Dic 29

I luoghi della contraddizione. “La ferocia” e i “crime dramas” statunitensi

(di CHIARA GEBBIA)

Palazzi con le facciate rose dal tempo e dall’incuria, vuoti cortili infestati dalle erbacce. Oltre la porta del locale c’era un piazzale dove gli autoarticolati restavano fermi per la notte. Tra un veicolo e l’altro si vedevano i pescherecci sulle acque del molo deserto. Poi grandi lingue rosse e biforcute. Il mare attraversato dai riflessi del petrolchimico (La ferocia, p. 9).

Un paesaggio desolato, spettrale, abitato da presenze fantasmatiche, una natura che tenta di farsi strada tra gli spiragli del cemento e deturpata dall’intervento irrispettoso e consapevole dell’uomo, fanno da sfondo alle vicende de La ferocia (Einaudi, 2014). Bari, luogo genetico vissuto sin dall’infanzia dall’autore, è eletto a baricentro ispiratore e interlocutore polemico. È qui che il racconto si svolge per poi aprirsi allo spettro del Gargano, sventrato dalla trasformazione urbanistico-imprenditoriale. L’aggressione all’ambiente, la trasformazione del paesaggio devastato dall’intreccio di malaffare e morte, infatti, rappresentano un nucleo ideativo fondante dell’invenzione poetica. Il romanzo di Nicola Lagioia non è soltanto la storia di una famiglia di famelici palazzinari mossi da appetiti materiali, è anche il ritratto impietoso di “una terra sulla quale bisognava avere il fegato di chinarsi baciandola a colpi di martello pneumatico”: la Puglia. L’autore offre la propria interpretazione della contingenza storica, epocale, sociale, attraverso descrizioni che diventano vero motore della narrazione. Mai semplicemente referenziale e sostitutiva dell’intervento autoriale diretto, la descrittività si fa “giudicante” per rappresentare quella cementificazione senza fine che ha portato al moltiplicarsi dei non-luoghi nell’Italia di fine Novecento. Il microcosmo barese, così, ha il compito di riflettere la situazione odierna del Meridione e, per estensione, di tutta la penisola italiana.

La descrittività caratterizzante la scrittura di Lagioia si fonda su mezzi traslati: non solo sul protagonismo del luogo, ma anche sulla pervasività delle metafore teriomorfe che costellano il tessuto del romanzo. Esse vengono declinate in vario modo, ora come vere e proprie chiavi di lettura dell’interiorità dei personaggi, ora come apologo esistenziale in cui lo scrittore restituisce, con immagini di forte carica espressiva, in tempi e spazi condensati, il senso d un’epoca:

Un buon numero di pivieri iniziò a precipitare all’improvviso. Morivano in volo. Uno dopo l’altro. La grande mano nera, prima di diventare una mano più piccola, assunse forme assurde che le leggi di natura non contemplano (La ferocia, p. 317).

Nel cortocircuito tra piano storico e piano naturale avviene la constatazione impietosa del deterioramento, volontario e consapevole da parte dell’uomo, delle leggi di natura. La ferocia del titolo, infatti, non è quella del mondo animale, ma è insita nell’essere umano, talmente imbarbarito da essere andato oltre “le prime leggi scolpite nel basalto”. Prendendo in prestito le parole di Tomasi di Lampedusa utilizzate per definire la scrittura joyciana, potremmo affermare che Lagioia “tiene a farci vedere l’uomo delle caverne che emerge ancora da ogni uomo attuale, tanto più orrendo in quanto vestito da uomo civilizzato” (Tomasi di Lampedusa, 2004, p.1248).

È interessante notare che quest’uomo delle caverne, che riaffiora dai meandri più reconditi dell’animo umano ogni qual volta si dà libero sfogo a pulsioni (auto)distruttive come l’istinto di prevaricazione, è al centro di romanzi come La ferocia e di alcune produzioni cinematografiche statunitensi volte a restituire una rappresentazione senza veli e amara di un’antica, ma pur sempre attuale, condizione umana: quella dell’homo homini lupus. La ferocia sembra dialogare, per molti versi, con esse. L’aurea gotica che emana dalle sue pagine avvolgendone i protagonisti, ad esempio, ricorda una dimensione tetra e surreale alla Twin Peaks (1990), il serial drama firmato David Lynch. Anche in questo caso la scaturigine degli avvenimenti è il ritrovamento del corpo di una ragazza nei pressi della cittadina fittizia che dà il titolo alla serie. Inizialmente, per l’agente speciale Dale Cooper sembra un paradiso incontaminato. Intrighi, tradimenti, complotti, società segrete, abusi e omicidi, invece, tratteggiano il volto del paesino che, proprio per la sua natura finzionale, può essere eletto ad allegoria dei mali del mondo. La stessa Laura Palmer, la ragazza assassinata dal volto angelico e ben voluta da tutti, si rivela essere una ragazza sbandata, manipolatrice, che usa il proprio corpo come mezzo per raggiungere i propri fini. Allo stesso modo, Clara Salvemini incarna quella natura ossimorica che la consegna al lettore come vittima e consapevole rappresentazione della corruzione di quel mondo da cui poi tenta di fuggire. Se Twin Peaks è situata tra Stati Uniti e Canada, in un altro suo capolavoro, Cuore Selvaggio (1990), una pellicola che si colloca tra il road movie e la crime story ambientata a New Orleans, David Lynch ha rappresentato il mondo ferino e scabroso del Sud californiano-texano, con quella smisuratezza e carica grottesca che spesso contraddistinguono la sua filmografia. I personaggi, le cui vite oscillano tra la commedia e l’orrore, sembrano talmente caricaturali da sfociare quasi nella macchietta. Una famiglia priva di affetti, rapporti inferociti da alcol, lascivia, droga e l’eco di tematiche ambientali quali l’assottigliamento del buco dell’ozono, accomunano così il romanzo di Nicola Lagioia al lungometraggio statunitense.

Il notturno pugliese che fa da sfondo all’investigazione sui generis di Michele, l’anti-eroe de La ferocia, richiama, inoltre, l’ambiente sconfinato eppur ugualmente “malato” della Louisiana gotica, spettrale, del crime drama True Detective (2014). Scenari rivoltanti e seducenti popolano la scena, magistralmente dipinta dalla sceneggiatura di Nic Pizzolato che, originario proprio della Louisiana, riesce a raffigurare il polveroso stato americano tra zone palustri, rettilinei d’asfalto e un cielo plumbeo che fa sentire il proprio peso sulla terra rendendo l’aria immobile, irrespirabile, anche attraverso lo schermo. Tra i protagonisti risalta un detective altrettanto singolare, Rust, un sociopatico, scollato dalla realtà ma “connesso” al fantasma della figlia che, come Clara per Michele, non rappresenta alcuna presenza soprannaturale. Alla stregua di Michele Salvemini, inoltre, è l’equilibrio fragile della sua mente a guidarlo nelle indagini. Lupo solitario e tormentato, Rust alterna spiccata propensione per l’investigazione a sogni allucinogeni e le sue sentenze nichilistiche rivelano un’ombrosa visione del mondo simile a quella delle pagine de La ferocia:

Credo che la coscienza umana sia un tragico passo falso dell’evoluzione. Siamo troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Siamo creature che non dovrebbero esistere… per le leggi di natura (Episodio 1- Capitolo uno: la lunga luminosa oscurità).

Sia nel caso della TV series statunitense, sia nel romanzo dello scrittore barese, la scaturigine del movimento narrativo è il ritrovamento di un individuo femmineo, vittima sacrificale il cui corpo ricoperto di ecchimosi è il ritratto dei mali che dilaniano la società. Nonostante il travestimento noir, in cui il disvelamento procede con un ritmo incalzante e ricco di digressioni temporali, capiamo subito che il vero scopo dell’investigazione condotta sia da Rust sia da Michele Salvemini non è scoprire l’identità del colpevole, ma scavare nel profondo dell’anima dei protagonisti, mettendone a nudo tutte le molteplici e feroci sfaccettature. Le loro debolezze, ossessioni, inquietudini e i loro vizi si fanno specchio, così, della corruzione di tutto il genere umano.

Attraverso un continuo avvicendarsi dei punti di vista di una folla di personaggi più o meno coinvolti nelle trame imprenditoriali dei Salvemini e attraverso una parola graffiante, cruda, nel romanzo dello scrittore barese si rappresenta, senza mistificazioni, una realtà che affonda nelle ferite profonde della nostra contemporaneità. In un libro “cinematografico” come La ferocia, le cui pagine richiamano quelle di una sceneggiatura, nella rappresentazione del luogo pugliese sembra farsi sentire il peso delle produzioni statunitensi per il piccolo e grande schermo. Come suggerito dello stesso Nicola Lagioia, è come se tutti i Sud del mondo, lontani, forse, solo geograficamente, fossero accomunati da una natura contraddittoria che li rende luoghi “feroci” e che gli permette così di elevarsi a epitome della condizione del mondo intero:

[…] In un certo meridione è come se battesse un secondo cuore (un cuore oscuro, un cuore di tenebra) comune a tutti i Sud del mondo. Alcuni scrittori, poeti, registi, artisti […] lavorano non per restituirne in maniera perfetta la forma (che è annidata nell’ombra) ma almeno quella forma cangiante che è il suo battito. Io sono uno di questi (Interviste credibili #16 Nicola Lagioia: La ferocia, i sogni, la scrittura).

Tale anima ossimorica e “cangiante”, sempre percepita tra oscurità e bellezza, è l’essenza del luogo che gli autori presi in esame cercano di cogliere. Quel saggio antropologico su cosa è l’uomo oggi che è La ferocia e i crime dramas statunitensi, dunque, sembrano essere alimentati da nuclei tematici affini: l’inesorabile constatazione della crisi etica e morale delle coscienze narcotizzate dalle logiche del potere, del denaro e della sessualità, le tare incancrenite di un’umanità vista dal di dentro, nel suo aspetto più carnale e feroce.

Riferimenti bibliografici e sitografici
G. TOMASI DI LAMPEDUSA, Letteratura inglese, James Joyce, in Opere, Mondadori, 2004, p.1248.
Poetarum Silva, Interviste credibili #16 Nicola Lagioia: La ferocia, i sogni, la scrittura, [https://poetarumsilva.com/2014/11/28/interviste-credibili-17-nicola-lagioia-la-ferocia-i-sogni-la-scrittura/], (visitato il 12/11/2016).

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