrionici romanzieri tedeschi contemporanei. Un’attenzione alla ricerca stilistica che è stata anche la premessa alla presentazione degli unici due romanzi italiani presentati all’interno della rassegna, “Il cinghiale che uccise Liberty Valance” con cui Giordano Meacci si è conquistato la cinquina finalista del Premio Strega nel 2016, e l’esordio premiato dal premio Calvino di Francesco Maino, “Cartongesso”. Entrambi accumunati da una ricerca sulla forma che è stata una costante della nostra storia letteraria, pur seguendo modelli e suggestioni differenti, i due scrittori in dialogo rivelano una vivacità e un gusto per la sperimentazione che, troppo spesso, si crede raro assente tra le pubblicazioni recenti. La parabola del cinghiale smarrito tra le strade di un borgo marchigiano immaginario, costretto per sopravvivere ad acquisire il linguaggio umano perdendo il suo idioletto “cinghialese”, si innesta nel romanzo di Meacci nel mezzo di una sfida che vede la scrittura stessa competere con le immagini della pellicola cult di John Ford, in un corpo a corpo che vede la penna trionfare per la capacità di ri-scrittura dell’azione filmica. Non meno funambolica, la scrittura di Meacci mescola dialetto veneto e linguaggio burocratico nel delirante flusso di pensieri del protagonista. Il solo reading reboante, con cui l’autore ha elencato ogni genere di oggetti di presente in uno studio legale, eletto ad archetipo di un orrore estetico immutabile sempre uguale a se stesso, rende tutta la sorpresa del trovarsi di fronte ad un’opera di una maturità inattesa. Più volte evocato o solo alluso, l’esito delle ultime elezioni presidenziali degli Stati Uniti impone nel contesto del Festival una riflessione che arriva nell’ultima giornata, affidata al saggio dell’americanista Luca Briasco che con il suo “Americana” si richiama esplicitamente all’opera curata da Vittorini nel ’42 . Se lo scopo della raccolta di saggi è offrire una panoramica esaustiva sul meglio della produzione letteraria a stelle e strisce, dagli anni ’50 ad oggi, l’incontro restringe il campo a quattro autori simbolo, seguendo una mappatura che, rifuggendo le banalizzazioni della cronaca, mostra i cambiamenti in atto a partire da come un “popolo scrive di se stesso”. La partenza d’obbligo vede Philip Roth susseguirsi ad un altro pilastro della narrativa contemporanea, Don de Lillo. Durante l’incontro Briasco non manca di sottolineare l’originalità dell’architettura romanzesca propria della stagione del post modernismo di cui entrambi sono tra gli ultimi autori ad aver raggiunto altissimi risultati, uno sperimentalismo che coinvolge anche gli esordi dell’autore chiamato a rappresentare la generazione successiva, Jonathan Franzen. Proprio le critiche che lo studioso muove alla più recente produzione narrativa dello scrittore di “Libertà”, titolo giudicato senza mezzi termini “orrendo”, danno l’occasione di aggiungere una considerazione sull’incapacità dei più noti autori di bestsellers statunitensi di indagare sulla vita di quel ventre molle, il white trash, che ha votato in massa l’ultimo candidato repubblicano alla casa bianca. La tendenza a rimuove dalla memoria i traumi e le grandi paure collettive è il tema centrale in quello che l’americanista definisce “un gigantesco monolite piantato nel cuore degli anni Ottanta e del reaganismo”, “It”, uno dei più celebri romanzi di Stephen King. Nell’opera le vicende che porteranno il gruppo di ragazzini ad un provvisoria vittoria contro il demone muta- forma che solo loro riescono a vedere, sono già una prima spia della critica all’ottusa cecità di un mondo adulto, ma questa stessa volontà di cancellare ogni ricordo della propria vulnerabilità coinvolgerà gli stessi protagonisti, divenuti adulti di successo nella seconda parte del romanzo. Il solo personaggio a difenderne il ricordo è il bambino divenuto bibliotecario, l’unico afroamericano, l’unico ad aver bisogno della memoria di un passato doloroso e a voler continuare, quando necessario, a saper riconoscere l’orrore. Non è un caso che una lettura così illuminante sull’opera del romanziere a cui troppo a lungo è stata attribuita la qualifica di “grande scrittore di serie B” riveli più di quanto sembri sulle peculiarità autolesive del popolo americano, lo stesso King non manca di segnalare didascalicamente questi passaggi. Anche se l’encomio finale a conclusione dell’incontro, con cui Briasco assegna proprio a “It” il titolo di “Grande Romanzo Americano” dovesse essere una provocazione, a lui va comunque il mio personalissimo grazie, per il legame affettivo che mi lega al maestro dell’horror e per aver aggiunto nuove chiavi di lettura per comprendere la grandezza di quello che è stato il mio primo amore letterario.

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