Mar 03

“Pesce di terraferma” di Maurizio Padovano

(di VINCENZA D’AGATI)

Pesce di terraferma (Drago Edizioni, 2015) è un libro costituito da due unità narrative indipendenti (La cartomante ed Eros e Tanatos) le cui storie, nonostante il mutare dei personaggi e delle vicende, ruotano intorno allo stesso asse: in entrambi i testi, infatti, i giovani protagonisti cercano di acquisire, attraverso un’inquieta ansia gnoseologica, una più matura conoscenza del mondo che li renderà “adulti” in modo repentino. Si tratta pure di un libro che si pone in un’armoniosa linea di continuità rispetto a quell’apologo amaro, La neve dentro, pubblicato nel 2011 per la stessa casa editrice. Non a caso, ad un sguardo sinottico rivolto a tutti e tre i testi, appare innegabile come nell’universo narrativo di Maurizio Padovano prevalga un’indiscussa centralità di un’infanzia che va incontro ad un peculiare percorso iniziatico, fatto di esperienze esistenziali forti e determinanti.

Tali esperienze si concretizzano in talune fondamentali scoperte, spesso dolorose, che i protagonisti fanno e che ne determinano una peculiare Bildung: essa però non è da intendersi in termini tradizionali, poiché siamo ben lontani da quel processo formativo – spesso ideologicamente e pedagogicamente connotato – che conduceva dall’infanzia all’età adulta e che, il più delle volte, mirava ad un corretto inserimento dell’individuo all’interno della società. Dei precedenti più conformi alle scelte di Padovano vanno forse ravvisati in taluni testi della narrativa del nostro Novecento, laddove il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza acquista una sua preminenza non solo in quanto oggetto della narrazione, ma soprattutto perché offre un originalissimo punto di osservazione per interpretare la realtà e coglierne i suoi aspetti più inediti. Da tale esigenza trae vigore un topos letterario assai frequente e dalle molteplici sfaccettature, testimoniato dalla narrativa solariana, da Loria, Vittorini, Bilenchi, Moravia, Calvino e tanti altri. La grande diffusione del tema dell’infanzia, intesa come il luogo originario delle lacerazioni che segnano la vita dell’individuo e colta nel suo difficile passaggio all’età adulta, ipostatizza in tali scrittori la condizione di disagio dell’intellettuale e dà voce alle sue più profonde istanze, sia storiche sia esistenziali.

Anche nella narrativa di Padovano è lecito osservare come i bambini vadano incontro ad una radicale riformulazione della visione del mondo. Più precisamente, essi vivono l’esperienza di una folgorante e traumatica “scoperta” che li rende precocemente adulti e consapevoli di quel “male di vivere” che è parte ineliminabile dell’esistenza umana. L’autore sceglie di mettere a fuoco il momento culminante di un siffatto iter conoscitivo, quello della “scoperta”, e di fotografarne gli effetti che essa sortisce.
Per esempio, nel precedente libro a cui prima si accennava, La neve dentro, Strina, la protagonista, comprende improvvisamente il senso della vita attraverso la scoperta della morte. La vista del cadavere del suo unico amico, Ascenzio, ne fa una creatura prematuramente edotta, le apre lo scenario di una perdita definitiva e le conferisce un tale grado di cognizione della realtà per cui ”si convince che a scuola non andrà più. Sa già tanto di numeri e di belle parole. Sa già cosa è la vita e cosa la morte. […] Strina ha nove anni. Che altro deve imparare?” (La neve dentro, p. 12).

Qualcosa di analogo avviene pure nei due racconti di Pesce di Terraferma. Ne La cartomante, ci imbattiamo in un altro giovane protagonista di cui ignoriamo il nome e l’età precisa. La narrazione è condotta in maniera intradiegetica e ruota intorno alla ”curiosità” definita ”dolorosa” (e che può sembrare a tratti voyeuristica ed ossessiva) che si impadronisce del ragazzino e che lo induce ad investigare con caparbietà sulla vita di una vecchia vicina di casa, nota a tutti come ”la cartomante”. La spasmodica ansia conoscitiva, alimentata pure dal racconto dello zio Alvaro, trova svariate attestazioni nel testo, come nel reiterato proposito di ”saperne di più” e nelle frequenti interrogative rivolte al padre. Ed è un processo investigativo che porta alla scoperta di una realtà multiforme, fatta di solitudine e di esclusione, ma anche dell’amore senile tra due categorie emarginate.

Ad ostacolare questo percorso si pone un padre rigoroso e afasico che vorrebbe tenere il figlio a debita distanza dalla cartomante, perché la vecchia signora è stata in gioventù una ”baldracca”. A tal riguardo, assai suggestivo e ricco di rimandi letterari mi pare quel flash-back durante il quale il ragazzino rievoca i suoi consueti tentativi di sbirciare, attraverso ”una persiana con una lucina rossa”, la casa di una prostituta (casa che si colloca, significativamente, ”all’angolo più lontano della immensa piazza dove si affacciava l’officina di mio padre”). E a questo punto il pensiero dei lettori corre verso l’analogo tentativo di un altro ragazzino, Agostino, di curiosare all’interno di una casa di tolleranza il cui ingresso gli è stato precluso: mi riferisco ovviamente ad Agostino di Moravia.

A conclusione del racconto, ancora una volta, fa capolino la scoperta della morte attraverso la contemplazione del cadavere della vecchia cartomante. In virtù delle esperienze fatte, il protagonista matura una piena consapevolezza del mondo, al punto tale da acquisire una precoce ed inattesa forma di senilità: ”Mi sentii vecchio per la prima volta in vita mia” (p. 27). E analogamente a quanto già avvenuto a Strina, anch’egli consegue una conoscenza onnicomprensiva della realtà e di tutte le sue sfaccettature, al punto tale da asserire: ”[…] Erano fatti quelli, i pezzi di esistenza di cui il mondo consta, anche quando, il mondo e i suoi pezzi, non sembrano avere una ragione. Mi parve di comprendere tutto” (p. 30).

A fare da cerniera tra le due unità narrative si colloca un’intensa riflessione in corsivo, incorniciata dai puntini di sospensione, che non solo fornisce una spiegazione al titolo del libro, ma funge pure da ”cantuccio” filosofico entro il quale l’autore opera una riflessione sul senso della vita, della memoria e, soprattutto, della scrittura. Quest’ultima, attraverso la metafora dell’inchiostro, si configura come ”la lingua madre” capace di dare un senso alla realtà caotica che fuoriesce dalla ”pozzanghera del presente”.
Il secondo racconto di Pesce di Terraferma, intitolato Eros e Tanatos, risulta anch’esso incentrato su una folgorante scoperta che schiude al protagonista undicenne, Nipiolbì, un mondo di cui ignorava l’esistenza, quello della crudeltà. Tale crudeltà trova il suo correlativo oggettivo nella ”guerra agli animali” da parte di ”un gruppo di ragazzi, tutti più grandi di lui”, ai quali il protagonista si unisce per sfuggire ad una condizione di solitudine.

È interessante notare, alla luce di alcune ben oculate scelte lessicali messe in atto dall’autore, come le parole-chiave ruotino ossessivamente intorno a pochi campi semantici, come quello del gioco, soppiantato poi da quello della caccia e poi ancora da quello della guerra. Altrettanto emblematico è il ribaltamento semantico tra la condizione umana e quella animale: per esempio, nel momento culminante in cui i ragazzini si accingono a massacrare due cani, vengono etichettati come ”animali”, mentre i cani vengono denominati come ”amanti”. Un simile rovesciamento è già preannunciato durante la precedente caccia alle lucertole e in occasione della distruzione di un nido: anche allora il branco assume una fisionomia spiccatamente animalesca (si pensi all’insistita bestialità di Lumumba), mentre le creature martoriate acquistano un sempre più elevato grado di umanizzazione, configurandosi quasi come gli emblemi di un mondo offeso, animati da uno straordinario attaccamento alla vita (come ben evidente nella ripresa della ”serpe martoriata”, pp. 59-60).

Il racconto si sofferma sullo shock dell’impatto con una realtà che diventa, pagina dopo pagina, sempre più inaccettabile e che provoca un accumulo angoscioso della tensione narrativa fino a degli esiti parossistici, anche perché il punto di vista è esclusivamente quello allucinato e convulso di Nipiolbì. Per la vicenda descritta e per le modalità narratologiche adottate si è tentati di pensare, a tratti, ad alcune pagine della novellistica di Bilenchi, soprattutto al racconto Il gelo, ma con una differenza sostanziale che traccia una profonda linea di demarcazione: nella novella bilenchiana il giovane protagonista assiste impotente alle malefatte di un suo coetaneo e non trova la forza di opporre un netto rifiuto alla violenza, in Eros e Tanatos, al contrario, avviene infine un fatto inaspettato che illumina l’epilogo di una luce nuova, più esplicitamente allegorica. È nell’epilogo, infatti, che si chiarisce meglio come la vera scoperta di Nipiolbì non sia tanto la crudeltà del mondo, quanto piuttosto la possibilità e, aggiungerei, il dovere di opporsi ad essa.

Tant’è vero che dall’improvvisa consapevolezza di poter resistere al Male trae vigore il repentino passaggio del protagonista dall’infanzia all’età adulta. Questa improvvisa maturazione si concretizza nell’urlo che Nipiolbì emette con la ”voce di un uomo. Non l’uomo che sarebbe stato, ma l’uomo che era già, in quel preciso frangente nonostante i suoi undici anni” (pp.68-70).

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