Set 15

“Hai voluto la bicicletta. Il piacere della fatica” di Laura Grandi e Stefano Tettamanti

Ci si muove tantissimo nello spazio e nel tempo tra le pagine di Hai voluto la bicicletta. Il piacere della fatica, testimonianza emblematica di come nel ciclismo il movimento non appartenga solo ai muscoli delle gambe di ciclisti logorati dagli sforzi e bagnati dal sudore. C’è un moto dell’animo, perpetuo, che accompagna chi racconta le proprie gesta. Tra una tappa e l’altra trova spazio un’osservazione continua di quanto accade, con occhi che non si stancano mai di scrutare il paesaggio che cambia, tanto che appare sacrosanto quanto si afferma nella prefazione: “l’unico punto fermo è la fedeltà degli scrittori al ciclismo”. Hai voluto la bicicletta. Il piacere della fatica è un libro delizioso pubblicato da Sellerio, in grado di proporre con brio e acume alcune delle migliori pagine dedicate al mondo dei pedali. D’altronde c’è tanta letteratura in questa stuzzicante antologia, curata attentamente da Laura Grandi e Stefano Tettamanti, con scelte mirate che valorizzano i punti di vista degli scrittori in causa, mobili e velocissimi come i ciclisti che seguono in gara, abilissimi a salire e scendere su montagne che sembrano nate apposta per trasfigurarsi in simboli letterari, a partire dal Mont Ventoux, il Monte Ventoso di petrarchesca memoria. 

Gli autori più rappresentativi e conosciuti di quest’antologia mai banale sono senz’altro Gianni Brera e Gianni Mura, due nomi che hanno scritto la storia del giornalismo italiano con cronache, articoli e ritratti dotati di una sensibilità linguistica e di una perspicacia narrativa difficilmente riscontrabili nelle tribune stampa internazionali. Sempre piene di spunti e sfiziose divagazioni, le loro pagine hanno tutt’ora il merito di dare forza e dignità al racconto dello sport in Italia, storicamente visto malvolentieri dalla comunità letteraria nostrana perché nazionalpopolare. Interessante però appare la scelta dei curatori, che hanno deciso di proporre dei due giornalisti i loro romanzi, Addio bicicletta e Giallo su giallo, evidenziandone le qualità intrinseche della scrittura, la capacità affabulatoria delle storie, le pulsioni elementari dei personaggi descritti. Tuttavia, se da un lato è il cantautorato italiano ad aver creato immagini indelebili nella memoria collettiva attraverso una combinazione perfetta di musica e parole (si pensi al “naso triste come una salita” del Gino Bartali cantato da Paolo Conte o al Girardengo raccontato da Francesco De Gregori ne Il bandito e il campione), dall’altro è stato il giornalismo, prendendosi spesso e volentieri licenze poetiche, a ordire trame di indubbio valore restituendo i tanti significati di sport duro e incomprensibile, spietato e affascinante, come il ciclismo.

Si pensi a Vasco Pratolini, che rivela la sconfitta del Ginettaccio nazionale nel Giro d’Italia del 1947 esortando i lettori a volergli bene più che mai sulle pagine del Nuovo corriere, o Anna Maria Ortese, abilissima nel raccontare “un’Italia che cominciava a fuggire” in reportage pieni di paesaggi e di sfumature pubblicati su L’Europeo nel 1955. Emblematico poi è il caso di Dino Buzzati che sul Corriere della sera raccontò il Giro d’Italia del 1949 in cronache dove classifiche, ordini d’arrivo, vincitori e vinti rimanevano irrimediabilmente sullo sfondo. Allo scrittore de Il deserto dei tartari e di Un amore interessano l’andamento emotivo della gara, i personaggi che fanno girare il mondo delle ruote, le cartoline di un’Italia tutta da scoprire nelle sue miserie e nei suoi splendori, soprattutto nelle sue tante contraddizioni. Buzzati, che di ironia non difetta, osserva tutto con il sorriso, lieve come il suo tocco di penna, sornione nell’evidenziare eroi e antieroi di uno sport epico e popolare qual è il ciclismo.

Così, non appena infila tra le sue pagine un confronto mitico tra Fausto Coppi e Gino Bartali visti come i nuovi Achille ed Ettore, prontamente si autoassolve difendendo le sue scelte iperletterarie: “È troppo solenne il paragone? Ma a che cosa servirebbero i cosiddetti studi classici se i loro frammenti a noi rimasti non entrassero a far parte della nostra piccola vita?”. Potere della parola, evocativa quanto basta per creare nuove rivalità e nuove mitologie. I ciclisti, nelle pagine di Buzzati man mano che la corsa prosegue, diventano progressivamente cavalieri erranti, monaci di una speciale confraternita che ha dure leggi, pellegrini in cammino verso una città lontanissima che non raggiungeranno mai. I corridori, sovrastati dalla fatica e da un destino che sembra più grande di loro, sono soprattutto protagonisti “di una candida favola, degna dei vecchi tempi andati”. Hai voluto la bicicletta. Il piacere della fatica contiene tanti piccoli tesori nascosti, dimenticati in fretta nella frenesia di uno sport che valorizza la velocità e le grandi corse a tappe. Fortunatamente nella letteratura, al contrario del ciclismo, non si può andare fuori tempo massimo. Ci sono sempre le occasioni per recuperare queste pagine perché, come afferma sublimemente Claudio Gregori, “la bicicletta non si muove in una scatola chiusa, dove tutto si esaurisce in un tempo e uno spazio limitati”.

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