Dic 13

Alessandro Zaccuri, “Lo spregio”

(di CATERINA VERBARO) 

L’ultimo romanzo di Alessandro Zaccuri, Lo spregio (Venezia, Marsilio, 2016), ben si presta a una riflessione sulle attuali declinazioni del realismo narrativo. Lontano da tematiche alla moda o da posticce attualizzazioni d’obbligo, del tutto estraneo allo standard linguistico e attanziale di quella che Asor Rosa chiama letteratura-massa, Lo spregio racconta la storia di personaggi tanto marginali quanto forti e definiti nella loro sostanza caratteriale e antropologica: non tipi, quindi, ma veri e propri individui, così determinati da acquisire connotati di realtà, che però nella loro unicità riescono a veicolare messaggi universali.

La storia narrata è ambientata in quegli anni Novanta le cui vicende ne costituiscono lo sfondo storico e culturale: da una parte l’affermazione della Lega Nord, dall’altra le misure legislative e giudiziarie di lotta alla mafia, con lo strumento dei soggiorni obbligati inflitti alle famiglie mafiose in località del Nord Italia. Il racconto ruota intorno all’incontro e allo scontro tra due nuclei familiari, portatori di culture antitetiche eppure sostanzialmente convergenti. Il primo è quello del Moro, proprietario burbero e apparentemente anaffettivo di una trattoria al confine tra Italia e Svizzera, in verità dedito piuttosto a traffici illeciti di contrabbando e sfruttamento della prostituzione, protetti da una rete di complicità che già da sola basterebbe a tratteggiare una provincia tipicamente italiana. Accanto al Moro la moglie Giustina, scolorita e tremebonda figura di beghina capace però alla fine di assumere i tratti superbi della Mater dolorosa, e soprattutto il figlio Angelo, prima adolescente ammaliato dalle gesta del padre e poi giovane ribelle dedito a una sistematica trasgressione. Il secondo nucleo familiare fa capo invece a Don Ciccio, potente boss mafioso sotto le spoglie di un ometto dimesso e scialbo, che governa con perfetto understatement un piccolo clan compatto e arcaico, composto dai suoi quattro figli maschi, che con lui scontano la pena di un soggiorno obbligato al Nord. L’amicizia tra Angelo e Salvo, il minore tra i figli di Don Ciccio, iniziata come un incontro vitale e trasgressivo tra due mondi antitetici – più moderno Salvo, tracotante, mondano e dissipatore, mentre Angelo imparerà in fretta dall’amico a tramutare il proprio stile provinciale e piccolo-borghese in ribalderia e sfrontatezza – costituisce la chiave di volta del romanzo, fino all’epilogo che, ricorrendo alla funzione del capro espiatorio, ricalca lo schema della tragedia classica.

Proprio la tragedia costituisce il dispositivo di genere più prossimo a questo romanzo, e non solo perché il finale ci consegna un esito infausto, ma perché l’intera vicenda è segnata dal topos della Hybris e dall’inesorabile punizione che ne consegue. La declinazione realista del romanzo consiste nell’equilibrio tra la specifica vicenda narrata e il riuso di simbologie che ne dilatano la risonanza e i significati. Due apparati simbolici, relativi alle figure dell’angelo e del confine, ci sembrano di particolare rilevanza nell’economia semantica della storia. Angelo non è solo il nome del ragazzo e quello della scena principale del romanzo, la Trattoria dell’Angelo. L’angelo è soprattutto figurazione contesa tra i due giovani protagonisti, che inscenano nel suo nome un’inconsapevole competizione tra due culture, modernissima e arcaica l’una, laica e nichilista l’altra. Alla cieca e assoluta devozione di Salvo verso l’Arcangelo Michele, patrono guerriero della stirpe e nume della famiglia, Angelo risponde laicamente con un goffo rito di desacralizzazione, traducendo il divino messaggero in un grottesco e postmoderno congegno meccanico e attuando così «lo spregio»:

“E magari ci fosse solo il rispetto!” sbottò Don Ciccio, sbattendo forte le mani aperte sulle cosce divaricate. “Io ti offro un pane e tu non lo prendi, perché pensi che non è buono. Questo è mancare di rispetto. Ma se tu il pane lo prendi, e poi appena io mi volto ci sputi sopra, e lo butti per terra, lo capesti, lo dai ai porci e alle galline, lo lanci ai cani… Questo è lo spregio. E per lo spregio non c’è perdono, che San Michele mi protegga” (p. 99).

Cosicché l’angelo, tramite tra cielo e terra, realizza in questo romanzo la connotazione di portatore dell’impensabile assegnatagli da Rilke – «Ein jeder Engel ist schrecklich», «Ogni angelo è tremendo» – nella Prima Elegia duinese.

Altra e connessa simbologia rintracciabile nel romanzo è quella relativa al confine. L’angelo è infatti a sua volta figurazione del confine tra umano e divino, e dunque esso stesso confine, tramite, mediatore. Ma il confine è presente non solo metaforicamente, poiché tutta la vicenda si svolge lungo la frontiera tra Italia e Svizzera, in più circostanze attraversata dai vari personaggi. Allo stesso modo è insistita la rappresentazione dell’entrare e dell’uscire da case e luoghi vari, segreti (il nascondiglio del contrabbando) o violati (la casa e il giardino del povero Livio Mambrotti, vittima dell’«affettuoso capitalismo di rapina» di Salvo – p. 65). Non a caso il romanzo si chiude con un ultimo attraversamento del confine tra Italia e Svizzera compiuto dal Moro e da Giustina quasi per accogliere quella morte aleggiante fin dall’inizio nella fabula, morte che è essa stessa ulteriore figurazione del confine.

In un romanzo magistralmente giocato sul tema della relazione padre-figlio, non sarà poi casuale l’affollarsi delle tante e intense memorie letterarie e culturali, a partire dallo stesso racconto biblico, a cui rimanda non solo la composizione da Sacra Famiglia (Padre, Madre, Figlio) del nucleo familiare del Moro, ma la scena stessa dell’adozione del neonato, trovato dal padre in «una sera di giugno del 1980» (p. 26):

Il Moro andò a vedere. Il suono non proveniva da un animale, ma da un fagotto abbandonato per terra, al centro dello spiazzo che faceva da parcheggio. L’uomo capì prima ancora di chinarsi. Il neonato smise subito di frignare e lo fissò con gli occhi grigi, trasparenti. Al Moro sembrò che si fossero incontrati […]. “Questo è mio figlio” disse a Giustina. “L’ho trovato per terra, ora chiamo il dottore e gli facciamo scrivere che l’hai partorito tu, in casa […]. Questo è mio figlio, e tu l’hai partorito” (pp. 26-27).

Memoria e tradizione letteraria rivivono in questo romanzo secondo una modalità di riuso tipicamente modernista. Si pensi ad esempio a due grandi modelli primonovecenteschi come Tozzi e Svevo, rievocati nel romanzo di Zaccuri. A Tozzi rimanda infatti la costellazione familiare che ruota attorno alla trattoria, e che tanto ricorda, per caratteri e ruoli, il microcosmo della «Trattoria del pesce azzurro» di Con gli occhi chiusi. Svevo è invece presente nella scoperta citazione di uno dei passi più memorabili della Coscienza di Zeno, lo schiaffo del padre che precede la morte e cristallizza tragicamente la relazione conflittuale tra padre e figlio.

Ma ancora più profondo e connotativo ci appare il ruolo del pensiero di René Girard e della sua teoria del «desiderio mimetico» (cfr. La violenza e il sacro, 1972, e Il capro espiatorio, 1982). Angelo è infatti personaggio mimetico per eccellenza, nei confronti del padre prima e di Salvo poi, e tale suo «desiderio mimetico», com’è teorizzato da Girard, non può che produrre un conflitto insanabile, che richiede il sacrificio di un «capro espiatorio».

Lo spregio appare dunque come un romanzo di inusuale densità di contenuti, riferimenti, significati, stratificati dentro l’apparente linearità della fabula. Ma sarebbe del tutto sbagliato pensarlo come un romanzo ermetico o teorico: al contrario, ad essere perfettamente funzionante è proprio il meccanismo narrativo, avvincente e compatto, stringato e incalzante. È ammirevole in Zaccuri l’opera di rastremazione dei contenuti, l’equilibrio tra rallentamenti ed ellissi narrative, il taglio delle scene che focalizza dettagli e condensa il superfuo, in un’economia del racconto calibrata e sapiente. Il tutto è reso possibile da una lingua rapida, precisa e tagliente, mai anonima e standardizzata, ma nemmeno esibita, sempre impeccabile nella sua funzione di tramite della realtà e mai indugiante nell’intransitività e nell’autocompiacimento. Uno stile piano, che ricorda il noir per la sua fedeltà assoluta ai fatti, ma che immediatamente lo travalica proprio in forza di una densità di contenuti simbolici stratificati nel narrato, tanto da collocare questo romanzo in una posizione di piccolo classico della nostra contemporaneità.

About The Author