Ago 03

“Bambini di ferro” di Viola di Grado

(di GIULIO FERRONI)

Un libro difficile e coltissimo, Bambini di ferro di Viola Di Grado, basato su tutta una serie di dislocazioni: da una parte una lingua italiana di fermo rigore, che ruota intorno agli oggetti, ai gesti e alle sensazioni in modo quasi neutro, con un rastremato dominio della paratassi, e dall’altra una serie di richiami a usi, modalità, termini della lingua giapponese; da una parte il quadro di un mondo distopico in cui si muovono personaggi femminili, in un istituto (l’istituto Gokuraku) che accoglie orfani e bambini in difficoltà, e dall’altra il richiamo a episodi della lontana vita del Buddha Śākysmuni e alle massime del suo pensiero. Mentre il mondo del Buddha viene fissato nella sua reale cronologia, il mondo distopico in cui si muovono i personaggi non ha data: è un presente/ futuro ipertecnologico che sta già scontando il fallimento delle sue programmatiche illusioni, della sua pretesa di programmare l’esistenza, tra slabbrati residui di una contaminata postmodernità e sopravvivenze di antiche modalità di vita. Siamo in un Giappone insieme fantastico e reale (di cui l’autrice conosce molto bene la cultura), dove tra le mura di quell’istituto si sconta la crisi di un modello educativo che ha creduto di sospendere la corporeità del materno, separando la maternità dalla fisicità dei rapporti e affidandola ad una illusoria e frigida tecnologia. La protagonista Yuki Yoshida è una degli issendai, bambini di ferro («i “desideranti”, come le sacre scritture definivano le menti umane composte solo di bīja negativi, rovinate e bisognose», p.65), il cui equilibrio è stato condizionato dagli epaa, Esperimenti Pianificati di Accudimento Artificiale, realizzati attraverso madri tecnologiche, corpi di metallo e di plastica che provvedevano all’educazione attraverso avanzatissimi software variamente configuranti le funzioni dell’io: esperimenti sorti dal proposito di superare la casualità della vita, di rimediare alle distorsioni dell’educazione da parte di genitori impreparati; con programmazione scientifica dello sviluppo delle personalità, mirante alla creazione di una società perfetta e felice (esasperazione di tante illusorie pretese della pedagogia). Tutto questo era crollato per l’irruzione di virus che avevano creato danni sia alle macchine che ai soggetti ad esse affidati: ne erano seguiti smantellamento e rottamazione delle macchine stesse. Sopravvivono comunque frammenti delle madri artificiali, come un dito che Yuki a un certo punto recupera e tiene gelosamente con sé: ma il fallimento dell’esperimento ha creato sofferenza e vuoti affettivi, situazioni da cui si cerca di uscire, in percorsi in cui si affacciano le tracce contraddittorie dell’antica sapienza buddista.

Attraverso le vicende di Yuki, ormai adulta, e l’interesse che ella prova per Sumiko, una bambina che ha perso i genitori in un incidente stradale, si affaccia il richiamo degli affetti autentici e della maternità, l’aprirsi di possibilità d’amore che si riannodano al ritmo segreto della natura, all’adesione buddista al respiro del mondo, all’eterno ritorno che prende vita dalla percezione del nulla. Dalla frana di un gelido mondo metallico e ipertecnologizzato scaturisce una problematica interrogazione sul senso del materno, sul ritmo segreto della natura –  che continua a riproporsi anche quando essa si crede cancellata – , sul ricomporsi della vita nella continuità di un’antica saggezza tesa all’accoglimento del cosmo. Forse sotto il segno buddista del puro svuotarsi dell’esperienza, riannodando principio e fine: e seguendo le contraddizioni e le possibilità della persistenza di quel segno nella tumultuosa vita contemporanea.

Viola Di Grado, Bambini di ferro, La nave di Teseo, 2016, pp.250, €. 18,00

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