Giu 27

“Amori sospesi” di Alberto Asor Rosa

(di MARIA BUCOLO)

Dieci cortometraggi narrativi di vario respiro, racchiusi tra un prologo: La prima volta, e un epilogo: L’ultima volta, a tracciare un cerchio immaginario che li abbraccia e ne custodisce il tema multiplo: il tempo, la memoria, l’amore, la morte. Alberto Asor Rosa anche in questa prova letteraria svela la sua abilità narrativa attraverso un uso sapiente delle tecniche di narrazione e del linguaggio.
Il tempo rimanda a un tardo Novecento solo accennato (19…), gli spazi sono quelli familiari di una scuola, di una trattoria, di una casa, della spiaggia e del mare.
Un narratore onnisciente si diverte a giocare con la durata della storia ricorrendo a frequenti prolessi (anticipazioni), analessi (lunghi flash-back) ed ellissi (sommari) che gli garantiscono un totale controllo sugli eventi.
I personaggi hanno età diverse – dalla fanciullezza di Emanuele, all’adolescenza di Enrico, all’età adulta di Emilio sino alla maturità professionale e anagrafica di Trippoli e di un Vecchione.
Lo sguardo trasversale del narratore li osserva dall’alto e dall’interno, li seziona uno a uno e coglie, nell’ordinarietà della loro esistenza, le debolezze.
Il lettore a fine lettura rimane quasi turbato da una personale impotenza a suggerire una via di fuga che possa attenuare le conseguenze di scelte sbagliate. Che poi, di scelte vere e proprie non si tratta, bensì di inatteso che piomba sulla traiettoria del loro quotidiano come un diabolico scambio ferroviario e ne devia il corso.
I temi del tempo, dell’amore, della memoria e della morte sono presenti in ogni episodio, misurati diversamente a seconda dell’esito che l’autore vuole dare alle vicende, ma su tutti incombe il senso della perdita.
Quando giovinezza e vecchiaia si incontrano in un possibile dialogo, si tratta in realtà di un’interazione apparente: la vecchiaia resta giustapposta, posta accanto alla giovinezza. A chi non ha più tempo non resta che mirarla, sospirando, placando il demone del desiderio ancora vivo.
Yasunari Kawabata, scrittore nipponico premio Nobel per la letteratura nel 1968, affronta il dramma del desiderio nel corpo di un vecchio introducendo il lettore nelle atmosfere di una casa giapponese d’anni sessanta, a osservare figure di giovani prostitute addormentate di fianco ad anziani clienti. Ad uno in particolare, ancora attivo sessualmente. E come quest’uomo, protagonista del romanzo La casa delle belle addormentate, rimpiange la sua vita sentimentale trascorsa e recrimina sulla sua decadenza fisica, allo stesso modo vari personaggi di Asor Rosa si ritrovano vicino a corpi e voci in giovane età senza la possibilità di declinare in fisico un desiderio che resterà sempre, loro malgrado, solo sospirato. Chi cade nei femminili inganni di una consapevole Circe e riesce a goderne la carnalità, resterà vittima del suo cedimento, senza sconto di pena alcuno.
Gli uomini di Asor Rosa non sono mai all’altezza della situazione, non trovano il linguaggio adatto, la corretta chiave d’accesso alle cose. Si accasciano, arrendevoli, su consunte sedie di lidi marini dai nomi spietatamente ossimorici – Mare Bello -, o rientrano in una esistenza puramente autoconservativa, oppure tentano un volo nel vuoto nella speranza di essere sollevati dal dorso di oche magiche di certa fanciullesca narrativa.
Il narratore onnisciente irrompe, agghiacciante, manifestandosi nell’attimo di vita finale di uno dei protagonisti: “Si soffermò, per un fulmineo istante di vita su questo pensiero, ma era troppo tardi per approfondirlo”.
L’inatteso non perdona nemmeno chi, figlio di contadini da generazioni, azzarda pericolose inversioni genetiche ammaliato dall’arte, dalla cultura, da una retribuzione certa: il boia si presenterà a lui sotto le fattezze di una piccola donna avvolta nel suo “grembiule nero e regolamentare che impediva di raccogliere ulteriori informazioni sulla sua figura”.
Il rovinoso crollo da un Olimpo atemporale e aspaziale, dove le passioni, gli amori, la ragione esistevano puri e infiniti, e lo scontro con il desiderio terreno, fisico, hanno un prezzo: il limite e la fine. E non si torna indietro: “inevitabilmente accade questo e quest’altro, non c’è niente da fare, chi imbocca quella strada non può sperare salvezza, non ha altro scampo che ricoverarsi anzitempo nell’Ade”.
Immediato il rimando all’immagine del vecchio professore viscontiano protagonista del lungometraggio Gruppo di famiglia in un interno. La sua frase sconsolata: “le aquile volano da sole”, pronunciata davanti a commensali rumorosi che non condividono la sua solitudine, altro non è che l’ultimo baluardo di una vita d’arte solitaria e immune al dolore. Una solitudine che, una volta ceduta in cambio di un confronto con le relazioni umane, condanna a un non ritorno. Come il vecchio professore viscontiano, così il nostro pingue professore di greco e latino, che ha osato ribellarsi alla religione dell’ostrica per imporre il suo essere individuo, davanti ad un amore tardivo si arrende al tempo: “dolorosa, affliggente, incombe, sopraggiunge la vecchiaia… la vecchiaia (ripetè due volte, quasi che quel termine avesse un rilievo particolare per lui)”.
Con un interrogativo retorico il narratore ammicca a un esempio d’alta letteratura: “Chissà se (il professor Trippoli) sapeva che un’esperienza del genere era già capitata a un grande scrittore suo contemporaneo?”
Che sia il professore Gustav Von Aschenbach di Morte a Venezia? Il professore, dopo aver dedicato l’intera sua esistenza alla propria arte, anch’egli in maniera quanto mai disciplinata e metodica fino al limite dell’ascesi, crolla penosamente davanti alla spietata bellezza dell’adolescente Tazio, pensiero ossessivo, incarnazione di una svanita gioventù (e di altro).
E come il professore d’oltralpe si accascia sulla sedia in una spiaggia del lido veneziano, appena in tempo per intercettare l’ultimo gesto di Tazio che gli indica l’orizzonte, così accade al professore di Asor Rosa: “L’occhio a palla, dietro le lenti grigiastre appese sull’ultimo centimetro di naso, la fronte aggrottata, il labbro inferiore pendulo, si protendeva verso quell’immagine, che gli aveva donato miracolosamente la vita, dopo sessant’anni di attesa, e quasi istantaneamente, gliel’aveva tolta. Un amore arrivato così tardi… e andato via così presto: quale terribile connessione”.
Da questo trono di morte: “ELPIS!- fece in tempo a pronunziare dentro di sé (…), prima che l’ ”umido timore” lo puntasse fino al cuore e le tenebre si richiudessero su di lui”.
Lo scrittore affronta il tema del sesso carnale – il sesso, la forma più terrena della divinità! – con particolare resa nell’ultimo racconto a chiusura della silloge, e lo inserisce, con calcolo luciferino, nella vita del non credente Enrico.
La mortifera epifania fuoriesce improvvisa dalla bocca di una giovane Elvira che… ride. Ride di lui: “Era come se tutto questo – tutto questo insondabile, sconfinato privilegio – dipendesse da quella risata che un giorno lui, senza per niente volerlo, anzi!, aveva fatto brillare negli occhi e sulla bocca di lei”.
Da quel momento Enrico capisce che si sarebbe confrontato con una forza più grande della sua. L’elemento del riso sovvertitore – qui declinato anche in sorriso compassionevole – scardina ogni suo ordine precostituito, si fa rivoluzionario, dissacrante. Diventa una sorta di bisturi che tra le certezze di Enrico trova il pertugio adatto in cui insinuarsi e allargare la ferita sino al dissanguamento e risalire su, su, a lambire il racconto d’apertura: una catarsi finale che tutto purifica.
Il linguaggio adottato dall’autore resta ricercato e controllatissimo per tutta la durata della scrittura, sia nella scelta lessicale, sia nella costruzione sintattica.
Tuttavia, di frequente la scelta lessicale appare eccessivamente forbita e va ad appesantire una lettura che meriterebbe di scorrere lieve, senza frequenti rallentamenti che spostano l’attenzione dal contesto – le vicende, lo spazio, il tempo – al codice – il linguaggio – e trasformano il testo in esercizio metalinguistico il quale, seppur affascinante, va ad oscurare i personaggi e ad esaltare l’autore, che si fa autoreferenziale.
In sole due occasioni il linguaggio abdica in favore di disfemismi: nel sostantivo vecchione – Il vecchione e la bella fanciulla-e nella frase “un po’ interdetto e un po’ incazzato” – ibidem – , forse a voler conferire al protagonista, che resterà vecchione per tutta la durata del racconto, una vetustà e una saggezza consone all’epilogo della sua vicenda.
E solo in un’occasione la cristallina costruzione sintattica vacilla: “Perché sua madre non veniva anche lei?” – La prima volta-: qui l’ordine sintattico appare stravolto in virtù di una intenzione più comunicativa. Perché questa disobbedienza? Ci piace pensare che sia così perché il protagonista è un bambino, Emanuele, che deve ancora costruirselo, il mortifero ordine cristallino in cui già vivono gli altri suoi compagni di silloge.

Amori sospesi (Einaudi, 2017) sono dieci tentativi di contatto tra mani che sfilano senza toccarsi veramente, un gioco crudele in una Agorà di giacomettiana memoria. Dal confronto con il desiderio e la contemporaneità escono tutti perdenti, e le conseguenze sono infinite, in termini di rimpianti, di interrogativi, di insonnie.
Soltanto uno tra i protagonisti della raccolta riesce a sovvertire l’ordine del tempo e a credersi vincente: Cinzio – Il ritorno -, ex assicuratore in pensione giunto al sessantottesimo compleanno e che si regala, suo malgrado, un ritorno. E’ un ritorno alle origini confortante, fatto di carezze di madre e di vita ancora da vivere, ma al caro prezzo di non esserne consapevole: “Si capiva che contemplava qualcosa che finalmente, finalmente!, s’era compiuta e gli era apparsa, un quadro ormai senza più errori, né imperfezioni di sorta. Arrotondò la bocca, gonfiò le guance, sorrise perdutamente, e pronunciò piano ma fermo: -Mamma!- ”.
Resta Adele, che esulta, leggera, dopo un lunghissimo matrimonio di noiosa perfezione: “ Chissà che ora, e sia pure per un tempo infinitamente breve, non mi riesca di essere sola, e da sola quello che sono… o magari anche soltanto quello che avrei voluto essere…”. –Sessantacinque. Lei, pronta a vivere. Ma ultraottantenne.
Allora, perché leggere questi racconti? Perché angosciarsi davanti ai fallimenti di un professore di lettere classiche, di un avvocato privo di genio avvocatesco, di un vecchio che il narratore nemmeno battezza con un nome proprio? Per giunta col rischio – reale – di una corrispondenza di funesti sensi tra noi lettori e loro? Forse perché, attraverso di essi, l’autore ci pone davanti ad un bivio: o soccombere alla nevrosi di scelte/amori lasciati sospesi, oppure farne materia di riflessione e racconto.
Quest’ultima, in fin dei conti, è l’unica scelta che ci appartiene.

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