Ott 07

“Atlante degli abiti smessi” di Elvira Seminara

(di BARBARA DISTEFANO)

«L’umanità instupidisce in massa, ma rinsavisce nel dettaglio»: ne è convinta Eleonora, protagonista di Atlante degli abiti smessi, ultimo romanzo di Elvira Seminara. Se un libro intelligente si riconosce da ciò che smuove sul piano dell’immaginario e dell’inconscio collettivo, la scrittrice siciliana spedisce uno scatolone di dettagli alla massa dei lettori e arriva a risvegliare qualcosa. Dettagli come quei «vestiti che hai paura a rimettere, perché quel giorno sei stata così felice», come quelli «che ricordano troppo» o hanno retto i peggiori addii, come quelli «ossessivi» che tendi a rimettere di continuo, o come i vestiti che, invece, «diventano pazzi»: e chi non ne ha uno, di questi che a un certo punto «qualcosa cede o si raggruma, storta»? Categorie di indumenti disparatissime ed estremamente familiari a chiunque, ma impalpabili finché non ti appaiono sulla pagina; tessuti dal volto umano che vengono censisti dalla Seminara, con la trovata narrativa del testamento di una madre alla figlia, in una tassonomia inesausta:

Sto lavorando tutto il giorno a ordinare le voci, tu non sai com’è difficile organizzare la materia, e togliere le maniche dal collo, la realtà dalle fantasie. Seguire un metodo. E poi non ho i vestiti davanti, lavoro di flash, ricostruzioni. […] Ad alcuni piace essere schedati, ad altri no. Si rintanano sotto altri vestiti, nella stessa gruccia, e non li vedi nella memoria. (p. 47)

Quelle contenute in Atlante sono tipologie estendibili all’infinito, ma che alla fine si affacciano sempre su un luogo unico e buio “dove fermentano nascoste le peggiori paure: l’armadio. Nella stagione delle valigie che soppiantano i cambi di stagione e degli scatoloni di libri che rimpiazzano le librerie, al tempo delle vite che ripartono in aeroporto e delle teorizzazioni sui non-luoghi, gli armadi sono luoghissimi, e in fondo lo sono da sempre. Da quando le nonne aprivano i bauli per decidere le sorti dei corredi, al giorno in cui le mamme ci hanno riproposto il vestito di carnevale che indossavano in quella foto in bianco e nero; fino alle zie stufe delle fantasie anni Settanta, che le hanno riposte in un angolo perché oggi potessimo riesumarle, con la scusa del vintage. L’armadio come luogo di trasmissione e di durata, dunque, un antro identitario e relazionale che si lega ai nostri affetti, ma anche alle nostre parti più oscure. Questione, in fondo, certificata da quel termometro che è la lingua, se si pensa a una locuzione come «avere scheletri nell’armadio».

Pochi se non nulli, invece, gli esempi che sviluppano l’idea sul fronte letterario. Il più rilevante è l’esordio narrativo di Annie Ernaux: e cioè il romanzo Gli armadi vuoti, che riprende les armoires vides del titolo da una poesia di Paul Eluard, con allusione ai «falsi tesori» che lì dentro si custodiscono. L’operazione tentata da Elvira Seminara si compie, però, sotto il rimando diretto a Borges: perché ogni armadio è come la biblioteca di Babele, «illimitato e progressivo, inesauribile» (p. 24) e il suo significato si estende man mano, fino a diventare la miniatura di un condominio, di una città e del mondo intero. Ma l’atlante degli scrittori della Seminara si radica soprattutto alle latitudini transalpine di Georges Perec, di cui ritornano l’ambientazione in un condominio parigino – come in La vita istruzioni per l’uso –, una discreta dose di giocoleria, nonché l’ossessione per il catalogo e l’inventario.

A proposito di quest’ultimo punto, va sottolineato che gli abiti smessi dell’autrice siciliana escono dai cassetti Einaudi nello stesso anno della riedizione di un fortunato libro degli anni Novanta: Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura di Francesco Orlando.

Un saggio di critica tematica ancora cucito fra le maglie dello strutturalismo, ma anche una mappatura dell’immaginario narrativo occidentale che riflette su un potere precipuo della letteratura: quello di riassegnare valore agli scarti, agli oggetti abbandonati, ai detriti e alle cose non più funzionali. Questioni attualissime per l’era digitale, che incasella tutto nella categoria dell’obsoleto a velocità centuplicata e ci impone di “smettere l’abito” di continuo. Negli anni dell’accumulo digitale e delle stratificazioni appiattite, quindi, Elvira Seminara censisce e archivia tutto il desueto che teniamo nel cassetto e sforna quella che lei stessa ama definire «un’educazione sedimentaria», una rieducazione ai sedimenti storicizzati e alle distanze temporali e spaziali, ma anche un vaccino contro lo spreco di oggetti e contro gli sprechi di emozioni. Perciò il vademecum che Eleonora scrive per la figlia Corinne acquista in più di un punto il taglio precettistico tipico delle epoche inquiete, che annaspando nel caos, si aggrappano alle regole comportamentali e ai tentativi di ordine e riordino:

La vita complementare ce l’insegna l’armadio. Non rifiutare, Corinne, gli eretici abbinamenti, le piccole violazioni alla norma che offre un armadio intelligente. (p. 87)

Anche quando è tardi, e sei stanca, non abbandonare il vestito a terra, o sul letto. Allargalo e stendilo con dolcezza sulla poltrona, affinché possa riposare. (p. 107)

Pensa a quante mani hanno incontrato le cose, prima di arrivare a te – quelle di chi le ha montate – o incollate, cucite, verniciate – e imballate, spedite consegnate scartate controllate esposte provate ripiegate confezionate vendute comprate regalate possedute buttate – recuperate forse, riamate. Quanti gesti radunati sulle cose, si capisce che smettono un giorno di essere cose, stanche di subire i nostri atti grossolani. E si rompono, spezzano, o spariscono dalla tua vita. Non siamo noi a smarrire le cose, come crediamo – al mare, in strada, nelle case. Sono loro che ci abbandonano, cercando di meglio. Ci vuole pietà, Corinne, per gli oggetti. (p. 174)

La particolarità di Atlante degli abiti smessi consiste, tuttavia, nel fatto di ricostruire, dalla prospettiva di un mondo ormai digitale, l’habitus mentale e i gesti di quello che ormai risulta un periodo storico concluso: e cioè proprio quegli anni Novanta che ispiravano a Orlando il suo lavoro. L’azione è compresa fra il 5 febbraio e il 31 maggio 1992: i tempi ormai lontanissimi dei gettoni e delle cabine telefoniche, delle distanze senza videochiamate e senza conferma di visualizzazione, i tempi in cui lo smarrimento di una donna sola non era confortato dal Gps.

E rispetto ai romanzi precedenti dell’autrice (L’indecenza, Scusate la polvere, La penultima fine del mondo), la Sicilia è scomparsa: la trama si svolge fra Parigi e Firenze, ma resta essenzialmente ancorata alla quotidianità della capitale francese, fatta di cortili, boulangerie e di vedute dall’alto sui parchi.

Particolare, tuttavia, la stessa struttura del testo, scritto in prima persona ma con un cambio di persona: costruito con lettere della madre alla figlia e viceversa, inserti di narrazione parigina e testi poetici interpolati. Anche questi ultimi, si noti, ispirati all’elenco e alla filosofia del catalogo: siano componimenti sulle «cose che tremano», sui «rumori da condominio» o sulle «cose che trovi in balcone». Su tutto, una scrittura che, dovendo mimare in più punti il pensiero volatile annotato su post-it e bigliettini, tende alla frammentazione del post e del tweet, prestandosi potenzialmente anche a (ri)letture anarchiche, ad aperture a casaccio e illuminazioni sparpagliate nell’andirivieni delle stagioni.
Un romanzo, in definitiva, ma pure un atlante, che Eleonora consegna a sé stessa, prima che alla figlia, nel tentativo di orientarsi in mezzo alle cose, dentro le città, ma anche fra gli esseri umani. La prosa di questo libro, infatti, è trascinata da continui procedimenti di personificazione che, nel soliloquio della protagonista, approdano a un vero e proprio giudizio universale. Così, il mondo dei vestiti è fatto di buoni e cattivi, di abiti «troppo sinceri» e «che ti guardano come cani», o – di contro – di indumenti «opportunisti», «parassiti e ingrati». E tuttavia, l’armadio insegna anche a saper leggere i grigi del purgatorio:

Vestiti lasciati in sospeso sbottonati, o con la cerniera a metà, come in attesa di qualcosa – un pezzo d’orlo da ricucire, una cintura da infilare in quei passanti troppo vuoti. Chissà se esiste un paradiso dei vestiti buoni. (p. 107)

Tutte le cose, specialmente domestiche, hanno una piccola epica dentro. Non sempre leggibile, certo, o avvincente, anche perché spesso inintenzionale. Oppure scritta a più mani e disorganica. Insomma richiedono uno sforzo maggiore rispetto ai libri, per questo leggiamo le pagine e non le cose. (p. 81)

Il valore di Atlante degli abiti smessi risiede probabilmente nella delicatezza con cui insegna la pietas per le “cose”: per quegli oggetti che spesso ci sopravvivono e a volte non amiamo abbastanza, quando dovremmo solo riflettere sulla loro resistenza fisica e abbandonarci allo stupore. Un insegnamento che tende a spezzare le barriere fra l’umano e l’inumano e allarga lo sguardo a Oriente, dove non si può fare a meno di pensare a un dialogo fra Elvira Seminara e la figlia Viola Di Grado, cioè a quella che – a detta di Massimo Onofri – sembrerebbe «una parodia familiare dei collettivi letterari alla Wu-Ming».

La delicatezza della Seminara è comunque tutta al femminile e si ricorda puntualmente di quella «genealogia di anime di estrazione floreale» (p. 122) che sarebbero le scrittrici donne: da Elsa Morante a Emily Dickinson, da Virginia Woolf a Silvia Plath, Simone Weil e Georges Sand.  Come ha notato recentemente Michela Murgia parlando di Atlante, lo svantaggio delle donne rispetto agli uomini è quello di non poter uccidere nessun padre: «le donne, per crescere, devono imparare a perdonare la madre». In Atlante degli abiti smessi, una figlia legge che «il perdono è pericoloso, perché crea dipendenza dalla colpa degli altri». Da un armadio, una madre può imparare a non forzare i cassetti sbarrati.

Elvira Seminara, Atlante degli abiti smessi, Torino, Einaudi, 2015, pp. 179, €. 17.00

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