Nov 28

La matematica inquieta di Chiara Valerio

(di LAVINIA SPALANCA) 

E che cosa riesci a immaginarti dicendo che delle linee parallele s’intersecano all’infinito? Credo che, se si fosse troppo scrupolosi, la matematica non esisterebbe neppure (R. Musil, I turbamenti del giovane Törless).

Impazienza, assillo del tempo, ansia d’ordine. È questo, secondo Chiara Valerio (Storia umana della matematica, Torino, Einaudi, 2016), lo stimolo d’origine della matematica. Non una fredda elucubrazione ma una passione ardente, che macera le vite degli uomini. Di più: una forma d’immaginazione creatrice «che educa all’invisibile». Umana, troppo umana è dunque la più inventiva tra le “scienze esatte”, quasi quanto la mitologia e il linguaggio onirico, a conferma di quel binomio scienza-letteratura che dall’Ottocento positivista, coi prodromi nel secolo dei Lumi, coniuga ragione e immaginazione, gnoseologia e rêverie, in un’unica ricerca di senso. Storia umana della matematica ha dunque il merito di ricordarci, lungi da pregiudizievoli separazioni, che l’ansia conoscitiva accomuna l’indagine scientifica a quella letteraria, che si configurano pertanto – per usare un’immagine euclidea cara all’autrice – come due universi paralleli destinati ad incontrarsi. Un binomio, quello fra i due mondi, che nel solo Novecento letterario italiano trova in Gozzano entomologo e poeta, in Gadda ingegnere e pasticheur, in Sinisgalli asceta pitagorico e in Primo Levi chimico e artista, e ancora in Zanzotto «botanico delle grammatiche» e in Calvino geometra della scrittura, i suoi interpreti più brillanti. È forse l’attitudine a razionalizzare il discontinuo fluire delle esperienze, a fornire una cornice stabile al magma informe delle nostre conoscenze, e quindi a dare ordine al caos, che spinge questi autori ai confini della scienza. La sobrietà dello spirito analitico funge da antidoto ad ogni facile tentazione estetizzante vincolando, in una sorta di armonia delle sensazioni, tutte le anomalie e dissimmetrie del linguaggio artistico. E anche col libro di Chiara Valerio scienza e letteratura, lungi dal configurarsi come due monadi impenetrabili, si rivelano mondi affini, dalle molteplici interferenze.

A sostanziare questo assioma è la biografia reinventata di sei illustri matematici e fisici – dall’ungherese János Bolyai, assertore di geometrie non euclidee, al tedesco Bernhard Riemann, teorico della geometria ellittica, dal francese Pierre-Simon Laplace, studioso della meccanica celeste, all’italiano Mauro Picone, genio del calcolo, dal russo Lev Landau, innovatore nella meccanica quantistica, a Norbert Wiener, padre della cibernetica. E, naturalmente, a dar corpo alla riflessione dell’autrice è la sua stessa parabola esistenziale, evocata in un sapiente intreccio di biografismo e autobiografismo che conferisce una vena spuria, fortemente ibridata, alla narrazione. Se la matematica, per dirla col lichenologo e poeta Camillo Sbarbaro, è «un mondo che l’uomo si è fabbricato per respirare almeno lì certezza», a giudicare dall’inquietudine stilistica della scrittrice – che inanella digressioni e citazioni in un vertiginoso procedimento analogico – la ricerca scientifica appare tutt’altro che un facile tentativo di sistematizzare il sapere. Piuttosto, essa si rivela un mezzo per generare ipotesi, suscitare ossessioni, porre interrogativi spesso inesplicabili. Aveva ragione Bachelard, chimico e filosofo, che ne La formation de l’esprit scientifique affermava: «la poesia, come la scienza, diventa un campo di studio privilegiato: questa nell’inquietudine impaziente e controllata del perfezionamento epistemologico, quella nel tempo rilassato della meditazione e della rêverie». Una scienza inquieta si profila dunque dalle pagine del libro, che tra ragione e sentimento racconta l’umanità della matematica, la fragilità e fors’anche la solitudine di chi la vive ogni giorno, «la solitudine dei numeri primi» che da Paolo Giordano ci fa risalire indietro a Robert Musil e ai turbamenti del giovane Törless, vinto dall’«inquietante» e «vertiginoso» procedimento matematico: «L’idea dell’irrazionale, dell’immaginario, delle linee che sono parallele ma che all’infinito – e dunque pur sempre da qualche parte – si intersecano, mi inquieta e mi emoziona».

A fare da collante fra le diverse biografie è la tormentosa riflessione sul quinto postulato di Euclide, con la conseguente ipotesi di geometrie non euclidee. Una riflessione che travalica l’indagine scientifica per investire il problema filosofico della verità – e dunque la non coincidenza tra verità e realtà – aprendosi così alla sfera del possibile, quella che dai numeri immaginari approda all’universo infinito. E, da Cartesio a Borges, al suo grande orologiaio. Ossessionato dal «problema delle parallele» – che è poi «il problema dell’esistenza di Dio» – è ad esempio Bolyai, la cui vicenda biografica s’intreccia con quella della stessa autrice. Ad accomunarli è l’intenso rapporto con la figura paterna – altro leitmotif del libro – o più precisamente la «relazione», quella che in linguaggio matematico connette una retta ed un punto assurgendo a metafora dell’essenza umana, una continua relazione, connessione con l’altro. Ma ad assimilare idealmente le due parabole esistenziali è altresì il rimando, metaletterario, a quell’«incubo di variabili meccaniche» che secondo Foster Wallace, autore di Tennis, TV, trigonometria, tornado, è appunto il tennis, il cui scenario ideale è un campo le cui linee bianche risultano del tutto parallele. Un vero e proprio cortocircuito memoriale, di memorie esistenziali e letterarie, muove appunto la narrazione, e sembra quasi che la riflessione scientifica funga da pretesto per la meditazione filosofica, l’intermezzo autobiografico per la speculazione letteraria, in un tentativo di avvicinamento alla verità suprema:

Il problema dell’esistenza di più parallele o nessuna, è il problema dell’esistenza di Dio, più precisamente di un Dio a immagine dell’uomo. Anzi, le parallele sono un esercizio, uno strumento, per raggiungere Dio. O per confutarne l’esistenza (p. 19).

L’universo letterario si fonde e si confonde con quello scientifico allorché la ricerca di un altro matematico – il tedesco Riemann nel cui spazio non euclideo trova un posto privilegiato la sfera –s’incrocia idealmente con l’immaginario antieuclideo a più dimensioni di Flatlandia, il romanzo di Edwin Abbott definito da Manganelli una «favola matematica» (e di geometrie letterarie l’autore di Pinocchio. Un libro parallelo doveva ben intendersi, memore forse di quell’altra rêverie scientifica che è la Botanica parallela di Leo Lionni e di quel trattato di una scienza inesistente che il Manuale di zoologia fantastica di Borges). Tra bidimensionalità e tridimensionalità, Flatlandia apre nuovi orizzonti alla conoscenza che l’autrice, tra interrogazione esistenziale e investigazione febbrile, pone al lettore, convinta assertrice della matematica come «grammatica del mondo». E a corroborare questa ipotesi è una lunga lista di dizionari e biografie, spia di un gusto nomenclatorio a volte un po’ compiaciuto, con cui dar forma all’informe – addirittura all’invisibile – che ogni ricerca matematica presuppone. Anche in questo caso s’infittisce la connessione fra scienza e letteratura, entrambe frutto di una perfetta sinergia fra ragione e immaginazione e, per dirla con Ezio Raimondi, fra «verità» e «analogia», «deduzione serrata» e «concatenazione d’immagini propria del sogno». Su un meccanismo associativo-analogico si fonda del resto la prosa impura della Valerio, prosa a tratti filosofica puntellata da sentenze come questa:

[…] la matematica è un atto di fede fino a un certo punto e la letteratura, per converso, è un atto di fede da un certo punto in poi (p. 47).

Il che significherebbe, a nostro avviso, che se la matematica si fonda su postulati cui bisogna credere a priori, per poi servirsene allo scopo di decifrare un fenomeno, la letteratura, in quanto regno dell’immaginario e del possibile, non può che contemplare l’idea dell’invisibile. Ma anche la matematica, che si fonda su ipotesi, educa gli uomini all’invisibile – come sostiene del resto l’autrice nell’introduzione al libro – concorrendo con la letteratura ad investigare, seppur da punti di vista differenti, il mistero dell’esistenza. Si pensi alla meccanica celeste di Laplace, ai suoi studi sul caso, sul calcolo delle probabilità – e non è peregrino che la sua indagine s’incroci, in un ennesimo rapporto analogico, con quella del matematico e filosofo Pascal, inventore della prima macchina calcolatrice nonché assertore della nullità dell’uomo dinanzi all’infinito. Se la scienza è dunque così lontana ma anche così vicina alla letteratura, allora è possibile che la balistica di Mauro Picone, matematico siciliano assoldato dall’esercito per sventare, coi suoi azzeccati calcoli, i tiri andati a male dell’artiglieria, si avvicini all’armonia geometrica del pittore e matematico Piero della Francesca, al confine fra razionalità ed estetica. Tutto si tiene nel circuito memoriale del libro, tra dissertazioni, squarci di vita familiare – all’insegna dell’intensissimo rapporto col padre – citazioni colte e rimandi all’immaginario pop anni Ottanta – forse a dimostrazione, parafrasando Lev Landau, che la fisica è per tutti o, perlomeno, che la scienza è più umana di quanto non si pensi.

Umana e allo stesso tempo latrice di interrogativi etici, specie quando affronta – si vedano gli studi di Wiener – il rapporto uomo-macchina e la conseguente minaccia di meccanizzazione dell’umanità. La memoria dell’autrice corre analogicamente all’universo di replicanti di Blade Runner, e a tutto quell’immaginario fantascientifico – dal citato Isaac Asimov all’evocato Tim Burton (e si pensi al suo illuminante Franckenweenie) – che deplora la reductio scientifica a mera tecnologia, «forma religiosa» che produce persecuzioni e martiri.

Se la matematica, in quanto ricerca dell’invisibile, è un esercizio d’immaginazione, allora la letteratura si fa prassi diagnostica, quasi tavolo operatorio, allorché l’acutezza analitica dell’autrice si concentra sul suo vissuto familiare – tra una madre inibente e un padre complice – di cui rievoca gesti affettuosi, insegnamenti, sofferenze, tutto nell’impazienza di fermare il tempo:

La matematica nasce perché gli esseri umani hanno bisogno di fermare il tempo […] Per segnare il tempo si sono inventati i numeri, allineare sassolini uno dietro l’altro, annodare un filo, stabilire una connessione […] La matematica nasce quando gli esseri umani si sono inventati il tempo (p.162).

E anche la letteratura, aggiungiamo noi, muove da questa stessa esigenza, un tentativo di esorcizzare la morte e, forse, di penetrare il mistero infinito. La medesima tensione intellettuale lega dunque i due universi in un proficuo interscambio, in un vitale cortocircuito «tra algebra e metafora».

E se nell’ultima combinazione (nell’ultima comunque si cominci) il disegno dovesse rivelare il Verbo assoluto (quello che era nel principio: «nel principio era il Verbo, e il Verbo stava con Dio, e il verbo era Dio») o il volto di Dio? E non si può fare un passo avanti, un passo oltre, un passo oltre l’oltre, e dire che Dio – la Parola, l’Immagine – è ciò che sta alla fine di tutte le combinazioni possibili […] e che bisogna toccare la fine per toccare il principio? (L. Sciascia, Per «Volte Face» di Fabrizio Clerici).

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