Nov 19

“Panorama” di Tommaso Pincio

Ottavio Tondi è parte di un anarchico nugolo di individui che vive di libri. Si tratta di una categoria rara, inoffensiva, che agisce (o meglio, subisce) nel sottosuolo, nascondendosi dalla vita non con ritrosia, ma con indifferenza. Lontani dall’idea della nota mosca montaliana, che pur rimestava negli interstizi, piccola e invisibile, i lettori come Ottavio Tondi non vogliono proprio addentrarsi nel tossico miasma del flusso quotidiano, uscendo dalla linea spazio-temporale. L’anomalia è aggravata dal rifiuto di scrivere, invero straordinario. Ma Ottavio Tondi è un “lettore puro, non sfiorato da alcuna ambizione letteraria”, e l’ immersione nel mondo dei libri è talmente piena e disinteressata da costituire il nucleo attorno a cui gira la sua intera esistenza. Più che un outsider, Tondi è l’esaltazione onanistica di un feticcio di vita, rappresentato dalle letture. In esse incanala una sorta di sublimazione freudiana: la lettura viene vissuta come esperienza sensuale e sessuale e, non a caso, nel momento in cui Tondi si approccia a una escort, l’atto, quasi questo fosse incompleto, limitato, viene arricchito dalla lettura di un libro.

Panorama (NN Editore, 2015), il nuovo romanzo di Tommaso Pincio, è inscindibile dal suo protagonista, questo omuncolo onomatopeicamente grasso, “ridotto” a homo legens, che nei confini ampi del suo corpo (“comunicava una sensazione di straordinaria obesità”) delimita un universo a tratti mistico. La quasi totale assenza di comunicazione col resto del mondo e il rigetto per i cellulari o i dispositivi elettronici connotano la dimensione strettamente privata della sua vita, una quiete poco turbata dagli agenti esterni.

Avendo però cominciato a lavorare come lettore di manoscritti presso l’allusiva casa editrice “Bianca”, Tondi “scopre” l’ultimo best seller editoriale, acquistando, dopo un’intervista, una popolarità inaspettata. Il nostro diventa, non volendolo, un guru all’ultima moda, la nuova frontiera della tendenza letteraria che si veste di intellettualismo per nascondere una certa vacuità. Lo fa accettando di partecipare a una fiera del libro, ma a condizione di limitarsi a leggere in un angolo allestito con i suoi usuali “strumenti di lavoro”: il divano di casa, la lampada, il tavolino. La bizzarra prestazione, frutto della volontà di non prendere parte del circo esibizionistico dell’ambiente editoriale, ha successo: Tondi, che appena si siede nel divano diventa “un animale restituito nel suo habitat e perfettamente mimetizzato, fino alla completa sparizione”, riconsegna al pubblico il senso della lettura, che consiste in un raccoglimento profondo lontano da qualsiasi ostentazione mondana. Il concetto stesso di esibizione pubblica viola tuttavia, di per sé, questo messaggio. In una contemporaneità assetata di sensazionalismo, Tondi appare come l’ennesimo mostro circense, bizzarro ma affascinante. Rimane così il dubbio se il pubblico non veda in lui piuttosto un mito vivente, un intellettuale eccentrico ed esibizionista o, addirittura, il capo di un nuovo spiritualismo new age che ha per totem l’oggetto-libro. Un misticismo pornografico, per ritornare all’onanismo, perché l’atto di osservare avidamente la “spettacolarizzazione di un’attività tanto privata” assume connotati voyeuristici. La letteratura stessa viene descritta come una violazione di intimità: essa esiste principalmente per “soddisfare l’insopprimibile voglia di sbirciare e origliare nelle vite altrui”, non si tratta altro che di un pettegolezzo, dato che, se le “viene riconosciuta tanta importanza, malgrado la sua scarsa utilità è proprio perché ciò che si dice di un uomo conta, in fin dei conti, più delle sue azioni”.

Ammantare la letteratura di una vaga aura di oscenità, derivata dal morboso desiderio del lettore di sbirciare, dal buco della serratura, le vicende di questi personaggi – non meno degni di rispetto perché immaginari – assume dei connotati “fisiologici”: un bisogno pruriginoso, intrinseco, che espleta la parte meno nobile dell’uomo. In questo modo, l’arte più elevata viene ridotta a una corporalità istintiva e quasi bestiale, in contraddizione, sembra, con il culto di Tondi per la letteratura. Una delle piccole rivelazioni di Panorama sta, in realtà, nel voler evidenziare la compresenza indissolubile dell’ascetismo aulico che si attribuisce alla letteratura – come è dimostrato dalla descrizione dei sentimenti religiosi di chi assiste alle esibizioni di Tondi – e della sua essenza più bassa, connaturata nel corpo. Scopriamo con Tondi che la letteratura non nasce dal bisogno rispettabile di indagare dentro se stessi, ma di indagare, semmai, nella vita degli altri.

La contrapposizione tra pubblico e privato, come si sarà intuito, è uno dei concetti base del romanzo. Il conflitto tra la prestazione pubblica di Tondi e la palese intimità della situazione – quasi si assistesse all’esposizione di un corpo nudo – rappresentano l’ennesimo squarcio del velo che separa l’ “io” dall’alterità, caratterizzata da una consistente dose di falsità e cattiveria. La continua ingerenza del mondo esterno nella barricata indefessa che è l’individualità finisce per distruggerla. È però soltanto lo step finale di un processo che parte già dalla incomunicabilità tra l’uno e l’altra, data dalle divergenze di stili di vita o forse, più propriamente, di priorità.

Panorama è, inoltre, una critica dell’ambiente editoriale e, più in generale, della superficialità aggressiva della massa, facile prima a idolatrare e, subito dopo, a scagliarsi contro lo stesso soggetto, attraverso un uso disinvolto dei social network. Pincio analizza chirurgicamente la fenomenologia della lapidazione virtuale, istigata da influencer che rappresentano il nuovo ideale culturale e che usano un linguaggio irriverente, nell’intenzione criminale di ridicolizzare e minare la reputazione della propria vittima. Si tratta, d’altronde, di un’umanità che, guidata dai propri istinti, ha dimenticato se stessa e, non casualmente, anche i libri: lo scrittore, infatti, in quello che ha definito come un futuro che ha già lo sguardo al passato, descrive un momento imminente in cui sono scomparsi i libri, le librerie, le case editrici. È peculiare che non parli, però, di morte della letteratura, ma di morte dei letterati. 

Se il letterato è quindi obsoleto, ormai sui generis, la letteratura è un’esigenza che non può essere spenta in virtù dell’evoluzione dei tempi: il bisogno di origliare non viene soddisfatto più tramite i libri, ma grazie a un social network come “Panorama”, da cui il romanzo trae il titolo. Anche Tondi, soverchiato dal peso di questa trasformazione e, soprattutto, dall’abuso che gli è stato fatto, cessa di leggere, addentrandosi nel mondo della finzione virtuale e divorando, di conseguenza, questa nuova forma di narrazione. Il social, dalle regole molto restrittive, impone l’obbligo di indirizzare lo sguardo di una videocamera sempre accesa verso un angolo della propria casa. Nulla di più invadente, ma sembra che il concetto di privacy, di intimità, si sia ormai sgretolato assieme al diritto di sviscerare, smembrare e fagocitare la persona. Non è un’estremizzazione, quella di Pincio. La nostra esposizione sui social network è altrettanto indiscreta, la tracciabilità degli spostamenti e dei movimenti bancari relativamente semplice, e vendere la propria intimità sembra un piccolo prezzo per insinuarsi in quella altrui.

La vuotezza della nuova realtà, priva di libri, non può che essere sostituita con una dipendenza non meno patologica verso una persona: Ligeia Tissot, una ragazza di ventiquattro anni che di letterario non ha soltanto il nome. E, dato che sia la lettura dei libri che le chat si nutrono di un universo immaginario (rappresentato nel primo caso da un sistema di rimandi letterari, nel secondo dalla conversazione con una persona solo teoricamente reale), le due attività sono strettamente collegate. Tondi, cioè, non smette di nutrirsi di libri perché cessa di leggerli, ma li sostituisce con un’altra realtà, altrettanto fittizia.

L’indifferenziazione tra mondo reale e letterario è comunque uno dei temi portanti della narrazione di Pincio. In Panorama non manca il gioco citazionistico, che coinvolge questa volta gli amici dell’autore: vengono trasformati in personaggi Teresa Ciabatti, Andrea Cortellessa, Paolo Del Colle, Giuseppe Genna, Antonio Gnoli e Francesco Pecoraro, a cui sono affidate le fatali parole «Troppo è durata», pronunciate davanti alla saracinesca chiusa dell’ultima libreria in città. Non è questa l’unica caratteristica propria di Pincio che ricorre: sebbene si possa parlare di ucronia, quella dell’autore è soltanto una naturale inclinazione ad addomesticare le pieghe del tempo. Non si tratta, quindi, di universi paralleli né di distopia, ma di una concezione cronologica molto duttile, indecisa tra presente, futuro e passato, e che a quest’ultimo guarda con occhio nostalgico. Appare evidente che per Pincio ogni sfaccettatura del reale sia materiale di rielaborazione, in una verosimile fusione di questa con la fantasia. Se Tondi è, d’altronde, un uomo che, abbiamo detto, “vive di libri”, ovvero che tramite essi parla, respira, si nutre, fino a che questi non ne compongono microscopicamente la sostanza – nell’intervista rilasciata ad Antonio Gnoli, egli risponde citando romanzi e autori, e non rilasciando una sola parola sua sponte –, non certo meno “vivo” è il contesto letterario in cui è immerso il romanzo; si tratta, anzi, di un tessuto poroso, nelle cui venature è possibile rintracciare la costellazione mosaicata di una biblioteca universale. Il concetto di finzione viene a crollare. Non è più possibile discernere tra realtà e fiction, è anzi probabile che l’illusione narrativa e virtuale risulti più vera del vero, come capita al protagonista che, attraverso una telecamera puntata, viene smaterializzato in una dimensione in cui la coscienza è addormentata, attiva solo nel meccanico processo di digitazione sulla tastiera del computer. Il romanzo, in questo modo, pone alcuni interrogativi sul modo di concepire la virtualità, una sospensione dell’incredulità che risucchia l’individuo e ne neutralizza la capacità di agganciarsi al reale, che viene messo in discussione e il cui motivo di esistere cessa.

Lo stile è calibrato. Lo studio e la scelta accurata delle parole sono evidenti nella prima parte, più riuscita, mentre il ritmo della seconda – l’iscrizione di Tondi al social, dovuta alla decisione di smettere di leggere – appare meno serrato. Il romanzo è complessivamente convincente, ben scritto, dotato di numerosi rimandi letterari da cui un lettore accorto potrà trarre felice spunto. Per quanto esista un narratore onnisciente che espone le vicende anticipandole, la narrazione è lineare, limpida, non viziata né forzata da alcuno sfoggio dell’autore. Dai riferimenti letterari si nota, al contrario, un atteggiamento di affettuosa benevolenza verso i libri menzionati e una partecipazione attenta e sensibile – atipica all’interno di un certo ambiente intellettuale che lo stesso Pincio critica – al modo in cui vengono raccontati.

Se si volesse fare una critica al romanzo, si potrebbe dire che le tematiche che tocca sono tanto numerose rispetto all’economia della narrazione (200 pagine) da non risultare del tutto approfondite, né particolarmente originali. Quello di Pincio sembra il tentativo di inquadrare un malessere generale legato alla decadenza del libro e del mondo editoriale, che soccombe davanti all’avanzare dei tempi moderni. Non aggiunge però molto a quanto si è già detto anche in epoche non necessariamente recenti, anzi sembra riassumere, nella sua brevità, tutto quello che c’era da dire sull’argomento: se, a un’attenta rilettura, volessimo cercare significati altri, argute metafore che la prima volta ci erano sfuggite, non ne troveremmo. Questo nuoce alla memorabilità della narrazione, che rimane in sordina, a tratti inespressa, come nel rapporto tra Ottavio e Ligeia. Sappiamo però bene che, almeno per quanto riguarda i personaggi, nel compositum della bibliografia – passata e futura – di Pincio questi sono solo il tassello di un mosaico, di cui aspettiamo, per completezza, il prossimo pezzo.

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