Ott 28

“Riportando tutto a casa” di Nicola Lagioia

(di DONATELLA LA MONACA)

“Di un’esistenza trascorsa per intero nel proprio regno d’elezione non avremmo la possibilità di ricordare il minimo dettaglio- non ci sarebbe niente da riportare a casa, perchè niente ne sarebbe uscito”. Ruota intorno a tale riflessione, intessuta nell’ordito narrativo, la bruciante materia ‘umana’ cui allude il titolo del romanzo di Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa, edito nel 2009. Si dipana, infatti, sul filo di una accidentata rievocazione, il cammino adolescenziale di quella generazione cresciuta tra le contraddizioni degli anni Ottanta, fagocitata tra le spire di una borghesia accecata dalla smania dell’accumulo, vittima di cellule familiari anaffettive. Proprio dalle viscere di ambienti domestici e sociali patinati, dall’abbondanza soffocante di oggetti, si generano nei giovani protagonisti di queste pagine, la sterilità affettiva, l’inasprimento emotivo, la ricerca di un altrove in cui sperimentare pulsioni urgenti, spesso coagulate in rancori livorosi verso genitori assenti o tiranni, destinati a convertirsi in spinte autolesionistiche. Nel magma della sfrontatezza, della rabbia, della provocazione trasgressiva covano altresì le debolezze più disarmate, quella sensibilità permeabile alle sofferenze del mondo, quell’intelligenza resa acuta dalle voraci letture infantili da cui scatta la risalita dal baratro e il desiderio di ricostruirne le tappe come accade al personaggio la cui voce narrante modula il racconto.

Dalla metà degli anni Ottanta al primo decennio del nuovo millennio si dipana il viaggio a ritroso che il protagonista compie nei recessi memoriali di una formazione all’età adulta consumata, non in un “regno di elezione”, bensì nei meandri di una Bari scissa tra l’opulenza crassa dei quartieri alti e il ventre incancrenito di periferie come Japigia, “supermarket di eroina a cielo aperto funzionante 24 ore al giorno”. Discendere tra quegli inferi significa, di fatto, “venire in contatto con se stessi”, con un grumo censurato di ferocia e fragilità: “Era come se tra quelle strade galleggiasse a uno stadio primordiale tutto ciò che nel centro cittadino si caricava di orpelli e di chiacchiere e di inutili giochi di specchi”, si legge in uno dei passi rivelatori.

E’ al fondo di questo precipizio che il protagonista giunge, per poi risalirne la china impervia nel tentativo di ricostruire i contorni smagliati, di restituire volti e identità a quei compagni di viaggio smarriti nel tempo e nello spazio, nello sforzo strenuo di “riportare tutto a casa”, di ricondurre tutto a un senso.

Nasce da tale ambizione un improbo corpo a corpo con le bassezze della vita, della storia, della città, dell’intero paese, incarnato nella tensione della scrittura che fonde alla scaltrita tenuta narrativa, la temperatura alta del vissuto, la densità ragionativa della compromissione autobiografica. Scorre, infatti, tra le fibre del travestimento romanzesco, il ripercorrimento della parabola vitale dell’autore, degli snodi più ambivalenti di quegli stessi anni Ottanta, “belli, intensi, dolorosi” segnati, per sua stessa ammissione, dalla “scoperta della musica, del sesso, della droga, delle controculture”, dall’esperienza di “sentimenti basici come amore, amicizia, odio, viltà, coraggio, senso di perdita e tradimento”. Lontano da trasposizioni speculari, lo scrittore attinge la sua linfa compositiva da tale crogiuolo, somatizzandone le contorsioni nella cartografia urbana del capoluogo pugliese. “Mia città di nascita e mia Moby Dick personale, nel senso che laggiù ci sono tutti i traumi e tutti i tesori della mia vita” chiosa, infatti, riconducendo al legame fisico con quei luoghi la genesi del romanzo:

Ho attraversato Bari da cima a fondo, in quel periodo, e l’ho fatto con persone la maggior parte delle quali si sono poi perse per strada. Ecco. E’ il senso di colpa del sopravvissuto, indissolubile dalla pretesa arrogante di voler testimoniare per chi non può più farlo…è stata questa miscela di cose a far nascere Riportando tutto a casa.

Nell’oscillazione narrativa tra il passato del ricordo e il presente della scrittura su cui si modula l’andamento romanzesco, rifluiscono echi di accadimenti mediatici, tendenze di costume, colonne sonore generazionali, eventi tragici, sempre però evocati dalla specola privata, contaminati dalla rilettura interiore, a testimonianza di una nozione della Storia “che avanza come una corazzata su cui le unghie dei singoli lasciano un segno sempre più debole, poi invisibile del tutto”. Si delinea così la fisionomia di un’Italia umbratile, straniata cassa di risonanza dei turbamenti giovanili e, al tempo stesso, spaccato impietoso dell’agire sociale. Esemplare si offre, in tal senso, la deformazione narrativa con cui, nel segno della più stridente dissonanza,viene evocata nel romanzo la carneficina allo stadio di Liverpool , “la prima notte in cui la morte e lo spettacolo salirono i gradini di una scala planetaria tenendosi per mano”:

Michel Platini iniziò a esultare come forse non aveva mai fatto in vita sua. La telecamera lo seguì mentre correva verso la linea di fondo e strinse sui suoi occhi scintillanti, il pugno chiuso alzato verso il cielo e la faccia…un sorriso impazzito di gioia che era uno schiaffo ai morti, ai vivi, ai sopravvissuti, agli stessi hooligan ma non alla somma di tutto questo. […]

Dalla sinistra mescidazione di esultanza e violenza si sprigiona tra gli spettatori televisivi “uno strano urlo così primitivo eppure così raffinatamente ambiguo” in cui si coagulano “rivincita, spavento, amore per l’osceno”che la scrittura dilata in una dismisura insensata, specchio dell’abiezione etica in cui può sprofondare la follia collettiva:

Così anch’io, senza sapere cosa stessi facendo, mi unii al barrito al grugnito al raglio che affratellava mio padre ai suoi amici al cupo risuonare che arrivava dai palazzi circostanti; un sisma fatto di sole voci che sembrava voler negare il male pur mettendo a sua disposizione un lungo ponte acustico che da Bari arrivava probabilmente su fino a Torino e poi di nuovo giù nello splendore tumefatto di Palermo e in questo grido che non aveva nulla di veramente ragionevole ma realizzava l’aspirazione potentemente disastrosamente umana di fabbricarsi una cattiva coscienza, sentii per la prima volta un lampante inaggirabile senso di appartenenza al mio paese.

Sfigurata dalle contrazioni interiori la realtà contemporanea, pur nella concretezza delle coordinate spazio-temporali, rifluisce nella narrazione in tutta la sua esacerbata dilemmaticità, complice la densità immaginifica della scrittura.

La struttura nevralgica scoperta su cui più implacabilmente si imprimono gli sfregi della storia umana è il territorio e, in particolare, le topografie cittadine, corpi scempiati dalla deriva morale delle società. E se lo “splendore di Palermo” è “tumefatto”, il “devastante scenario di Cernobyl”si riconverte, nell’immaginario in formazione dei giovani protagonisti, in un “termometro forgiato a millecinquecento chilometri di distanza per misurare il livello d’intossicazione spirituale delle nostre città”. Proprio il fatale precipitare nel gorgo dell’ “intossicazione spirituale” accomuna luoghi e individui in un’unica catabasi di cui la scrittura restituisce le sembianze adulterate.“Figli di operai, di cassintegrati, di professori universitari, di ferrovieri, rampolli di ricche famiglie industriali”come il ricovero che li accoglie nelle viscere marce di Japigia, recano sul volto qualcosa di “feroce, di rovinato”. La stessa Rachele, legata al protagonista da un’iniziale spregiudicata leggerezza, rimane uncinata agli occhi del lettore per quella “sanguinante meravigliosa sporca imperfezione” da cui germinerà quasi cinque anni dopo nella Ferocia, la figura perturbante e sacrificale di Clara Salvemini. Risiede già tra le fibre più profonde del romanzo del 2009 il nucleo ideativo da cui sgorgherà anni dopo la gestazione del best seller del 2014 premiato, in ultimo anche con lo Strega, anch’essa imperniata su un groviglio di vicissitudini familiari esemplari delle sorti tragiche di un Sud della penisola in cui l’ “orgia di potere” da “metafora” si è tradotta in “didascalia dell’esistente”.

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