Lug 23

“Il comandante del fiume” di Ubah Cristina Ali Farah

C’era una volta il comandante del fiume, a cui il proprio popolo aveva affidato il compito di governare i coccodrilli che ne infestavano le acque. Così, come una favola, potrebbe avere inizio l’ultimo romanzo di Ubah Cristina Ali Farah, scrittrice italiana di origine somala, classe 1973. Cresciuta a Mogadiscio fino allo scoppio della guerra civile, veronese di nascita e romana di adozione, Ali Farah da qualche mese si è trasferita in Belgio, da dove continua a scrivere in italiano, lingua madre e dell’istruzione dell’élite somala postcoloniale. Le sue storie intrecciano mondi, tradizioni e generi letterari. Nel suo primo romanzo, Madre piccola (Frassinelli 2007), le voci e i luoghi dei protagonisti si inanellavano come fili di perle, metafora della diaspora somala. In questo romanzo, invece, di recente pubblicato dalla sempre attenta casa editrice 66THAND2ND, la leggenda somala del comandante del fiume fa da contrappunto al racconto del protagonista, il diciottenne romano Yabar, che del comandante porta il nome. Il fiume è il corso d’acqua della terra perduta e del tempo indefinito del mito ma è anche il Tevere dei nostri giorni, con il chiosco della grattachecca e i corridori che fanno jogging sulle sue sponde. È, in particolare, l’ospedale Fatebenefratelli dell’isola tiberina, dove si trova ricoverato il giovane Yabar, voce narrante e punto di vista centrale del racconto, in seguito a un incidente che potrebbe lasciarlo mezzo cieco.

“Se qualcuno pensa che mi metterò a recitare il mea culpa si sbaglia di grosso”, annuncia il protagonista in apertura di questo classico romanzo di formazione. Yabar è giovane e inquieto, e, come in ogni Bildungsroman che si rispetti, cerca il suo posto nel mondo. Nei suoi accessi di ribellione adolescenziale, si scaglia, come da copione, contro le persone a cui vuole bene, la sua famiglia, in primis, e i suoi migliori amici. La sua è una famiglia moderna, allargata e declinata al femminile, come spesso nelle opere di Ali Farah. La madre di Yabar, scappata dalla Somalia in guerra nell’estate del 1990, si ritrova a crescere il figlio da sola a Roma, dove si è rifugiata “come molti somali nei mesi a venire” (p. 77), e da dove il marito presto va via per unirsi ai miliziani somali al servizio dei signori della guerra.

A Roma la donna stringe un forte legame di amicizia con la “Zia Rosa”, madre della piccola Sissi, anche lei da poco lasciata dal marito. La Zia Rosa, metà italiana e metà somala, bibliotecaria e affascinante raccontatrice di favole, ha un grande ascendente su Yabar. E’ l’unica persona con cui il ragazzo si confida e da cui si sente compreso senza essere giudicato, nonostante anche lei, come tutti gli altri, riesca sempre a farlo sentire in colpa: “Zia Rosa ti dice tesoro e tu ti senti uno schifo: grazie tante, scusami se sono uno stronzo e tu sei sempre comprensiva e dolce” (p. 46). Anche Sissi e Yabar, come le loro madri, sono legati da un’amicizia fraterna. Yabar è protettivo nei confronti della “sorellina” elettiva cui dedica la propria storia (p. 8), salvo poi provocarla compulsivamente nei momenti più impensati. All’ennesima provocazione, Sissi decide di non rivolgergli più la parola. Il ragazzo si chiude in sé, rompendo anche i ponti con il suo migliore amico, il Sibarita. “Il problema di Sissi”, spiega nervosamente Yabar, “è che non vuole credere che siamo diversi: è sempre stata convinta che, siccome siamo cresciuti insieme, gli altri ci considerano uguali. Ma siamo seri, nessuno guarda me e Sissi allo stesso modo, gli occhi della gente vedono le differenze […]. Io e Sissi non possiamo essere uguali per tutta una serie di ragioni, ma ce n’è una più importante delle altre e questa ragione è che io sono nero, nato da due genitori neri, mentre Sissi è bianca, ha i ricci dorati e gli occhi grigioverdi.” (p. 37). Per Yabar trovare un posto nel mondo significa innanzi tutto venire a patti col fatto che è un ragazzo con la pelle nera in una società prevalentemente bianca. La Roma borghese che conosce come le sue tasche, la cui parlata gli appartiene, glielo ricorda di continuo, restituendogli un’immagine “diversa” di sé che lui non vede se non attraverso lo sguardo degli altri. L’inquietudine dell’adolescente afroitaliano Yabar richiama la “doppia coscienza” formulata dal grande intellettuale afroamericano W.E.B. Du Bois più di un secolo fa: quella sensazione, vissuta quotidianamente dagli africani della diaspora, “di doversi guardare sempre attraverso gli occhi degli altri, di dover misurare la propria anima sul metro di un mondo che ti guarda con scherno e disapprovazione”.

L’altro nodo che Yabar non riesce a sciogliere è quello del padre, di cui non ha notizie da anni, sul quale la madre mantiene un riserbo impenetrabile. A fare chiarezza contribuisce la visita a Londra, dove il ragazzo è mandato in spedizione punitiva dalla madre, dopo essere stato ancora una volta “respinto” – a scuola, nel caso specifico, ma è la parola in sé a rimanergli “stampata nel cervello” (p. 44). La punizione sta nel fatto che la Londra con cui viene in contatto non è quella dei monumenti, dei locali e dei parchi che aveva sognato di visitare come un qualsiasi adolescente italiano, bensì quella della diaspora somala, di cui il romanissimo Yabar è figlio ma ne sa ben poco. Accolto calorosamente dalla famiglia materna, accecata come le altre dall’odio clannico e affacciata a un nuovo fervore religioso che a lui risulta incomprensibile, Yabar a Londra scopre la verità sul padre e intuisce il motivo del mancato ritorno. Di fronte alla spaventosa “verità” che pur tanto aveva desiderato conoscere (p. 8), il ragazzo non riesce a fare altro che scappare. La sera in cui, senza avvisare i parenti, torna a Roma, dopo il tentativo fallito di trovare conforto tra le braccia della nuova fiamma Jessica, avviene l’incidente che lo priva parzialmente della vista. Il pugno nell’occhio inferto dalla scoperta del terribile segreto di famiglia da metafora diventa realtà tangibile.

Solo dopo l’infortunio, Yabar capisce che è il momento di mettere ordine nella sua vita, partendo dai pezzi che la compongono e di cui non vuole fare a meno: confortato dal ritorno della madre, della famiglia e degli amici, i medici gli assicurano che guarirà. I 18 capitoli che compongono il romanzo, corrispondenti agli anni del protagonista, costituiscono la porta di ingresso nell’età adulta. Yabar deve imparare a nuotare e a navigare da sé, se vuole comandare il fiume.

Nel racconto di Yabar, ricco di echi letterari, tra cui spiccano i riferimenti al Garofano rosso di Vittorini, Ali Farah intreccia eventi di cronaca vera – come quello di Bambi, l’attentatore di Londra cresciuto nel collegio romano con gli altri bambini del Corno d’Africa – a favole e leggende della Somalia, terra inestricabilmente legata all’Italia, di cui fu colonia. In questo senso, Il Comandante del fiume può essere considerato il primo romanzo di formazione postcoloniale italiano, che osserva la nostra società dal di dentro e dal di fuori. Già per questo, oltre che per la scrittura raffinata e convincente di una delle voci più originali del panorama letterario contemporaneo, bisognerebbe assicurargli un posto di riguardo sui nostri scaffali.

Pubblicato su “L’Indice” , 04 -2015

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