Mar 03

“Il bosco dei sorbi” di Teresa Garbì (Aracne 2015)

(di DONATELLA LA MONACA)

Una cadenza poetica, di sospensione musicale, pur nella corporeità delle scelte tematiche e lessicali, avvolge i racconti che come i sorbi evocati dal titolo, popolano di una ideale efflorescenza, i rami cartacei del bosco immaginifico disegnato da Teresa Garbì.

“E’una metafora della vita”, scrive l’autrice nel prologo al volume, “la luminosità intensa ricorda lo splendore di alcuni momenti che gli danno senso e bellezza; i frutti, che presto la neve imminente schiaccerà, le foglie morte, caratterizzano lo sgretolarsi, il trascorrere del tempo, che trasforma tutto in un amalgama, l’humus della terra, gli alberi caduti che si fondono insieme a lei” (p.11).

Sondare le pieghe nascoste della realtà, penetrarne, almeno per barlumi, le misteriose contraddizioni, proprio laddove svelano la più intima coesistenza, è l’ardua spinta che alimenta la la tensione narrativa della scrittura di Teresa Garbì. Scatto inventivo e respiro meditativo scandiscono, in una sorta di eco montaliana, le ‘occasioni’ di vita quotidiana che si avvicendano in queste pagine, talvolta modulate sull’intonazione dell’apologo e siglate dalla presenza di dedicatari, quasi a simulare le movenze di un epistolario narrativo, quasi ad alludere agli interlocutori virtuali di un fitto ragionare sul senso dell’esistere.

La levità dell’infanzia, la gravezza della maturità, la vigoria della fisicità e il suo deterioramento, l’ambivalenza dei rapporti umani, le reticenze, i silenzi, i rancori covati e inconfessati tra genitori e figli prendono corpo in “storie tessute da parole” che, complice la sensibile traduzione di Luna Sanfratello, tendono a narrare il “dicibile e l’indicibile”, direbbe Anna Maria Ortese. Nel privilegiamento spiccato per una sintassi sensoriale mossa sugli accostamenti inediti, sulle incursioni interiori, la narrazione si protende ad esprimere quella “seconda realtà” che corre oltre il “disfarsi perpetuo della realtà vera”, per dirla ancora con le parole dell’autrice del Mare non bagna Napoli. Non a caso “lo scorrere eterno, lo svanire di tutto” e al tempo stesso “il canto alla vita come una germinazione”, nel loro nesso insondabile, legano in un filo rosso racconti che sembrano emergere spesso dalla sedimentazione di ricordi, di accadimenti vissuti, evocati da una voce narrante che pedina i pensieri dei personaggi. Le “figure spesso illuminate da uno sguardo che le osserva mentre le racconta, si muovono in paesaggi estremamente densi di vita”, scrive Assunta Polizzi nella premessa al volume, alludendo proprio all’empito che coinvolge uomo e natura, o come la definisce Floriana Di Gesù, la physis, nella sua “recondita, ideale armonia di bellezze diverse”.

“Le pietre si baciano e soffrono. Gli alberi provano ad abbracciarsi. Gli uccelli sono il loro abbraccio, il festone dell’aria. Le bestie aspettano sempre e fiutano la nostra presenza. Hanno fame e freddo. Ci guardano come noi ci guardiamo: molto più in là di uno sguardo. Con ardore, senza occhi. E’ l’essenza della vita la quale si affaccia e cerca l’altro con disperazione”(p. 96).

Così si legge in un passo del Bosco dei sorbi III , il terzo movimento che, assecondando un ritmo strofico, introduce l’ultima sezione del volume, un passo esemplare di come il lessema “sguardo” nella sua molteplice ricorrenza si carichi di centralità creativa non soltanto per la scelta di una descrittività che predilige le percezioni visive, le gradazioni cromatiche quanto per le implicazioni conoscitive di cui si intensifica. “Niente avrebbe senso se non ci fosse qualcuno che osserva. Non ci sarebbe niente se non ci fossero sempre degli occhi aperti a guardarci”(p.59), si legge in uno dei racconti emblematici di come la “vista” reale si riconverta in “visione” di ciò che si cela oltre il reale. Un racconto, il cui titolo Malattia, allude in modo esplicito ad un’ “altra forma di saggezza” che nell’approssimarsi alla morte sente il battito più primigenio di quella vita che “una volta chiusi gli occhi si “rannicchierà in uno spazio bianco”. Ma lo “sguardo” di chi narra, reso più ardito dalla forza immaginativa, si spinge sino al “biancore deserto”di una nebbia surreale per accompagnare la protagonista del racconto Nebbia che, in un’atmosfera da dormiveglia onirico, osserva se stessa mentre si aggira nel limbo che separa la terrestrità dalla dimensione del non essere, attendendo che la “festa della morte” abbia inizio intorno ad una camera ardente. “Maschera orribile”, la vecchiaia, le insidia il volto e la isola in uno spazio straniato da cui assiste, con rancore sordo, al brulicante affaccendarsi intorno al feretro.

“Rendere con la parola scritta e un sentimento calmo qualcosa di atroce e soprattutto insondabile”, ricorda ancora Anna Maria Ortese, è la prova più difficile per uno scrittore, ed è su questo terreno impervio che Teresa Garbì si muove in racconti come La luce forse, quando dalla liturgia domestica di un rapporto madre-figlia, si sprigiona inatteso nella giovane un livore soffocato, nutrito, sin dall’infanzia, da un cumulo di doveri e privazioni che la conduce ad un passo dall’ “ucciderla, dall’uccidersi” per poi implodere in una sconsolata eppure salvifica pietà per il mistero della vita:

“La bacia in fronte. Qualcosa si è commosso nel suo cuore. Non è neanche la voce della fanciullezza. E’ qualcosa di più lontano: il sussurro degli alberi, lo sfiorarsi del vento, forse la solitudine della camera da letto oscura in cui non si ascolta nulla. Forse lei stessa, la sua stessa solitudine e la sua tristezza o quella di tutti gli esseri umani,”(p.24).

Ancor più inspiegabile appare la crudeltà cui può giungere l’essere umano quando la prospettiva di chi narra si insedia tra i sensi maltrattati di una “tribù” di cani che un padrone aguzzino “addestra alla sofferenza”. Blanco, Desgraciado, Negro nel racconto La crepa, sono i ‘personaggi’ di un mondo animale su cui la ferinità dell’uomo infligge sevizie efferate quanto più gratuite e la scrittura, simulandone il punto di vista, ne esprime “la paura prosaica” e al tempo stesso lo sgomento incredulo e diffidente nei confronti di un altro uomo, il “viaggiatore” che non li “lapida a sassate, non li impala non li brucia vivi”, elargendo all’opposto una compassionevole cura. Quest’uomo e l’ animale, nell’epilogo del racconto, si rispecchiano nel medesimo destino di estraneità e di segregazione da cui , in un gioco di dare e avere, matura una singolare fratellanza, “povertà in cui si protegge l’ultimo ridotto della dignità umana”. Ed è proprio all’ascolto delle periferie, dei sobborghi, dei moti più riposti dell’interiorità, degli attimi sprecati, dei desideri inascoltati che le narrazioni di Teresa Garbì si volgono, come accade nel delicato racconto Una mattina in spiaggia.

Qui la parola scritta ferma sulla pagina l’impresa “semplice e portentosa” e l’attesa delusa di una bimba che sfidando il timore “si arrampica su un albero storto in una mattina di sole”, senza che però il suo “gesto straordinario venga colto dai genitori distratti, emblemi di un mondo adulto che non sa più farsi stupire dalla purezza dell’infanzia.

Spingere lo sguardo dell’invenzione negli interstizi di ciò che esiste, dare forma con le parole a ciò che nel fluire del tempo rimarrebbe perso, “meticolosamente preparato per dimenticarsene”, sembra essere la scommessa conoscitiva di Teresa Garbì. “Avere una storia”significa sapere perchè si esiste”, si legge in Faccia a faccia dietro a una finestra; “le vite sono resti, impronte di umidità, di pioggia e, con il tempo, rimangono ammassate l’una con l’altra formando una trama compatta difficile da sviscerare”, recita ancora il racconto, fino a quando, aggiungerebbe Elsa Morante, una scrittrice, moderna Sheherazade, non ne componga un fascinoso ricamo.

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