Nov 20

Sciascia e la cortina di ferro

Il 20 novembre 2016, ricorre il XXVII anniversario della morte di Leonardo Sciascia. Dopo che per anni la figura dello scrittore siciliano era stata marginalizzata, negli ultimi tempi la ristampa di molte sue opere e la cura con cui sono stati proposti altri suoi scritti inediti o poco noti hanno ridestato l’interesse di critica e lettori per uno degli intellettuali più rappresentativi del nostro Novecento. “Lo specchio di carta” lo ricorda con un articolo di Simone Gatto.

(di SIMONE GATTO)

Le coincidenze dilettavano Leonardo Sciascia. Fedele alla lezione di maestri come Savinio e Borges lo scrittore di Racalmuto amava ripetere: «sono scettico e di conseguenza ritengo che le sole cose che siano sicure, in questo mondo, sono le coincidenze».

Per il narratore, implacabile “inquisitore” di oscure trame criminali, per l’intellettuale, tagliente e battagliero polemista sulle prime pagine dei quotidiani, ma anche per il saggista, raffinato autore di memorabili «cruciverba» letterari, le coincidenze rappresentavano «l’unica scienza certa». Soprattutto nel momento in cui la realtà manifesta resistenze e opacità le coincidenze possono contribuire a rivelarne un’inattesa trasparenza. E così, anche gli avvenimenti in apparenza governati dall’arbitrio del caso finiscono per svelare la loro segreta regola interna. 

Date le premesse ci si potrebbe, allora, chiedere se la coincidenza che tutti gli anni ci induce a celebrare l’anniversario della morte di Sciascia a stretto giro di posta con quello della caduta del muro di Berlino sia solo riconducibile a un banale arbitrio della Storia o non sia piuttosto da esaminare in controluce, magari per mettere in evidenza la trama segreta di rispondenze che lega fatti apparentemente distanti e inconciliabili.

Leonardo Sciascia morì a Palermo la mattina del 20 novembre 1989, pochi giorni prima, il 9 novembre, con la riapertura dei confini fra le due Germanie, grandi masse di cittadini tedesco-orientali avevano cominciato a recarsi in visita all’Ovest, mentre sul muro di Berlino, emblema della guerra fredda, venivano praticate le prime brecce. In pochi giorni l’azione di abbattimento del muro finì per assumere i contorni del rituale simbolico. E così, mentre a Berlino si celebrava il cerimoniale con cui l’Occidente prendeva congedo da una delle stagioni più controverse della sua storia recente, a miglia di chilometri di distanza, in un’abitazione privata di Palermo, si consumava l’agonia dell’intellettuale italiano che con maggiore coerenza aveva contrapposto la pratica mite del dubbio metodico agli eccessi feroci della contrapposizione ideologica. Lo scrittore che dalla pagina iniziale di un libretto delizioso e appassionato come Dalle parti degli infedeli fa capolino con il suo sorriso sornione si sarebbe chiesto: «Ma perché meravigliarci della causalità della casualità, di tutti gli assortimenti, i ritorni, le ripetizioni, le coincidenze, le speculari rispondenze tra realtà e fantasia, le indefettibili circolarità di cui è fitta la vita e ogni vita: se rappresentano – ormai lo sappiamo – il solo ordine possibile?» 

È sorprendente, in effetti, come l’opera di Sciascia si presti a una rilettura complessiva proprio a procedere da questa coincidenza finale, al punto da costituire un inatteso motivo d’interesse il fatto che la sua storia editoriale risulti compresa tra gli estremi cronologici del 1956 e del 1989. Perché se l’89 – come ricordato – è l’anno della caduta del muro e di due libri consapevolmente testamentari e liminari come Una storia semplice e A futura memoria, il ’56, oltre a segnare l’esordio con Le parrocchie di Regalpetra, è soprattutto, sul piano dei grandi eventi internazionali, l’anno dell’occupazione sovietica dell’Ungheria, vale a dire, l’ora in cui il comunismo mostra al mondo il suo volto più crudo e feroce. 

Tutta la storia editoriale di Sciascia, in pratica, resta significativamente compresa tra questi due poli: tra la più plateale manifestazione di ferocia ideologica maturata nel cuore dell’Europa dopo la fine delle dittature fasciste e la repentina e definitiva liquidazione del totalitarismo comunista. In questo senso, persino le parole con cui lo scrittore siciliano apre il suo primo libro risultano emblematiche e straordinariamente precorritrici: «C’è gente cui piace “mettere fuori la bandiera rossa al pianterreno e poi salire sopra per vedere che effetto fa”. Con queste pagine non metto una bandiera rossa al pianterreno: non saprei goderne l’effetto dalla terrazza; né, restando al pianterreno, potrei salutarla con fede».

Sarebbero passati appena due anni e con la raccolta di racconti Gli zii di Sicilia, originariamente pensata come un dittico – La zia d’America e La morte di Stalin – , il racalmutese avrebbe puntualmente denunciato, dall’osservatorio privilegiato dell’isola, le opposte delusioni rappresentate dall’America e dalla Russia. L’immagine di Sciascia, quale emerge con coerenza dai suoi libri, è, del resto, quella di un intellettuale sinceramente liberale alla ricerca per tutta la vita di un ideale punto di convergenza con l’amato-odiato Partito Comunista Italiano. Egli è profondamente consapevole, con l’amico Calvino, che «in Italia il partito comunista s’è assunto, tra i molti altri compiti, anche quello d’un ideale, mai esistito, partito liberale». Anche se poi, a differenza del ligure, fa più fatica a celare la propria insofferenza per gli opportunismi e i calcolati equilibrismi della sua prassi politica. Da questo nodo irrisolto nel rapporto Sciascia-PCI traggono probabilmente origine le numerose occasioni di attrito, di polemica latente o di aperta conflittualità con il partito e con i suoi rappresentanti più in vista. Seguiranno, infatti, negli anni, la scelta di dimettersi dal Consiglio Comunale di Palermo, dove lo scrittore era stato eletto nel ’75 come indipendente, la decisione di presentarsi nelle liste radicali alle elezioni politiche del ’79, la rottura dell’amicizia con Guttuso e l’affaire Berlinguer, all’epoca dei lavori della Commissione d’inchiesta sul caso Moro.

Intellettuale controcorrente, provocatorio e anticonformista, Sciascia non ha mai esitato a manifestare il suo irriducibile disappunto per ogni concezione troppo rigida e vincolante dell’impegno: «se il concetto di “intellettuale organico” significa – e ha significato – che l’intellettuale è “organico” rispetto a un partito politico, allora io sono l’intellettuale più “disorganico” e “inorganico” che possa esistere. Comunque, sono definizioni – organico, disorganico, inorganico – che mi irritano profondamente. Mi fanno pensare al concime. Al concime organico».

Questo, naturalmente, non autorizza a pensare al disimpegno come allo sbocco naturale della sua attività di scrittore. Al contrario, egli poteva affermare con forza: «sento una gran voglia di combattere, di impegnarmi di più, di essere sempre più deciso e intransigente, di mantenere un atteggiamento sempre polemico nei riguardi di qualsiasi potere».

Fino all’ultimo Sciascia è stato coerente con questi propositi. Quando nel 1989 la cortina di ferro che tagliava in due l’Europa si è rapidamente dissolta, polverizzando ad un tempo i rancori e l’odio della contrapposizione ideologica, il più indefettibile apologeta del dialogo faceva forse in tempo a riconoscere negli eventi che avrebbero reso memorabile quell’anno le «circolarità» e le «speculari rispondenze» che regolano ogni vita, l’ordine segreto che governa la «scienza esatta» delle coincidenze.

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