Apr 28

“Rilievo del pesce vela” di Massimo Del Pizzo

(di MARIO SECHI)

Rilievo del pesce vela (Ianieri Edizioni, 2015) è, come dice il termine prescelto per il titolo, non figura o forma, o immagine di quella struggente creatura, ma il suo rilievo, un emblema, un cartiglio, forse un grafo. Non fu questo però, nel racconto del marinaio Abel, il modo della sua apparizione, perché esso irruppe – dal cataclisma del cielo e delle acque – come potente e misteriosa epifania, forse il dono estremo degli elementi primi, tra cui per tempi immemorabili si svolse la navigazione della vita:

E’ apparso all’improvviso tra le nuvole. Cercava anche lui un passaggio. Disorientato com’era, ha ingoiato subito l’esca che gli abbiamo lanciato […] E’ sparito, inabissandosi di nuovo tra i nembi, con un volo violento e sonoro […]. L’amo lo teneva saldamente, con ogni probabilità si era attorcigliato intorno al cuore. Il cuore si era dunque fermato, ma il corpo, la coda e la sua nobile vela, vivevano ancora mentre lui cercava il sole che lo aveva abbandonato, l’oceano che lo stava tradendo.

Ora, nel presente della memoria e della scrittura, tutto il tempo sembra trascorso, non rimane che attraccare nell’ultimo porto, sapendo che attorno al vascello si stringerà la realtà piatta della città di pietra e del comune dolore. Prigioniero il vascello, imprigionati i marinai come albatri sulla tolda del mondo, mentre il fossile tuttavia struggente del fantastico pesce volante rimane inciso lì per memoria.

Massimo Del Pizzo sperimenta da tempo con abilità collaudata alcune forme eccentriche di narrazione, tra le poche non del tutto esauste dallo sfruttamento seriale, o dalla parodizzazione al quadrato e al cubo che se ne fa su richiesta di mercato: forme perciò ancora praticabili, con qualche sorprendente residuo d’emozione. Prosa lirica, poemetto in prosa, ricognizione nitida e rigorosa dell’immaginario, autofiction, testualità controllata, finemente segmentata. Con la sua penna sottile egli si accinge, quando tutto sembra accaduto, a svolgere di nuovo a ritroso il percorso di Abel, assegnando al “gemello” Auer il compito di provare a risarcire il dolore della grande perdita, partendo dall’esperienza della morte anonima e normale che ha colpito suo padre, e la cui ombra (la morte del padre) grava su tutti i futuri orfani che popolano la terra.

Reduci renitenti da una patria sconosciuta, liquida e aerea come sentiamo la materia dei sogni, tutti noi aneliamo a compiere per rotte indecifrate il cammino di una salvezza che sia anche espiazione, ma a schiena dritta, e soprattutto senza spreco di effusioni e di pathos. Auer, l’ingegnere non navigante, cercherà di disegnare per noi una nave tanto grande da portare dentro di sé tutto il dolore e tutti i fantasmi e i desideri. Il suo lavoro è però un lavoro mentale, tanto più snervante perché deve slanciarsi in uno spazio e in un tempo possibili ma irreali. Sarà un disegno il suo, un disegno fatto di segni e di parole, che a loro volta mai saranno oggetti né cose, e sarà alla fine il suo uno sguardo lungo e smarrito, gettato sull’orizzonte dalla specola del faro, accanto al guardiano che monitora (e altro non potrebbe né saprebbe fare) il vortice dei tumultuosi tragitti di chi va e chi viene. Nello sforzo di compiere la propria missione, Auer si perde, perché all’improvviso il passato rivissuto, il futuro inventato, la passione della mente e l’angoscia della vita rifluiscono, si confondono e naufragano in una sorta di freudiano “sentimento oceanico”, a cui non resta che cedere, pur rimanendo sospesi in precario equilibrio sul limite dell’ultima pagina scritta.

Non so se il messaggio di Del Pizzo sia un messaggio di resistenza o di sospesa saggezza. Certo non è un messaggio di resa, per il fatto stesso che la sua scrittura insegue ancora e tenacemente il suo senso. E poiché il procedimento della scrittura dice non meno di quanto non dicano i materiali di cui essa si serve, si dovrà attribuire un grande significato all’originalità del suo ritmo, alla tensione accesa e sopita, sopita e riaccesa che la anima, e che investe il lettore come un flusso di sinuosi adescamenti. Nonostante la lentezza di consecuzione dei micro-eventi di cui si compone la storia, l’effetto prevalente è quello di un turbinoso movimento, che sentiamo nostro. A chi legge spetta in questo caso una grande responsabilità, quella di non lasciare solo lo scrittore perché ne va di noi stessi, e spetta più in particolare lo sforzo di riprendere il filo dei suoi e dei nostri pensieri per ritrovarci da qualche parte, chi legge e chi scrive, protagonisti e testimoni di un viaggio che ormai non punta più verso un altrove, perché siamo già giunti forse sull’ultima linea di un confine davvero ignoto, ai bordi del mondo.

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