Dic 25

Ruska Jorjoliani, “La tua presenza è come una città”

(di NATALIA LIBRIZZI)

La tua presenza è come una città è il titolo del primo romanzo di Ruska Jorjoliani, pubblicato nella collana sedicigiugno della casa editrice indipendente palermitana Corrimano Edizioni (dicembre 2015). Ruska Jorjoliani è una scrittrice georgiana naturalizzata italiana: nata a Mestia nel 1985, all’età di 6 anni approda insieme ad altri bambini, dotati come lei del visto turistico della durata di tre mesi, a Palermo in occasione di una campagna lanciata proprio dalla città siciliana per ospitare in famiglia quei protagonisti inermi inconsapevolmente coinvolti nella pulizia etnica che, alla fine dell’Impero sovietico, aveva colpito la Georgia e l’Abcasia. Ruska Jorjoliani non è dunque una migrante strictu sensu, non soltanto perché trova una amministrazione disposta ad accoglierla, ma anche perché trova in chi la ospita la sua seconda famiglia; è così che decide di tornare periodicamente a Palermo, dove si trasferirà nel 2007 per seguire gli studi in Filosofia e dove, due anni dopo, vincerà il suo primo premio letterario, “Mondello giovani Sms-poesia”, per i versi dedicati a Dino Campana.

Una tale combinazione di luoghi, culture e interessi ha alimentato l’ispirazione del romanzo scritto nella lingua d’adozione, ossia l’italiano e ambientato in Russia come è sottolineato dal titolo tratto da un verso della poesia Tu sei qui (1931) di Boris Pasternak. Attraverso allusioni e citazioni esplicite, Ruska Jorjoliani articola un dialogo continuo con la sua tradizione (e memoria) letteraria di origine, rispetto alla quale ha sviluppato – come lei stessa ha dichiarato più volte – un forte senso di appartenenza a partire dalle prime letture fatte da bambina nei momenti di estrema povertà. Tale esperienza ha fatto sì che la Ruska adulta, investisse sul valore della letteratura. Non è un caso che il romanzo sia intessuto di riflessioni metaletterarie e di continui rimandi intertestuali. Ciò concorre a portare alla luce e a rinnovare significati e valori dispersi attraverso un lavoro dialogico di destrutturazione e ricomposizione del racconto. La scrittrice, infatti, reinterpreta per frammenti la letteratura russa scomponendola come tessere di un mosaico che concorrono a declinare con diverse modalità di scrittura la storia di una terra, lungo tutto il Novecento. La lente interpretativa di Ruska, grandissima lettrice, ha colto, infatti, il doppio fondo dell’esistenza russa e ha cercato di ricucirlo insieme: se da un lato esiste la Russia sovietica, ossia una realtà socio-politica lacerante che prolunga i suoi effetti fino ai giorni nostri, dall’altro esiste la Russia della grande letteratura, ossia di una cultura molto più “vecchia” e saggia, dalla quale la scrittrice eredita certi personaggi e certe loro caratteristiche. Figure come quelle dell’ufficiale Pečorin di Un eroe del nostro tempo (1840) di Lermontov o del guerriero àvaro, Chadži-Murat, protagonista dell’omonimo racconto (1912) di Tolstoj, ad esempio, sono una rappresentazione umanamente più ricca rispetto alla immiserita figura del soldato sovietico, che la dittatura ha espropriato della sua umanità. Prende corpo così da una tensione intellettuale e civile una critica della dittatura e della sua costitutiva incompatibilità con la cultura. Le operazioni del regime totalitario sovietico volte a imporre un pensiero unico vengono smascherate dall’autrice, tanto che i quattro bizzarri e surreali interrogatori (rispettivamente ai capitoli V, XIV, XIX e XXIV) altro non sono che spunti di riflessione ironica sulla potenza manipolatoria della comunicazione orientata dal potere autoritario. In questa direzione, sono esemplari le parole pronunciate da Dimitri e rivolte agli allievi, un attimo prima della defenestrazione del quadro di Lenin: “Non ho mai capito cosa ci facesse in mezzo ai grandi scrittori”. L’episodio racconta dell’improvvisa presa di coscienza di Dimitri rispetto al suo vissuto storico, una reazione fondamentale per innescare quel rinnovamento culturale che sia anche “resistenza”, ossia capacità di confrontarsi con la tradizione nella convinzione vichiana e laica che il mondo storico, essendo agito da uomini, soltanto da loro può essere compreso e nella convinzione che non esista storia che non possa essere recuperata in tutte le sue sofferenze e conquiste perché, del resto, come direbbe Said, «L’umanesimo è l’esercizio delle facoltà di ognuno, attraverso il linguaggio, per capire, reinterpretare, cimentarsi con i prodotti della lingua nella storia, in altre lingue e in altre storie» (E.W. Said 20, p. 57).

Leggere La tua presenza è come una città significa, dunque, leggere un romanzo di interrogazione e partecipazione civile attiva e consapevole, in cui però non ci sono né eroi né traditori poiché la Storia, come scrive Dimitri all’amico Viktor dall’esilio, affida “a ognuno il proprio ruolo, e nessuna colpa”. L’obbligata immobilità umana dinnanzi alla volontà della Storia emerge nel corso di tutto il romanzo. Essa viene raccontata attraverso un intreccio costellato da frequenti ellissi che, nonostante interrompano il flusso narrativo, non disorientano il lettore che rimane saldamente ancorato alla trama. Infatti, a variare, oltre ai piani temporali e alle voci narranti, sono pure le forme letterarie: fitti dialoghi si alternano a lettere “scopiazzate dagli svariati epistolari della letteratura russa”; surreali interrogatori si interrompono per dare spazio a fiabe come quella “russa da raccontare ai figli durante una passeggiata all’orto Botanico”, che narra quasi in un racconto a sé la storia di un amore dal sapore mitico. E ancora, inventari, come quello del cassetto di Viktor dove si scoprono un taccuino foderato di pelle nera, una lettera il cui mittente è Dimitri, un inqualificabile disegno a matita, la tessera del Partito comunista dell’Unione Sovietica e la stampa di un manipolo di cosacchi con le spade sguainate, che si traducono in veri e propri elenchi attraverso cui si scoprono effetti, affetti e manie dei protagonisti.

Infatti, il romanzo che racconta l’amicizia tra due ragazzi, Viktor Almasov e Dimitri Florensov, inizia nel secolo scorso ed è in parte ambientata in una piccola cittadina russa di nome Miroslav, e in parte a Mosca. Questa dislocazione verso la grande città offre alla scrittrice la possibilità di costruire, attraverso degli “spazi-evento”, come la Università e i lager, delle imagines agentes utili a fissare nella memoria del lettore particolari episodi carichi di significato, avvenuti lungo un arco temporale che abbraccia quasi tutto il Novecento. Attraverso le vicende che coinvolgono i due protagonisti, assistiamo alla evoluzione di Viktor che diventerà un ingegnere desideroso dell’avvento di un ‘socialismo gentile’:

“Dunque è vero che su quel taccuino scrive le tesi per un nuovo socialismo!? Il ‘socialismo gentile’ forse? Secondo le nostre fonti un giorno lei ha parlato di questa nuova teoria con il barbiere Surin, mentre quello le tagliava i capelli, e poi lo ha ripetuto davanti alla classe di suo figlio, chiamandolo, quella volta, il ‘socialismo della grazia’”. “Ebbene sì, qualche volta mi piace fantasticare”.

E a quella di Dimitri che, invece, diventerà professore di Letteratura russa e, contrario alla causa sovietica, mentre la Rivoluzione incombe, addirittura defenestrerà, di fronte agli occhi increduli dei suoi studenti, il ritratto di Lenin:

Afferrò allora la sedia più vicina, la trascinò e l’addossò alla parete; vi salì e sganciò il ritratto dal chiodo. Scese, andò alla finestra e l’aprì. I ragazzi seguivano attenti ogni sua mossa… con una spinta maldestra fece volare l’immagine di Lenin. Poi richiuse la finestra. Non ho mai capito cosa ci facesse in mezzo ai grandi scrittori, disse, voltandosi ai ragazzi che lo fissavano stupiti.

Il gesto porterà Dimitri a scontare un lungo e buio periodo al confino in Siberia, motivo per cui sarà Viktor, insieme alla consorte Alina e al figlio Saša, a prendersi cura, in casa propria, di Sošanna e Kirill Florensov, rispettivamente moglie e figlio dell’amico professore.

I due bambini, Saša e Kirill, sono i protagonisti dell’altra storia che anima il romanzo: essi cresceranno insieme come fratelli e, come in un eterno ritorno di destini famigliari predeterminati ciascuno dal proprio cognome, rivivranno quella dei loro padri, fino a confondersi. Saša, infatti, in una lettera a Kirill scrive: “a volte mi chiedo se sia così grave figurarsi che ogni tanto la sottile membrana che ci divide si spezzi e i confini tra me, te, Viktor, Dimitri e altri ancora diventino così sfocati da essere indistinguibili”. Non è un caso, allora, che Kirill diventi poeta, esaudendo il desiderio del padre, e che, come lui, consapevole del fatto che alcuni “nascono quasi apposta per essere schiacciati dalle ruote del tempo, che invitano quasi la sorte a stritolarli nella sua morsa”, “non ha mai creduto in nessuna rivoluzione”. Egli, come il padre, sarà esiliato al confino in Siberia, ‘schiacciato dal Tempo’ e dalla Storia. Destino inevitabile, comune anche agli altri personaggi del romanzo. Tuttavia, per Ruska Jorjoliani la ciclicità delle vicende del mondo, destinate a ripetersi eternamente e identicamente, non equivale ad una resa. La campana, sulla quale “vicino al bordo, all’interno, almeno cinque secoli prima, qualcuno aveva scritto: Se esisti, sentirai la mia voce. Se non esisti, saranno le bestie a sentirmi. Ti prego, esisti“, potrebbe essere il simbolo di una preghiera umana a un Dio, non esplicitamente invocato, perché non lasci soli gli uomini tra gli uomini, divenuti ormai sempre più simili alle bestie.


Bibliografia
E.W. Said, Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni, trad. a c. di Monica Fiorini, p. 57.

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