Feb 19

“Etere divino” di Giuseppe Genna e Andra Gentile

(di ALBA CASTELLO)

Etere Divino (Il Saggiatore, Milano 2015) è il titolo del suggestivo romanzo scritto a quattro mani da Giuseppe Genna e Andrea Gentile, una prosa imprevedibile e lirica, orchestrata attorno a una coerente ricerca di “rinnovamento”, “disarticolazione”, “demolizione”, come gli autori stessi dichiarano nell’Avvertimento finale al lettore, chiave meta-letteraria dell’intera opera:

Squartamento del linguaggio e del senso della scrittura scenica (decomposizione cartacea-orale-musicale del testo).
Disarticolazione del discorso succubo del significante.
Togliere di scena (contro la confezione culturale della messa in…).
Demolizione della finzione scenica dalla identità immedesimata o delazione epica «straniata» della voce interna re-citante che si preclude l’infinità dei doppi, all’arredamento e al dettaglio dell’ambientazione come rovello della messinpiega.
Rinnovamento radicale del poema sinfonico (s)drammatizzato.
La voce interna come non ricordo del morto orale pre-scritto.
Superamento della lingua degli angeli.
La sospensione del tragico.
Facemmo così. [pos 1526]

La trama, svuotata di qualsiasi rilevanza, è quasi del tutto assente. Le coordinate spazio-temporali sono completamente scardinate. Il protagonista del romanzo, dal quale esso prende il titolo, è un personaggio destrutturato e multiplo, una presenza costante a partire dalla quale prendono forma considerazioni, domande, digressioni. Ma, sebbene egli rivesta un ruolo centrale nella narrazione, l’attesa di qualunque sua esaustiva rappresentazione è destinata a rimanere frustrata. Ogni sua descrizione si rivela, al fine, una farsa, la raffigurazione di ciò che Etere Divino non è:

I suoi riccioli etruschi, i capelli tutto sommato corti, la mascella che sarebbe prodiga ed è soltanto un osso mandibolare impari e mediano, il collo rassicurante, le mani intasca nei jeans e il golf di una buona famiglia, i cui ricordi sono smarriti in un ciclo di eventi remoto o, sia pure attuale, sconosciuto ai più: ecco, questo non è Etere divino. [pos 343]

Etere Divino è un dio blasfemo e terreno, un’ironica reincarnazione sovrumana, un bambino ancora inconsapevole e dispettoso, un infante che si accinge, ad un tempo, alla morte e alla rinascita e la cui figura ricorda – nella sua più tragica declinazione – il protagonista di un’altra opera di Genna: Alfredino (Dies Irae, Mondadori, Milano 2014). Apparentemente personaggio totale e unico egli rimane, in realtà, inafferrabile e sfuggente. Prendendo le mosse dalla delirante e metamorfica parabola esperienziale del protagonista, prima presentato come “Etere Divino ilare” e poi come “Etere Divino tragico” (titoli di due macro-sezioni), gli autori si addentrano nelle tortuose vie di una riflessione sull’uomo, sull’oggi, sulla guerra, sul segreto della vita e della morte nelle sue forme più varie, umana, vegetale, animale, ultrasensibile.

Genna e Gentile, dunque, decostruiscono e svuotano di significato ogni palinsesto del romanzo tradizionale: la trama, i personaggi, lo spazio e il tempo. Non pare neppure necessario seguire l’ordine della narrazione ma, come suggerito in nota, si potrebbe anche optare per una tozziana (F. Tozzi, Come leggo io) e non lineare lettura del testo:

Lo ripetiamo: se volete andate direttamente alla seconda parte. Si intitola «dopo Etere Divino», ovverosia lì Etere Divino non è più ilare: è tragico. Ciò significa che lì risiede la grande poesia di queste prose, lì il gioco si fa serio, si parla della morte e drammaticamente. Andate lì, andate via. [pos 553]

In un ininterrotto dialogo al lettore, gli autori giocano con le categorie del comico e del tragico, modulando i registri narrativi. Ma, vero motore dell’opera è la parodia. Essa, vivace e arguta, prende di mira alcuni dei grandi classici della nostra letteratura. Un capitolo, ad esempio, ripercorre, in compagnia del personaggio principale del romanzo, le tappe del viaggio dantesco (come si evince già dal titolo: “Etere Divino e la Commedia Divina”), riproponendone versi ed episodi:

Ecco Minosse che orribilmente ringhia. […] Siamo lingue a forma di fiamma. Come storpiato è Maometto, mammina. L’aria è piena di malizia. Due ombre smorte e chiuse. Facciamo dunque ora un più lontano viaggio. Valanghe di ghiaccio e urliamo gelati. Non abbiamo visiere di cristallo. Arrivano i vessilli ma guarda avanti a te. Etere Divino afferma: «Questo è un inferno». Dunque andiamo via. Siamo anime del purgatorio. [pos 704]

Il citazionismo pervade, a diversi livelli e in modo più o meno esplicito, tutta la narrazione. Ma la lingua, che a volte seduce voluttuosamente il lettore con note liriche, altre lo indigna o lo sorprende. La scelta di una terminologia letteraria e il riferimento a Dante, a Leopardi, a Calderón de la Barca, alla mitologia, alla bibbia, si accompagnano, infatti, all’uso di un linguaggio giornalistico e tipico dell’oralità. E proprio in tale contraddizione sembra risiedere una delle note di più fresca attualità del romanzo, specchio del mondo contemporaneo.

Gli autori non cercano di “guidare il lettore” [pos 1465] e, al contrario, lo mettono dinanzi alla necessità di una lenta scoperta. La godibilità del testo può essere tempestiva, ma la penetrazione dei suoi significati, sempre plurimi e soggettivi, non è immediata. La lettura non si risolve mai in un “corteggiamento” delle attese ma si accompagna a una propedeutica condizione di spaesamento dalla quale deriva la riflessione.

Etere Divino è un esempio riuscito di opera sperimentale, in tutte le sue forme, anche nella scelta di una scrittura collettiva, a quattro mani. Dall’incontro della penna e dell’inventiva di Genna e Gentile prende forma una prosa magmatica, plurima e irriverente che si propone come novità nel panorama contemporaneo, contribuisce a ribadire l’estrema vivacizza del romanzo e conferma quella natura ibrida, di continui sconfinamenti, che è essenza stessa del genere.

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