Gen 25

“Pesce di terraferma” 2 di Maurizio Padovano

(di DOMENICA PERRONE)

Torna a dipanarsi, con una scrittura essenziale e incisiva, mossa sapientemente da improvvise coloriture lessicali, il filo dei ricordi del protagonista di Pesce di terra ferma di Maurizio Padovano, il cui secondo volumetto è stato dato alle stampe, nel dicembre 2016, accompagnato dall’espressivo cromatismo dei disegni di Marco Cingolani, per i tipi della raffinata Drago Edizioni.
A rivivere, ancora, “quello che è stato”, nel racconto d’apertura in prima persona, Il colore e le mani, è il ragazzino Nipiolbì che, divenuto adulto e trasformatosi –vien da pensare- in quel linotipista evocato dall’autore nel poetico corsivo metannarrativo del primo volume, cerca di tirare “fuori il senso dalla pozzanghera”, di dare cioè, un’interpretazione della condizione torbida e fangosa in cui ci riduciamo a boccheggiare mentre vorremmo scivolare liberi come i pesci nel mare:

Vogliamo essere pesci, e ci manca il mare. Ci scopriamo pesci di terraferma boccheggianti dentro la pozzanghera del presente attaccati al limo che toglie slancio e incupisce. A sprazzi il mare torna a circondarci: riverberi del passato rendono fluida l’esistenza e la terraferma si fa lontana. (M. Padovano 2015, p. 35)

E un riverbero del passato sono le mani robuste “da primate”, “le mani d’uomo”, del giovane co-protagonista, Tito, il compagno di scuola, che possedeva il dono straordinario della pittura e sapeva mostrare attraverso il disegno e il colore il lato nascosto delle cose. Accanto alla sua figura particolarissima di cui si accorge per fortuna il Maestro Ciccio, affiora alla memoria anche quella di Rosolino, il ragazzino imbattibile nel gioco a dama, ma dal corpo disarmonico e dall’aspetto di “animale ferito”, preso di mira ripetutamente dal branco dei compagni più violenti.
Ciò su cui si appunta l’attenzione di Padovano è infatti -come leggiamo più avanti nell’altro racconto, Sotto una coperta scura– soprattutto “il mistero delle relazioni tra esseri umani e disumani”:

Gli è improvvisamente chiaro, come mai prima, il mistero delle relazioni tra esseri umani e disumani, e ne è sgomento. Senza soluzione di continuità gli si presenta davanti agli occhi una scena sepolta tra le rovine dell’infanzia: è nella spianata enorme davanti alle scuole elementari che ha frequentato da bambino e lì in mezzo, da solo, c’è un bambino che piange. E’ Rosolino, un suo compagno di classe, costantemente soggiogato da crudeltà varie, inflittegli dal branco dei coetanei, perché strabico e perché accusato di avere i pidocchi (p. 86).

Qui, a ricordare l’episodio è Texaco, una nuova personificazione di Nipiolbì così soprannominato da Raja il compagno del cantiere edile dove, studente liceale, è andato a lavorare durante le vacanze estive. Narrato in terza persona da una prospettiva extradiegetica il secondo racconto si ricollega dunque al primo confermando la tensione verso il romanzo già emersa nel volumetto pubblicato nel 2015.
A colpire, come nella edizione precedente, è anche questa volta la compattezza e omogeneità tematico-formale di questi racconti. E ciò conferma che a guidare la scrittura di Padovano è l’esigenza, direbbe Elsa Morante, di dare “intera una propria immagine dell’universo reale”. La scrittrice dell’Isola di Arturo, che così parlava del romanzo rispondendo a un’inchiesta condotta, nel 1959, dalla rivista “Nuovi Argomenti”, aveva peraltro una nozione molto ampia di esso: vi annetteva per esempio il Canzoniere di Petrarca e quello di Saba e naturalmente le raccolte di racconti laddove si compongano “in un’interezza sviluppata e armoniosa”.

Ora che l’autore stia costruendo, quadro dopo quadro, un romanzo di cui i racconti costituiscono i singoli capitoli è ribadito da alcune costanti evidenti: i protagonisti ragazzini e la presenza, ogni volta, fra di essi di Nipiolbì, il tema del male e della crudeltà, gli intermezzi metannarrativi in corsivo che raccordano le prose con pause lirico- meditative.
A dare vigore alla pagina narrativa è senza dubbio l’abbinamento infanzia-adolescenza-male che permette di risalire all’elemento originario da cui questo scaturisce e di sorprenderne la gratuità stupefacente e terrificante. La prospettiva dello sguardo infantile (ovvero di chi vede per la prima volta le cose e se ne meraviglia come non accade agli adulti) produce un rilevante effetto di straniamento. E tuttavia un siffatto punto di vista fondamentale non esclude che la crudeltà appartenga all’infanzia stessa dando verità e profondità a questi racconti. Padovano sa che non basta essere bambini per essere estranei al male, ma che, in tutte le stagioni della vita, occorre sempre un moto di ripulsa individuale per allontanarlo da sé.
Non è un caso dunque che nella bildung dei suoi giovani protagonisti non sia tanto la scoperta della crudeltà che li fa maturare quanto, come ha notato Vincenza D’Agati, la scoperta della possibilità che ci si può opporre ad essa.
Ed è sul rilevamento di questa possibilità che lo scrittore imbastisce una sorta di epica dell’infanzia. Un’epica che genera l’acme del racconto senza tuttavia esaurirne la vasta gamma di significati.
Padovano, come si è detto, è interessato a rappresentare le relazioni umane in cui si imbattono le singole esistenze e la formazione che in rapporto ad esse si compie. Nella rete di relazioni, in cui Nipiolbì-Texaco si viene a trovare, matura e si enuclea, infatti, il colpo di scena.
Attorno ai due amici Tito e Rosolino ritratti con tocco affettuoso e struggente precipita, per esempio, nel primo racconto, lo sdegno e la rivolta contro il sopruso:

Lo sdegno mi investì come una raffica di vento. Mi scagliai contro Baldassarre. Bello fare la testa di cazzo con Rosolino, vero? Gli urlai faccia contro faccia. Baldassarre con uno spintone mi spostò di un paio di metri all’indietro. Che c’entri tu, Nipiolbì? Sapevo bene di non potere nulla contro Baldassarre, ma ero risoluto a provare qualcosa. Qualsiasi cosa. Volevo smuovere il cuneo che si era piantato tra Rosolino e il resto del mondo, scuotere la paralisi che aveva trasformato il mio infelice amico in una landa gerbida (pp. 30-.31).

Così il ragazzino si ritrova, come in Eros e Tanatos, il primo racconto del precedente volumetto, a opporsi per la seconda volta alla violenza:

Le sue parole mi ferivano con chirurgica risonanza e mi portavano indietro nel tempo. Ero già stato in una situazione come quella, e per difendere un cane da un branco di idioti. Avrei fatto di meno per un amico? (p. 32)

La scena della sfida si svolge dopo l’ennesimo scherzo crudele inferto a Rosolino dai compagni prepotenti alle soglie della scuola (e nella campagna assolata dei feroci giochi infantili si era svolta quella ora ricordata dal protagonista), quasi a sottolineare che la crescita, la maturazione più autentica si realizza non nei luoghi deputati alla formazione, ma nella vita vera. Il che non vuol dire sottovalutare, sminuire l’istruzione, l’insegnamento. Padovano è un carismatico docente di Liceo. Non solo. Nella dedica a Natale Tedesco da poco scomparso, che è stato suo professore e amico, si trova un’immediata smentita a una simile lettura e viene semmai vagheggiata una particolare idea di formazione. L’epigrafe tratta dalla poesia Corona di Paul Celan cui si abbina la dedica, inoltre, sembra riassumere il senso di ogni parabola esistenziale, che si apre, si sviluppa e si chiude nella circolarità del tempo: “Sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare/ il tempo fa ritorno nel guscio”. Ogni maturazione, del resto, avviene nel tempo, e la letteratura la potenzia. In questi racconti per esempio la bildung di Texaco si realizza in un intreccio originale tra vita reale, musica e letteratura, ma a offrirgli insegnamenti eccentrici sono i compagni del cantiere edile che gli fanno ascoltare Monk e gli fanno leggere Ginsberg e Bulgakov:

Non avevano nemmeno il doppio della sua età Raja e Gigante, e Texaco provava la sensazione che essi non fossero più vecchi di lui –i suoi genitori lo sembravano di più- ma che fossero antichi, perché scopriva ogni giorno in loro, per un semplice cenno o per un motto di spirito, una densità di esperienze e di conoscenze che non aveva mai constatato in nessuna altra persona, quasi che Raja e Gigante fossero highlanders che avevano vissuto molte più vite di lui, dei suoi genitori, dei suoi insegnanti, di quei piscialetto dei suoi compagni di scuola (p. 55)

Questi pigmalioni sui generis, che si definiscono “cattivi, ma non ignoranti”, parlano di Jazz, di libri veri, di “gente vera, che ci ha messo la vita dentro i libri”. Essi si proclamano cattivi, ma esibiscono subito a bella posta il contrappeso della conoscenza. La cattiveria acquista in loro, con queste avvedute soluzioni retoriche, una diversa valenza, una valenza “politica”, si potrebbe dire. Raja e Gigante sono infatti antifrasticamente cattivi perché smascherano con il loro fare sornione e ironico i calcoli del direttore del cantiere chiedendo il giusto salario della giornata di lavoro da lui furbescamente interrotta a causa dello scirocco. Una rivendicazione questa che per Texaco, chiamato a pronunciarsi, si profila come un “rito di passaggio” a cui gli smaliziati amici vorrebbero far seguire anche un’iniziazione sessuale consegnandolo ad una delle giovani puttane della Cala dopo averlo portato ad un concerto di De Andrè.
Ma è a questo punto che la letteratura si radica nella vita, diviene esperienza. Di fronte al macello del mondo, il ragazzo preso dallo sgomento fa veramente suoi l’Urlo di Allen Ginsberg e la canzone Fiume Sand Creek di De Andrè. L’immagine della “coperta scura”, evocata dal cantautore genovese per il massacro degli indiani d’America avvenuto nel 1864, traduce ed esprime così lo scontento provato di fronte alla disarmante spietatezza del mondo. E allo scrittore, che sa “l’indicibile” che “dentro il cuore si cova”, resta il compito impari, l’assurda pretesa di legare, come recita il corsivo, “le parole alle cose”. E però è pur sempre ad esse che alla fine egli affida lo scandaglio del “mare scuro” che “ci portiamo dentro”.

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