Gen 19

“Un pomeriggio di immersioni (tre variazioni)” di José Marìa Merino

Questo lavoro di traduzione del racconto di José María Merino, “Una tarde de buceo. (Tres variaciones)” (Madrid, Páginas de espuma, 2014) è il frutto del lavoro seminariale degli studenti del corso di Letteratura spagnola e traduzione (LM Lingue Moderne e Traduzione per le Relazioni Internazionali, 2016/17), tenuto dalla prof.ssa Assunta Polizzi. Nell’ambito del percorso di formazione del corso, grazie anche alla collaborazione dell’Instituto Cervantes di Palermo, gli studenti hanno avuto la possibilità di incontrare lo scrittore e di confrontarsi con lui, in quanto suoi traduttori, in uno scambio estremamente arricchente e proficuo.

Gli studenti: Marina Angileri, Zaira Avarello, Dalila Cannova, Donata Caravello, Arianna Catalano, Alba Cusumano, Martina Fecarotta, Mariela Gargano, Sonia Giannusa, Piergiorgio Immesi, Simona Lo Coco, Maristella Mazzara, Aurora Russo, Federica Schirò, Sarah Sorrentino, Giada Terzo.


José María Merino
La trama occulta.
Racconti di una parte e dell’altra con una selva minima


Altri racconti di immersione. Senza dubbio, hanno a che vedere con la mia nostalgia invernale di un’attività che continuo a praticare ogni estate e che mi ha portato ad immaginare personaggi sub.


In questo caso, le «variazioni» sono sorte fin dal primo racconto. La situazione mi aveva interessato molto e mi era venuto in mente un secondo racconto nel quale, partendo dallo stesso stimolo, esplorare la trama in un altro senso. Lo stesso è successo con il terzo. Probabilmente potrei aggiungere che ciò che vi succede in seguito – uno straniamento personale rispetto allo scorrere del tempo, ed inoltre la possibile esistenza di spazi paralleli che a volte mi è sembrato di intuire – obbediscono alla logica implacabile che mi suggerisce che tali momenti felici, sebbene possano ripetersi –proprio adesso si vanno avvicinando i giorni in cui vedrò di nuovo la costa del sudest e per i quali penso di ripercorrere immergendomi certi luoghi per vedere se continuano ad esserci, in un certo punto, delle formazioni che sembrano coralli rossi, e in un altro una piccola grotta nella quale, lo scorso anno, c’era una cernia di dimensioni considerevoli, e un’altra zona dove abbondavano i polpi e un’altra ancora in cui mi sono imbattuto, per tutta una settimana, in un banco di un centinaio di pesci di una quindicina di centimetri molto simili alla trota di mare, una specie di trota che in un momento della sua vita risale i fiumi, e che conoscevo avendola vista nelle insenature galiziane… –, dico che, anche se quei giorni felici si ripetessero, prima o poi finiranno all’improvviso per sempre.


Perciò, anche se nessuno dei tre racconti è propriamente gioioso, anzi tutto il contrario, l’immagine della cala, in cui rievoco molti luoghi ben conosciuti nel corso della vita nelle Baleari, nelle Rías Bajas, nelle Altas, nel Cantabrico, a Cabo de Gata… mi ritorna un’immagine di placidità intemporale.

“Un pomeriggio di immersioni (tre variazioni)”
I
Fuori tempo


Erano anni che trascorrevano le estati in quel luogo, lo stesso villaggio della costa, dove si erano conosciuti da adolescenti, circondato da spiagge, molto vicino ad una cala ai piedi di un promontorio imponente che lo proteggeva dai venti e dalle mareggiate, e in cui Mario poteva dedicarsi comodamente alla sua passione per le immersioni con le pinne, la maschera e il tubo attraversando, senza timore per gli urti del mare, un esteso tratto molto roccioso che ospitava molte specie marine animali e vegetali.


All’inizio del suo percorso, Rocío era solita nuotare un momento al suo fianco, anche lei munita di pinne e maschera, per osservare i pesci di quella zona: serranidi, signorine, saraghi, piccoli banchi di salpe, qualche spigola, qualche salmone, qualche piccola cernia, qualche murena, trasformati in lucenti riflessi argentei, giallognoli o verdognoli all’avvertire la sua vicinanza, che abbondavano nei piccoli anfratti che l’insieme di rocce scure andava formando e in cui, tra alghe di vari colori, si moltiplicano i ricci.


Spesso Mario faceva una breve immersione per raccogliere dal fondale qualche conchiglia rara, che dava a Rocío come regalo. Quando arrivava al primo tratto dell’esplorazione, vicino a una grande scarpata rossastra, Rocío gli faceva un segno di congedo e ritornava alla spiaggia, dove sarebbe rimasta all’ombra fresca delle rocce, leggendo un romanzo e controllando i bambini che giocavano con i loro amici, quel giorno entusiasti costruttori di un lungo muro costeggiato da torrette modellate con la sabbia umida utilizzando secchielli di plastica.


L’escursione durò un po’ di più rispetto agli altri giorni, perché il mare era tranquillo e trasparente, il che rendeva molto piacevole la tardiva visione dei fondali durante l’esplorazione e intensificava quell’atemporalità che l’immersione produce nello spazio dove si nuota e si procede sentendo la carezza dell’acqua, mentre la delicata nebbia azzurrognola si va dissipando per svelare la precisione dell’immediato in cui ondeggiano lievemente certi filamenti, brilla la concavità di un orecchio di mare, si allontanano i pesci sorpresi nel loro incessante rumorio o scoppia una nuvoletta di sabbia come unica testimonianza di qualche fuga impercettibile.


L’arrivo agli scogli che limitavano una parte della cala, il luogo in cui le acque iniziavano ad agitarsi e le onde marcavano come di consueto il libero dominio della forza del mare, lo fece tornare alla realtà e, dopo aver vagato tra le onde spumose che creavano in quel punto momenti di scarsa visione e un’opacità biancastra sulle rocce scure che delineavano il limite della costa, iniziò il rientro senza affrettarsi. Quando tornò alla spiaggia c’era già pochissima gente, e non vi era nessuno nel luogo che normalmente serviva a Rocío come base, ai piedi della scogliera ombrosa.


Neanche uno sguardo più attento al resto della spiaggia fece sì che la trovasse, così come non riuscì a vedere i suoi figli né i bambini che avevano giocato con loro, e sentì un senso di straniamento nel percepire l’assenza dei castelli di sabbia che, quando aveva iniziato la sua escursione, stavano costruendo con tanto impegno: la sabbia era liscia come se nessuno l’avesse rimossa e non restavano che le irregolarità proprie delle impronte di un volontario calpestio. Indeciso, ripercorse la spiaggia senza lasciare nessun punto inesplorato nei quali sua moglie e i bambini avrebbero potuto fermarsi, mantenendo la convinzione che il suo percorso avrebbe potuto decifrare l’apparente scomparsa, ma alla fine tornò a ispezionare il posto in cui Rocío allestiva ogni giorno il piccolo accampamento. Il senso di straniamento si era trasformato in inquietudine, e pensò che forse Rocío, per qualche ragione sconosciuta, aveva dovuto abbandonare la spiaggia e andare via con i bambini, ma con un’urgenza tale da lasciare lì le sue cose. Incapace di immaginare ciò che poteva essere successo, per questo pervaso da un senso di paura crescente, decise di tornare immediatamente a casa, e il fastidio che avvertirono i suoi piedi scalzi una volta lasciata la spiaggia e iniziato il cammino sulla strada dissestata, fatta di ciottoli, fu un segnale fisico, forte, dell’insolita circostanza che stava vivendo, tale che la sua paura si trasformò in un disagio sempre più doloroso.


Il villaggio non era lontano, e la casetta in cui loro villeggiavano ereditata da Rocío e dai suoi fratelli da una vecchia zia e testimone di molte villeggiature dell’infanzia di sua moglie, antecedenti al momento in cui si erano conosciuti, era una delle prime costruzioni che stavano di fronte alla strada, quando il sentiero per la spiaggia dava su essa. Dietro la casetta c’era un piccolo orto con meli delimitato da fildiferro, e tra gli alberi distinse le figure in fuga di alcuni bambini, e ascoltò le loro voci giocose. Immaginò che si trattasse dei suoi figli e di alcuni bambini del vicinato, ma quando fu più vicino, uno di quei bambini, che non fu in grado di identificare, si fermò dall’altro lato del fildiferro per guardarlo avvicinarsi, prima di mettersi a correre verso la parte posteriore della casa gridando con voce allarmata qualcosa che non fu in grado di capire.


Era sul punto di arrivare alla porta quando dall’interno uscirono due giovani uomini, che gli si avvicinarono con evidente preoccupazione, cosa che lo angustiò ancora di più.


-Che è successo? – gridò.


Gli uomini si fermarono e si guardarono l’un l’altro. Dall’atrio uscirono anche un bambino e una donna, sebbene lei scomparve di nuovo all’interno della casa, dopo aver lanciato un’esclamazione che non poté nemmeno decifrare, ma nella quale c’era un chiaro tono di sconcertante stupore. Gli uomini s’incamminarono un’altra volta e, quando furono con lui, lo presero per le braccia mentre dicevano parole il cui senso era poco comprensibile: che non era successo nulla, che erano molto preoccupati per lui, mentre lo chiamavano papà varie volte.

– Calmati papà, non sapevamo dove ti fossi cacciato.

– Dov’è mia moglie, dov’è Rocío? – allora gridò lui, senza poter decifrare il significato di quelle parole. La donna uscì nuovamente sulla strada con un accappatoio azzurro tra le mani. Gli tolse con delicatezza le pinne, il tubo e la maschera e lo aiutò ad indossarlo. Lui notò d’improvviso il corpo intrappolato in un evidente intorpidimento, come se un tempo passato che si era allontanato per qualche importante motivo tornasse ad invaderlo con desiderio duplicato dopo una caccia spietata. Anche il bambino si avvicinò, gli afferrò una mano e gli chiese perché se ne fosse andato in spiaggia un’altra volta, perché non li avesse avvisati, e lo chiamava nonnino. Uscirono dalla casa un’altra donna e altri bambini, e lui comprese che tra gli adulti si manifestava una grande perplessità:

– Santo cielo, Mario, santo cielo, papà, visto che te ne sei andato scalzo e senza vestiti, eravamo convinti che stessi facendo la doccia, come sempre, e tu sei scappato, questa volta in spiaggia per di più.

– Ho chiesto dov’è mia moglie! – esclamò, scuotendo le braccia affinché lo liberassero.

Più che perplessità, era un sospetto spaventoso, come se stessero scoprendo in lui qualcosa di nuovo, difficile da affrontare, nei gesti dei quattro e nelle loro parole c’era cautela, quell’atteggiamento prudente che manteniamo davanti alle persone o agli animali che possono avere una reazione imprevedibile, e si mostravano molto affettuosi e persuasivi mentre tornavano a prenderlo e lo andavano trascinando dolcemente all’interno della casa e gli parlavano come si fa con i bambini per tranquillizzarli:

– Dove vuoi che sia la povera mamma, sei fuori di testa, dove vuoi che sia, in cielo, ti darò qualcosa e ti stendi, tu stai tranquillo, forse hai preso troppo sole, non sei più fatto per queste insolazioni che prendi mentre sei in acqua.

Lo misero a letto, però non riusciva a tranquillizzarsi. Sono le nove nel suo orologio, l’orologio automatico di sempre, lo stesso che segnava le cinque solo qualche ora fa, quando erano scesi in spiaggia a fare una passeggiata e Rocío gli raccontava che il fine settimana successivo sarebbe venuta la cugina Lali con i suoi figli e che la cosa migliore sarebbe stata preparare il pranzo e fare un’escursione alle spiagge di Cabo e lui l’ascoltava parlare annusando l’odore dei pini e dei fiori selvatici pensando che gli restava mezzo mese ancora per queste passeggiate e per immergersi fra le rocce e per sentire il gusto del tempo estivo come se non dovesse finire.

II
Una somiglianza

Era la quarta estate che trascorrevano insieme in quel posto, il piccolo paese costiero dove si erano conosciuti, vicino ad una cala protetta dai venti dominanti nella regione: lì la forte mareggiata era meno frequente e Mario poteva dedicarsi ad esplorare tranquillamente una lunga area rocciosa nuotando con le pinne, la maschera e il tubo respiratore. All’inizio della nuotata, Rocío lo accompagnava per un tratto, osservando anche gli sciarrani, i saraghi, le salpe, qualche spigola, qualche triglia, che si dileguavano verso le rocce buie dove si moltiplicano i ricci tra le alghe di diversi colori. A volte, Mario faceva una piccola immersione per raccogliere dal fondo qualche conchiglia, un’orecchia di mare, una chiocciola. Ad un certo punto dell’escursione, Rocío lo toccava, gli faceva un segnale concordato e Mario sapeva che lei ritornava in spiaggia, dove sarebbe rimasta all’ombra di una fitta scogliera come sipari, a leggere un romanzo.

Quel pomeriggio l’acqua era tiepida e il mare molto calmo. Rocío tornò in spiaggia e Mario continuò il suo percorso abituale, con il ritrovo della nacchera impigliata come un pettine nella seconda prateria di folte posidonie, il riconoscimento del tordo marvizzo che si riparava il muso dalle sembianze leggermente suine sotto una sporgenza biancastra, e della cernia che aveva il suo invariabile habitat in una delle ripide rientranze della scogliera.

Fu mentre girava le grandi rocce oscure che segnavano l’estremità nord dell’insenatura, lì dove l’acqua era sempre più agitata, che si accorse di quella massa. Subito immaginò che corrispondesse al corpo di un altro sub ed iniziò ad avvicinarsi lentamente a lui, per dargli il tempo di proseguire il proprio cammino, ma lo sconosciuto non si muoveva. Alla fine, quella quiete suscitò in Mario una curiosità che si trasformò in stupore. Giunse accanto al sub e la prima cosa che lo colpì fu constatare che indossava delle pinne uguali alle sue, con il plantare giallo, la cavità del piede grigia, un modello antico, in disuso, ma molto comodo. Anche il costume del sub era rosso, e della stessa marca del suo, lo indicava il marchio del produttore nella parte posteriore della vita, contro la pelle nuda e anche opalina per l’effetto della luce.

Il sub era appoggiato nella sporgenza, con le braccia distese su entrambi i lati della testa, rimaneva immobile e Mario notò che il tubo respiratore era dello stesso tipo del suo, e anche giallo, ma che non fuoriusciva dall’acqua. Quel corpo, così familiare in certi dettagli, era quello di un annegato, una figura inerte e rigida come quella di qualche immagine, e in questa sua scoperta Mario sentì un’inspiegabile certezza, come se in tutte le sue escursioni acquatiche stesse aspettando quell’incontro.

Mario tornò in fretta in spiaggia e col cellulare comunicò il suo ritrovamento alla Guardia Civil, che non tardò ad arrivare alla cala con un gommone. Mario segnalò il luogo del ritrovamento del cadavere e la motovedetta si diresse lì, per ritornare dopo un po’. Il capitano che aveva preso nota della dichiarazione, accompagnato da uno del luogo con un cappello di paglia che era il giudice, si avvicinò nuovamente a loro parlando in tono curioso: voleva che Mario li accompagnasse per riconoscere il cadavere. Tuttavia, Mario replicò fermamente che non aveva nulla da riconoscere, che lui non aveva nemmeno visto il volto di quel corpo morto.

– Non voglio vederlo e nessuno può obbligarmi a farlo – aggiunse.

Allora il giudice lo chiese a Rocío, e vi era nella richiesta un tono così strano che ella acconsentì e si allontanò insieme a loro verso la grande zattera di salvataggio, incagliato nella sabbia, nel quale trasportavano il cadavere. Al ritorno, Rocío appariva costernata.

– É uguale a te, come se fossi tu, sembri tu stesso, Mario – esclamò. Il corpo, il viso, ha gli occhi aperti e sono i tuoi – e scoppiò a piangere con molto sconforto.

Mario mise in chiaro che non aveva nessun fratello gemello né alcun parente che gli somigliasse, e alla fine non fu possibile trovare nessuna pista che facesse riferimento a quell’annegato che era evidentemente la sua copia esatta.

Non vi furono implicazioni giudiziarie, ma da quel momento in poi Rocío si mostrò assente, estranea, di notte la svegliavano incubi che non gli raccontava, e volle lasciare subito la costa e tornare nella capitale, dove la sua relazione con Mario si raffreddò molto.

Un giorno gli disse che voleva separarsi da lui per un periodo, per riflettere sulla loro vita di coppia.

– Ma si può sapere cosa ti è successo? – domandò Mario urlando, avendo perso la pazienza.

– Non te ne sei ancora reso conto? Non capisci quello che abbiamo perso? – urlò a sua volta Rocío, e Mario non fu in grado di decifrare il senso di quell’allusione.

– Di chi devo sentire la mancanza?

– Eri lì steso, annegato, morto, non posso togliermelo dalla testa.

Non tornarono più a vivere insieme. Rocío, dopo aver lasciato la casa, cadde in depressione e in seguito le sarebbe stata diagnosticata la malattia che la avrebbe uccisa in pochi mesi, lasciando Mario privato definitivamente di quella che era stata la sua migliore compagnia, l’amore della sua vita.

Mentre vegliava il suo corpo, la vigilia della cremazione, Mario rifletteva su quella strana somiglianza che a volte, da anni, aveva trovato la gente con un’altra persona. «Domenica ti ho visto a Salamanca», gli disse una volta un compagno, ma lui non era stato a Salamanca quel giorno. «Ieri al cinema ti ho fatto un segnale e non mi hai neanche risposto», ricordò che qualcuno gli aveva rimproverato in un’altra occasione, e nonostante quell’incontro non poteva essere avvenuto, poiché lui non era stato nello stesso cinema. Persino Rocío, nei tempi in cui si erano conosciuti, quando il loro rapporto era solo l’inizio di un’amicizia, si era dispiaciuta perché lo aveva incontrato in strada e aveva avvertito una freddezza nella risposta al suo saluto, che era quasi scortese, «come se non sapessi chi fossi io».

E Mario le aveva assicurato che non era lui, mentre lei lo guardava con scetticismo.

Per cui in varie occasioni, in passato, lo avevano scambiato per un altro. Per quell’altro?

Aveva anche individuato nel suo ricordo il consolidamento del suo amore con Rocío, e come la sua dedizione diventava sempre più sicura e nel suo sguardo si percepiva una dolcezza inequivocabile. In quel periodo, egli doveva viaggiare molto per motivi di lavoro, ma quando al rientro in città si rincontravano, Rocío lo accoglieva con l’amorevole intimità di chi non è stato lontano neanche per un momento. Peraltro, quei tempi gli facevano rivivere l’esperienza di una bizzarra confusione, e c’erano amici che commentavano con divertimento una passeggiata o una festa, apparentemente condivise con lui e con Rocío, quando la sua presenza era impossibile, perché coincideva precisamente con qualcuno dei suoi viaggi fuori città.

– Ci sono giorni in cui ti adoro, perché sei dolce, affettuoso, sei pieno di allegria, ce ne sono altri in cui invece ti detesto, come oggi, così odioso, così scorbutico, così bisbetico.

– Che ti è successo da ieri? – gli disse una volta Rocío.

– Ieri ero a Lisbona – rispose lui infastidito, e Rocío lo osservò con un tale stupore che ora riproduce perfettamente nel suo ricordo, dandogli un indizio.

Tornò a ricordarla mentre gli urlava che non si rendeva conto di ciò che avevano perso, come se la comparsa di quell’annegato, che apparentemente era la sua esatta copia, fosse stata per lei la costatazione di una perdita irrimediabile.

Quest’estate ha deciso di tornare nel piccolo paese in cui conobbe Rocío, di tornare ad immergersi nella cala delle sue abituali escursioni acquatiche.

Questa volta un forte vento di ponente agita l’acqua e sulla spiaggia il tramonto allunga già le ombre della scogliera, ma non si lascia intimidire. Indossa le pinne, si mette la maschera, morde il boccaglio del suo respiratore, si mette a nuotare tra il viavai delle onde violente che agitano la sabbia lasciando vedere appena le rocce, i pesci, gli occasionali prati di posidonie. Avanza con difficoltà verso la grande roccia che segna il confine della baia.

Mentre si sposta, il mare è sul punto di schiacciarlo contro la sponda rocciosa, ma egli continua a nuotare, determinato ad arrivare in quel luogo, il luogo definitivo, il luogo in cui deve estinguersi una volta per tutte l’enigmatica, assurda somiglianza.

III
Il ritorno

Alla casa di riposo avevano organizzato un’escursione in quella parte della costa e Mario si era unito al gruppo perché lungo il percorso avrebbero visitato quegli stessi luoghi che aveva conosciuto così bene nel corso della sua vita, quelli dove aveva trascorso le estati della sua giovinezza, della sua maturità e perfino dei primi anni di quella età che chiamano terza, molte volte insieme a Rocío e, dopo la sua morte, qualche volta con i figli e i nipoti, prima che questi crescessero, che la famiglia subisse la sua definitiva dispersione e che la casetta che Rocío aveva ereditato venisse venduta per sostenere le spese che la lunga vecchiaia di Mario comportava, specialmente quella della Casa di Riposo.

Mario aveva proposto ai suoi compagni di andare quel pomeriggio a fare merenda nella piccola cala dove molte volte aveva fatto immersioni, un luogo singolarmente bello, con una spiaggetta di sabbia finissima e bianca ai piedi di un promontorio che la proteggeva dai venti e dalle onde e che permetteva anche di trovare molte zone all’ombra, e loro accettarono. Scoprì che, negli anni, avevano costruito una piccola strada che portava fino a lì, però non coincideva con il vecchio sentiero, perché mentre si avvicinavano alla cala non identificò certi segnali ben conosciuti della pineta che la circondava: né il cumulo di rocce svettanti né la radura con il capanno né il piccolo prato vicino alla spiaggia.

Mario aveva portato nella sua sacca un telo da mare, ma anche, nascosta in fondo, la sua vecchia attrezzatura, pinne, maschera e boccaglio, perché aveva in mente di tentare una furtiva esplorazione natatoria tra gli scogli una volta così ben conosciuti. A quei tempi, quando cominciava le sue esplorazioni, Rocío lo accompagnava per un po’ per osservare i pesci che si muovevano tra gli scogli scuri infestati dai ricci e Mario si tuffava spesso per raccogliere dal fondale qualche conchiglia poco comune, qualche pietra colorata, modesti doni marini per Rocío, e porgendoglieli trovava nello sguardo di lei quella tiepida gioia con cui l’amore gratifica il più umile degli omaggi.

Mentre i suoi compagni si andavano sparpagliando a gruppi sulla spiaggia, vecchi ricurvi dalla grigia calvizie e vecchie rugose dalle gambe e braccia scheletriche, Mario riuscì a svignarsela senza che né loro né la responsabile che li accompagnava se ne accorgessero, incamminandosi il più velocemente possibile verso la scogliera che delimitava la cala all’estremo nord e che era il punto di partenza abituale delle sue antiche nuotate, fino ad essere al riparo da ogni sguardo.

Quel giorno il mare era un po’ agitato, ma non si scoraggiò. Dopo essersi spogliato e avere lasciato i vestiti al riparo in una cavità, indossò le pinne, sebbene si sentisse molto più impacciato nelle mani e nei piedi rispetto ai tempi evocati, si mise con altrettanta difficoltà maschera e boccaglio e si buttò finalmente in mare, accusando come un colpo il freddo dell’acqua. Rimase subito deluso perché l’acqua torbida permetteva di distinguere a malapena quell’ambiente che per tanti anni gli era stato così familiare, i primi scogli pieni di ricci, l’insenatura in cui di solito se ne stava quasi immobile un banco di salpe, la piccola prateria di posidonie che anticipava un altro lungo tratto di fondale roccioso pieno di alghe, pesci e anche qualche polpo con cui, tanti anni prima, giocava se riusciva a tirarlo fuori dal suo nascondiglio.

Poche bracciate dopo, appena arrivato all’insenatura, si sentì stanco, con il respiro molto affannato per lo sforzo e cercò un angolo da lui ben conosciuto in quegli anni passati, da cui era possibile tornare sulla terra ferma – una piccola piattaforma – perché gli scogli formavano lì dei gradini naturali, anche se a questo punto della vita era incapace di salire con le pinne messe e dovette impiegare molto tempo per togliersele, sistemarle in un luogo sicuro e scegliere gli spazi liberi dai ricci su cui poter mettere i piedi. Finalmente riuscì ad uscire: ansimava, aveva forti crampi alle gambe e alle braccia e si era intensificato quel dolore alla schiena che solo i massaggi riuscivano ad alleviare.

Sistemò le pinne sulla roccia viva, vi si sedette sopra e rimase fermo per un bel pezzo, tremando, mentre riprendeva fiato. Da lì poteva contemplare la linea della costa che continuava verso sud, le creste delle scogliere piene di sole, il mare che brillava alla luce del pomeriggio come faceva qualche volta tanti anni prima quando Rocío viveva e i figli erano bambini, e adolescenti, e giovani. Per il luogo e per luce era ancora lo stesso giorno, lo stesso tempo, pensò, e capì che il suo proposito di andare alla cala quel pomeriggio per fare immersioni era stato un’assurdità, perché lì ormai non c’era più niente per lui.

Forse aveva preteso, senza osare immaginarlo chiaramente, che la sua immersione, così complicata da portare a termine alla sua età, avesse la forza di un vero e proprio ritorno, come se nel suo percorso sotto le scogliere potesse recuperare una qualche percettibile vicinanza di Rocío che nuotava al suo fianco tra gli scogli trasparenti, immutabili, però quell’intenzione non espressa era stata una completa chimera, lui era solo un vecchio all’ultimo stadio della decadenza e dell’estinguersi delle forze, e perfino i suoi ricordi non erano altro che figure sbiadite, spettrali, inafferrabili in mezzo all’opacità lattiginosa di un mare interiore che non aveva bisogno di muoversi per essere torbido, privo di vita visibile.

Ci mise un bel po’ a recuperare la capacità fisiche per rimettersi maschera e boccaglio e indossare le pinne, e quando si rimise a nuotare gli scogli appuntiti gli avevano graffiato la schiena e l’acqua gelida attanagliò di nuovo il suo corpo, ma concentrò tutte le sue energie per coordinare i movimenti delle gambe e delle braccia con il suo respiro affannoso, poco a poco fece ritorno al luogo da cui era partito e, una volta uscito, rimase un po’ ad asciugarsi il corpo infreddolito prima di vestirsi, conservare nella sacca il telo e l’attrezzatura e tornare alla spiaggia.

Alcuni giorni prima aveva lasciato l’orologio in qualche luogo dimenticato e non poteva sapere che ora fosse, però la spiaggia, vuota, era stata ormai completamente invasa dall’ombra. Cercò di localizzare con lo sguardo il pullman, ma non era neanche nel luogo in cui lo avevano parcheggiato.

Mario rimase per un po’ fermo e confuso. Alla fine, pensò che in quel luogo non c’era nulla da fare e che la cosa migliore sarebbe stata avvicinarsi al paese, e cercò il punto in cui sboccava il vecchio sentiero, al lato opposto dell’entrata di quella strada nuova che lo aveva portato fin lì con i suoi altrettanto decrepiti compagni. Il sentiero era ora coperto dalla vegetazione e in alcune zone anche invaso da rovi, però la sua traccia si mostrava chiaramente e da lì si potevano scoprire le vecchie impronte familiari nel paesaggio, quel capanno in uno spazio privato dei pini, l’improvviso cumulo di rocce ricoperte di muschio.

La sacca gli pesava così tanto che finì per liberarsene, sentendo che ormai non avrebbe mai più avuto bisogno di quegli oggetti che avevano conosciuto tante ore piacevoli della sua vita. Camminava lentamente e gli faceva da bastone un grande ramo secco che aveva trovato accanto allo steccato. Tuttavia, il camminare non gli aveva portato ulteriore stanchezza, anzi un progressivo recupero, come se le forze degli anni passati ritornassero al suo corpo, finché arrivò a non sentire più il fastidio alla schiena e a immaginare che stava tornando a casa un pomeriggio di quelli in cui, molti anni prima, rimaneva da solo a fare immersioni e rientrava quando Rocío se ne era già andata con i bambini per preparare la cena.

L’immaginazione si trasformò in certezza, perché il bastone improvvisato non era più un sostegno ma una specie di fendente con cui tranciava i rovi e gli arbusti. Stava tornando a casa dopo un pomeriggio molto gradevole, aveva trovato un paio di bellissime conchiglie e di sera, addormentati i bambini, lui e Rocío avrebbero avuto uno di quegli incontri amorosi lenti e pieni di carezze che piacevano tanto a entrambi. Eppure, quando il sentiero sboccò nella strada, dopo un tratto in cui camminare si era fatto molto più difficile a causa del terreno intricato, scoprì che non era capace di riconoscere il panorama delle case che lo circondavano, molto più alte di quelle che ricordava, senza traccia ormai di quella che gli aveva fatto da rifugio per tante estati.

In fondo, dove la strada si allargava in una specie di piazzetta, poté scorgere il pullman e accanto a questo un veicolo verdastro dall’aria militare. Senza dubbio la responsabile, allarmata per la sua scomparsa, era risalita al paese con tutti gli altri anziani e stava parlando con la Guardia Civil. Non era reale allora il suo sospetto che stesse vivendo il ritorno a casa in uno di quei pomeriggi degli anni giovanili e all’improvviso sentì che la schiena gli faceva molto male e che solo grazie all’aiuto di quel bastone raccolto da terra il suo corpo non cedeva.

Era sul punto di rassegnarsi e mettersi a camminare verso il pullman ma non lo fece. Ritornò al sentiero, attraversò a fatica quel tratto così inselvatichito che delimitava la strada e, a poco a poco, si andò avvicinando al luogo in cui la pineta si infittiva, fino a trovare un punto dove l’accesso al bosco fosse più facile. Percorse il bosco lentamente, fino a trovare questa piccola radura tra i pini, e si è seduto prima di distendersi di schiena. Ha visto calare la notte, apparire le stelle. Ha deciso di rimanere qui, senza sapere molto bene perché, forse sperando nel miracolo di recuperare quel tempo così vivo nella sua memoria, così vivo che non può accettare che sia svanito del tutto.

About The Author