Dic 11

“Un amore senza fine”: il delirio dell’amore ai confini della sanità mentale

(di GIULIA MORMINO)


“Ho avuto l’idea generale di Un amore senza fine intorno ai 22 anni, anche se ‘idea’ non è la parola giusta – avevo la vaga intuizione che avrei potuto scrivere bene di un certo tipo di attaccamento. Volevo basare la mia storia su certi episodi della mia vita, in particolare su quando il padre della ragazza con cui stavo a 17 anni mi aveva detto di stare lontano da lei e dalla sua famiglia per 30 giorni. Guardandomi indietro adesso, trovo sorprendente e divertente il fatto che mi agitassi tanto per una cosa che è in realtà un piuttosto insignificante e banale intervento da parte dei genitori. Quando mi sono messo a scriverlo, il romanzo aveva sempre meno e meno e meno e meno somiglianze con qualsiasi cosa mi fosse successa nella vita reale. Una volta finito, il romanzo aveva perso ogni somiglianza con la mia biografia era sempre più un prodotto della mia immaginazione piuttosto che della mia memoria”.


Questo è quello che afferma Scott Spencer, riguardo alla genesi di Un amore senza fine. Se la storia prende le mosse da episodi reali della vita dello scrittore, poi, però, la fantasia sembra dominare ogni pagina, quasi a sopraffare e oscurare ogni pretesa di affinità con la realtà degli eventi accaduti.


Best-seller internazionale da oltre 2 milioni di copie vendute, tradotto in 20 lingue, candidato al National Book Award e inserito nei migliori libri di quell’anno dal New York Times, Un amore senza fine è la storia di un’ossessione cerebrale, amorosa, fisica narrata dal protagonista. Da questo romanzo considerato, ormai, un classico della letteratura nordamericana del ‘900 e pubblicato nel 1979, sono state tratte due trasposizioni cinematografiche, per nulla osannate dalla critica, di cui una di Zeffirelli più fedele alla evoluzione della vicenda così come narrata.


Nella coralità dei personaggi spicca il rapporto tra i due protagonisti, David e Jade, due diciasettenni che vivono un rapporto intenso, folle, drammatico, vorticoso, un “amore adulto” (sebbene molto giovani) in quel bivio naturale della vita tra adolescenza e maturità. La storia è narrata in retrospettiva, dal punto di vista del protagonista, che ripercorre i fatti accaduti in un arco temporale di un decennio che va dal 1967 al 1977 (il romanzo si apre, infatti, con lui che ha 17 anni e si chiude sempre con lui che ne ha quasi 28). Ampio spazio viene dato all’aspetto psicologico e carnale, anche se il fil Rouge di tutta la storia è il ricordo del passato, che porta David a una sorta di delirio ai confini della sanità mentale: “Non esisteva dolore che potesse paragonarsi al vuoto della separazione, nessun tormento poteva somigliare all’irrealtà del non essere insieme” (pag. 433).


Presentando il protagonista come vittima e carnefice di sé stesso e delle sue contorsioni psicologiche, lo scrittore statunitense pone drammaticamente in risalto l’ineluttabile lotta dell’uomo contro il destino avverso. Come una spirale cieca e distruttiva l’idea di amore finisce col trasformarsi in ossessione, il ricordo di Jade, di quello che hanno vissuto, la separazione da lei diventa per il protagonista una malattia, pensiero fisso e costante in cui ostinazione, testardaggine e nostalgia, si mischiano in un connubio di mefistofelica strategia e pulsione istintuale fino a intrappolarlo nel vortice di un passato che ritorna o meglio che lui fa tornare a tutti i costi:“Se l’amore senza fine era un sogno, allora tutti noi lo condividevamo, ancor di più di quanto potessimo condividere il sogno d’essere immortali o di riuscire a viaggiare nel tempo, e se qualcosa mi differenziava da tutti gli altri non erano i miei impulsi bensì la mia testardaggine, la mia disponibilità di portare il sogno oltre quei limiti che erano stati concordati come ragionevoli, a dichiarare che quel sogno non era un delirio della mente ma una realtà altrettanto tangibile dell’altra più tenue, più infelice illusione che chiamiamo vita quotidiana” (pag. 228).

Dalla penna di Spencer viene fuori la descrizione di un amore che, nonostante la lontananza fisica e gli anni trascorsi, sembra non sbiadire nella memoria, non essere, dunque, destinato all’oblio, almeno per David, che rimane ancorato al ricordo di un passato che vuole far tornare a tutti i costi; mentre Jade va avanti, fa altre esperienze: “Non sai chi sono disse infine Jade. Mi ricordi e basta (…). Tu hai fatto di tutto per tenerti aggrappato a ciò che abbiamo avuto, io invece ho lasciato andare. Ed è una di quelle cose che quando le lasci cadere non rimbalzano su, cadono e basta, cadono sempre più in basso” (pag. 391).


Attraverso la voce narrante del protagonista l’autore, pone l’accento sulla patologica carnalità, che permea l’intero romanzo. L’attrazione fisica tra i due protagonisti sembra poter vincere su tutto; inghiottiti dal vortice della passione che nessuno comprende (a parte pochi membri della famiglia) quando sono insieme, sembrano essere inscalfibili, attraversano e superano ogni difficoltà, vivono in simbiosi, si estraniano dal resto del mondo: “Bastarono sei mesi con Jade perché mi ritrovassi virtualmente senza amici… il mio mondo fu soltanto Jade e la sua famiglia” (pag. 460). Quando qualcuno s’intromette tra loro inizia la discesa verso il baratro. Ed è proprio qua che emerge il contrasto tra sessualità e razionalità, in un’eterna contrapposizione tra quello che l’istinto e la passione comandano e quello che il cervello impone di non fare.


“Non penso che qualcuno possa capire il cosiddetto ‘amore adulto’ senza riconoscere le sue radici nelle nostre precedenti relazioni. Ma questo ci porta alla domanda: è questa veramente una storia d’amore? Molti lettori – come i registi che hanno frainteso il significato della storia e hanno provato a trasformarla in un dolce film romantico – credono che Un amore senza fine sia una storia d’amore, scritta nell’appassionato ricordo di una passione giovanile. Non desidero discutere con i critici e i lettori che hanno amato il mio libro, ma penso che a una lettura più attenta di Un amore senza fine si riveli un libro principalmente sull’Eros, che è un po’ diverso dall’amore.” (Scott Spencer intervistato da Natalia La Terza, per Minima&Moralia).


Va detto, inoltre, che gli anni Settanta sono anni di profondo mutamento, trasformazione, disordini, in cui determinati tabù vengono esplicitati; risulta, quindi comprensibile la scelta di offrire un protagonismo assoluto alla sessualità che Scott amplifica offrendoci al contempo un ritratto psicologico del protagonista, trattando, si può dire, in egual misura sia la sfera psicologica che quella sessuale.
Le pagine del romanzo si caricano di un eros tormentato, complesso da gestire per il protagonista che Spencer fa emergere attraverso una prosa limpida e controllata, laddove alla crudezza di certa fisicità fa da contro-canto il lirismo raffinato di certi momenti sublimati dalla suggestione del ricordo. Le tematiche delicate e forti quali la sessualità, l’uso di droghe, il difficile rapporto genitori-figli, la follia pur trattate con la loro intrinseca tragicità non assestano il romanzo sul senso dell’angoscia. Ne consegue – anche per la costruzione del testo – un’assoluta fluidità e un’estrema scorrevolezza di lettura difficilmente immaginabile per gli argomenti trattati. La voce del protagonista spicca all’interno di una coralità che ben si delinea lungo le pagine che compongono il romanzo, in cui si alternano al racconto, narrato (a ritroso) in prima persona da David, interpolazioni di lettere degli altri personaggi. Una struttura oltremodo semplice, lineare che non crea confusione nel lettore ma riesce a dare una panoramica estremamente chiara e minuziosa di tutta la storia.


Altro elemento da notare è la dimensione temporale che Spencer usa come elemento divisorio tra i due amanti; si delinea infatti una contrapposizione netta tra il presente e il futuro impersonati da Jade (metafora di mutamento) che va avanti, e David che incarna il passato, la staticità, l’immobilità in una lotta in cui il finale risulta pressoché scontato. Ed è proprio il ricordo di quello che erano e di quello che avevano vissuto ad alimentare e a tenere viva la passione in David, che lui chiama amore. Un amore-ossessione forte e folle, totalizzante, che annichilisce soltanto lui però, al punto che quando i due – dopo un ritorno più consapevole e maturo – si separano per la seconda volta e ognuno va avanti per la propria strada, l’immagine del volto di Jade continua a permanere, in ogni luogo, in ogni dove.
“E adesso per l’ultima volta, Jade, non m’importa né domando se sia pazzia: io vedo il tuo volto, ti vedo, ti vedo, in ogni posto ti vedo.” (pag. 581)

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