Set 12

“Resistere non serve a niente” di Walter Siti

(di GIOVANNI INZERILLO)

La particolarità del romanzo di Siti, pubblicato nel 2012 e vincitore del Premio Strega nel 2013, è espressa già all’inizio. Resistere non serve a niente si apre con un saggio intitolato La prostituzione percepita, apparso su «Il Foglio» l’anno prima, il 27 maggio 2011, col titolo Il corpo delle scimmie, dove l’autore afferma: «Le riflessioni che seguono si rifaranno soltanto al mondo ricco o comunque benestante, perché la miseria e il bisogno (oltre a pretendere pietà e rispetto) introducono troppo rumore di fondo nella complicata faccenda del corpo e del desiderio».

Particolarità pure espressa nell’incipit vero e proprio, il capitolo intitolato Avviso di sfratto, in cui la dichiarata censura dell’omosessualità, cifra tematica della produzione di Siti («avrei espulso l’erotismo omosessuale dal mio orizzonte letterario») provoca nell’autore una sorta di disagio narrativo («Mi scuso per l’inizio balbettante […] non era questo il romanzo che avevo in testa»). Disagio questo che, pur nei canoni di un postmodernismo linguistico e stilistico quasi esasperato, lungi dall’essere un punto di debolezza, porta Siti non soltanto a ridimensionare la componente autobiografica così peculiare nella trilogia degli esordi (Scuola di nudo del 1994; Un dolore normale del 1999; Troppi paradisi del 2006) e in parte già superata dalla pluralità delle voci degli inquilini protagonisti del Contagio (2008), ma pure ad ampliare orizzonti concettuali che, come si legge nella citazione prima riportata, non riguardano precipuamente la «complicata faccenda del corpo e del desiderio». Sacrificando, in parte, la «sconcertante omonimia» di un protagonista professore che si chiama Walter Siti e tentando una strada ancora più realista («eccomi qua con questo progetto di “narratore onnisciente” che m’ha sempre fatto arrossire»), l’autore passa dalla «autobiografia dei fatti non accaduti» alla biografia, cronologicamente ben scandita dall’infanzia ai trentasette anni, di un noto pentito di mafia di cui, così viene dichiarato nella Nota al testo, ha letto le deposizioni.
Protagonista del romanzo è infatti Tommaso Aricò, un «famoso delinquente» che ha vissuto una giovinezza da obeso emarginato («I suoi veri amici erano il budino Elah e i risotti già pronti») nel disagio non soltanto di un corpo che «parlava contro di lui e lo confinava in serie B» ma pure nel delinquenziale degrado di una famiglia povera. «Dio gigantesco all’origine del mondo» Tommaso cresce tra l’amore di una madre «ingombrante», la venerazione di un padre omicida e l’odio per l’ignoranza che lo spinge a desiderare di stare sopra e non sotto, a ottenere un riscatto sociale per il tramite di una giustizia del tutto personale:

«Tommaso si è autonominato giustiziere ma non immagina una bilancia in cui i pesi siano miracolosamente in equilibrio, piuttosto una ghigliottina con tante teste da mozzare. […] Mi devono garantire la possibilità di allontanarmi dalla miseria e dalla media, verso mete dinamiche e nuovi incroci. Io devo stare sopra e non sotto. […] L’unica cosa che gli importa è mettere più cielo possibile tra il sole del futuro e le proprie radici avvelenate, analfabete».

Con la fine della giovinezza, che coincide con la laurea e l’arresto del padre, comincia la scalata tra i vertici della finanza internazionale, una ascesa sociale che comporta, gioco forza, un irrimediabile abbrutimento umano condizionato da un potere direttamente proporzionale al possesso di denaro, all’esercizio della prepotenza e all’oppressione dei più deboli:

«A Milano ho imparato che opprimere è un piacere, essere primi un imperativo, e che il possesso è l’unica misura del valore. […] La finanza ha surrogato l’obesità nel funzionare come antidoto al senso di colpa, come intercapedine tra sé e i desideri troppo personali; anche il denaro, come il cibo, non racconta che se stesso: è anonimo e non distingue tra buoni e cattivi».

Nell’ottica di un riscatto umano a poco valgono l’amicizia con Folco destinato a soccombere a causa del suo incauto desiderio di emancipazione; la passione per la bellissima Gabry capace, dietro la sua apparente semplicità di modella, di percepire  la meschinità di Tommaso («Sei meschino, pesante e meschino… sei tu che hai paura dei tuoi soldi, non io»); la storia d’amore con Edith, insegnante di latino e aspirante scrittrice, involontario specchio di tutte quelle imperfezioni che il denaro cerca di nascondere («A lei piacciono le imperfezioni e i difetti che è possibile aggiustare e proprio per questo fare sesso con Edith significa riaprire le porte dell’imperfezione. […] Una donna che vuole me, non per i vantaggi materiali che posso offrirle ma per come mi piego allacciandomi le scarpe»). Le tappe della vita di Tommaso sono tutte ben scandite in momenti precisi ma veloci tra chirurgia bariatrica, università, finanza e delinquenza che è come voler dire tra corpo, intelligenza, soldi e potere. Forte di quel riscatto sociale tanto desiderato, Tommaso subisce una impura trasformazione, una deturpazione, una «mutazione antropologica», così citata dall’autore, che ha alterato le fisionomie comportamentali non soltanto del giovane protagonista ma dell’intera umanità. Il fattore che determina tale mutazione non può essere più rintracciabile, o per lo meno non soltanto, in quella borghesizzazione del popolo denunciata da Pasolini negli anni Settanta, né responsabili sono ormai da ritenersi la televisione, l’abolizione della distanza tra centro e periferia e l’alfabetizzazione coatta. La mutazione nel nuovo millennio spinge gli individui a «non rinunciare al potere salvifico del consumo», a considerare il computer e non il pane un bene di prima necessità («La proiezione olografica del denaro emette feromoni che ubriacano le menti digitalizzate») e ha innescato una tecnocrazia in grado di controllare banche e intere Nazioni, capace persino di «rimandare in Parlamento» il cadavere «ricucito e rivestito» di Berlusconi. «La speculazione finanziaria è il nuovo linguaggio» e la «nuova criminalità finanziariocentrica» che ne deriva. Questa criminalità, che ha svuotato di senso e di valore qualsiasi principio democratico e che si fa forte dell’alibi della “utilità pubblica”, non ha certo bisogno di sparatorie, bombe e grandi attentati:

«Quel che ha rimodernato in primo luogo è il rapporto con la politica, intesa non più come uno scambio di protezioni e intimidazioni ma come un progredire insieme verso il futuro. […] Il politico che intrattiene cordiali relazioni con la finanza a background criminale può raccontarselo come un lavorare sinergico per un unico, eterodosso risultato di riformismo strutturale. […] Il labirinto-alibi si chiama “utilità pubblica”, attraverso il mito del “creare valore”. Quale amministratore o ministro negherebbe all’ente che presiede il denaro necessario a realizzare le opere richieste dallo sviluppo? […] Se la passione vale solo per le cifre che movimenta, e crea un baratro economico tra chi la prova e chi la sfrutta, non è già saltato qualunque principio di democrazia?»

Così quel denaro che «può fare le magie, può aprire le montagne, può costruire fontane che buttano latte, può toccare le stelle» è pure in grado, come ha fatto con Tommaso, di «trasformare i buoni in cattivi», di controllare le menti dei più poveri e il corpo dei più deboli, modelle o ragazzine minorenni vendute dai propri padri. Riprendendo l’affermazione di De Sanctis riguardo l’Assommoir di Zola ricordata da Gabriele Iarusso in una sua intervista a Siti, la speculazione finanziaria costringe a «una evoluzione a rovescio, dall’uomo all’animale, dall’ideale umano […] sino all’idiotismo, alla intelligenza cristallizzata, all’essere morale demolito, all’essere fisico incadaverito».
Saturo della lezione del suo illustre predecessore corsaro, di cui va oltre un parziale citazionismo, nel panorama letterario del nuovo millennio con Resistere non serve a niente Siti, probabilmente suo malgrado e pur nella dichiarata parvenza di «nessuna pretesa prescrittiva», finisce col presentarsi quell’unico erede di Pasolini che, a suo dire, nessuno ha voluto essere.

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