Mag 18

Parliamo di memoria storica e culturale nella narrativa di Carmine Abate

Nella narrativa di Carmine Abate, lo spazio geografico coincide con luoghi, paesini e paesaggi, che si trovano nelle vicinanze di Crotone, fra i quali, in primo piano, Carfizzi, il paese in cui è nato e cresciuto lo scrittore, paese riconoscibile, sino ai dettagli topografici, nei luoghi in cui sono ambientati i romanzi. Carfizzi, vero e proprio spazio autobiografico, non funziona solo come cornice o sfondo degli eventi narrati, ma anche come forza generativa di un nucleo tematico che include sia le esperienze personali dello scrittore, sia quelle di familiari e compaesani.

I paesini descritti nei romanzi sono attraversati e segnati da storie e culture diverse e contrastanti. Alcuni sono, come Carfizzi, dei paesini di origine arbëresh, fondati tra il quattro- e il cinquecento da migranti albanesi, che, a partire dal 1468, dopo la morte dell’eroe cristiano Giorgio Kastriota Scanderbeg, che aveva combattuto contro i turchi e resistito all’invasione ottomana in Albania, si rifugiarono nel meridione d’Italia, tra la Puglia, la Calabria e la Sicilia. Qui rifondano i loro villaggi incendiati e distrutti dai turchi, conservandone spesso il nome d’origine.

Sorgono così le numerose comunità arbëreshe, paesini i cui abitanti, ancora oggi, si considerano arbëreshë, e dove, accanto ai vari dialetti o all’italiano regionale del luogo, si parla anche arbërisht. L’insieme di queste piccole e sparse comunità locali costituisce una specie di “nazione”, alla quale si è dato il nome di Arbërìa, termine usato a volte anche per designare la regione d’origine in Albania e che risale a Arbër, nome del primo principato cattolico albanese (1190-1255).

Nelle piccole comunità italiane, l’arbëresh è stato sempre quasi esclusivamente una lingua parlata che non veniva insegnata a scuola. Si veda la testimonianza dello stesso Abate che da bambino era ancora analfabeta nella sua madrelingua arbëresh e che da adulto aveva dovuto riconquistarla come lingua scritta e far correggere la sua “traballante ortografia arbëreshe” (Abate 2012a, p. 616).

La cultura delle comunità arbëreshe è permeata da miti e storie che riferiscono al passato pre-ottomano albanese. Ruotano intorno alle storiche e leggendarie imprese di Scanderbeg e al destino degli albanesi in fuga dalle violenze del nemico ottomano, tramandati da generazione in generazione nei poemi (rapsodie) recitati da cantastorie (rapsodi viandanti) o semplicemente nei racconti ancestrali degli anziani, che nella narrativa di Abate hanno un ruolo veicolare nel farsi della trama dei rispettivi romanzi.

È evidente che la cultura autoctona calabrese ha influito su quella arbëreshe. Lo scrittore usa a proposito il termine contaminazione (Abate, 2006). Con la memoria storica albanese interferisce la storia calabrese, dal brigantaggio della seconda metà dell’Ottocento ai conflitti, nella prima metà del Novecento, tra la popolazione contadina e i potenti latifondisti e, in tempi più recenti, alla criminalità della ‘ndrangheta, allo sfruttamento dei paesaggi e della popolazione, alla povertà e disoccupazione e, di conseguenza, al dramma dell’emigrazione in Germania e altri paesi del Nord. La Calabria è perciò anche la terra dei germanesi che, dopo esser vissuti come emigrati, ritornano nel proprio paese, dove la loro esistenza oscilla tra rifiuto e reintegrazione, tra perdita e ritrovamento di una propria identità che, nel livello psicologico, invece di un'”identità-radice”, è un'”identità – rizoma” (Luzi 2008). Facendo riferimento alla propria esperienza come figlio di emigrati in Germania, dove è vissuto anche lui stesso negli anni Settanta/Ottanta, Abate parla di “un’identità plurale o frammentaria o, forse meglio, per addizione”(Abate 2010, p. 152).

A questa identità plurale corrisponde un plurilinguismo articolato tramite un intreccio di molteplici voci narrative. Nel parlato dei personaggi, all’arbëresh si accostano il calabrese e l’italiano (che per gli arbëreshë è il litisht). In genere le frasi o le espressioni in arbëresh, presenti soprattutto nel dialogare tra parenti, amici o vicini di casa, non sono tradotte, se non parzialmente o in maniera indiretta. Con la presenza dei numerosi emigrati, che dalla Germania, Francia o da altri paesi o regioni settentrionali ritornano ai loro paesi d’origine per Natale e per le vacanze estive o per sistemarsi definitivamente, il quadro linguistico si complica ulteriormente: c’è chi parla l’arbërisht o il calabrese con accento straniero o settentrionale, utilizzando anche intercalari francesi e soprattutto tedeschi. Questo reticolo linguistico s’infittisce con l’arrivo in Calabria dei profughi albanesi nei primi anni ’90, dopo il crollo della dittatura comunista, i quali, parlando l’albanese moderno, riescono solo a stento a comunicare con i loro connazionali antichi. Come fa presente lo scrittore, la “sua” Calabria (Carfizzi e dintorni) ha “l’emigrazione come tratto distintivo, quasi un destino” (Abate 2012b).

Alla dimensione storica e mitica della tradizione arbëreshe sono dedicati Il ballo tondo (1991), La moto di Scanderbeg (1999), Il mosaico del tempo grande (2006), tre romanzi che nel 2012 sono stati riproposti come trilogia con il titolo complessivo Le stagioni di Hora. Abbracciano la vita di famiglia di diverse generazioni, per cui s’avvicinano al genere dell’epopea familiare; sono uniti inoltre da una tonalità e ritmo strutturale epico. Hora, il nome fittizio del paese, risale al greco chora che vuol dire “tratto di terra”, villaggio, paese; è presente nella toponimia di alcune zone della Grecia e dell’Albania, ma anche nelle denominazioni di noti paesi siciliani come Piana degli Albanesi (“Hora e Arbëreshëvet”) e Contessa Entellina (“Hora e Kuntisës”). Per alcuni personaggi di Abate, il nome Hora riferisce semplicemente a “paese”, “u paisì”.

Nella trilogia, Hora riferisce a Carfizzi, con le sue vie, piazze e molte altre località (il Largo Scanderbeg, il bar Viola, la chiesa di Santa Veneranda), certi paesaggi (il bosco e i burroni della collina di Krisma), determinate tradizioni e usanze (la processione di Santa Veneranda, il fuoco di Natale acceso ogni anno sul sagrato della chiesa), certi momenti della sua storia: l’abolizione del rito greco-bizantino, la demolizione assurda della chiesa seicentesca di Santa Veneranda e la costruzione di una chiesa moderna (nell’interesse di un preteso e inspiegabile motivo economico, come altri scempi della zona (Abate 2010, p. 98)). Si notano inoltre i riferimenti a paesi e città dei dintorni, oltre a Crotone, Cirò, Melissa, Strongoli, paesini che nei romanzi vengono citati con i loro antichi nomi arbëreshe: Shën Colli per San Nicola dell’Alto e Putëriù per Pallagorio.

Per Il ballo tondo Abate si era ispirato alle rapsodie che gli aveva cantato la nonna, prima che lui lasciasse il paese per studiare a Bari e, durante i mesi estivi, lavorare ad Amburgo, dove erano emigrati i suoi genitori. La rapsodia preferita della nonna era quella di Scanderbeg che in punto di morte incita il figlio a partire, a salvarsi assieme alla madre e alla sua gente. Le canzoni (o rapsodie) danno la tonalità dominante del romanzo e anticipano il nucleo tematico principale: la partenza, l’abbandono forzato del proprio paese, la nostalgia e la speranza di un possibile ritorno. Il ballo tondo del titolo del romanzo riferisce a una rapsodia e danza popolare, anch’essa cantata dalla nonna, una vallja, che invita a ballare (” ‘Lojmë, lojmë, vasha, vallen’ “) e cantare la storia struggente di Costantino il Piccolo (” ‘Kostantini i vogël’ “), che “ancora giovane e fresco sposo di soli tre giorni fu costretto a lasciare il suo paese”(Abate 2012a, pp. 25-26), rapsodia che in traduzione italiana introduce il romanzo: “Balliam,balliam, ragazze, la vallja di Costantino il Piccolo […]”(ivi, p. 9).

Nella narrativa abatiana, Il ballo tondo è il romanzo più pieno di riferimenti alla tradizione arbëresh. Sembra composto secondo un’antica struttura epica, le cui sequenze sono scandite da ripetizioni, riprese, ritornelli. Particolarmente suggestive sono le lunghe citazioni (in corsivo) che introducono le quattro parti del romanzo, brani estratti da rapsodie, leggende, poemi, che raccontano alternativamente le gesta di Scanderbeg e la storia di Costantino il Piccolo. Nella prima parte i numeri di dieci degli undici capitoli sono in arbëresh, mentre i dieci capitoli della terza parte sono numerati in italiano, una simmetria ripetitiva paragonabile a quella del poema epico, ma con la quale l’autore vuole forse sottolineare la parità delle due lingue nella cultura delle comunità cosiddette italo-albanesi. Sia nella seconda che nella breve quarta parte, la “vallja finale”, i capitoli hanno dei titoli italiani con l’eccezione di un solo titolo in arbëresh, una regolarità che potrebbe anch’essa evocare quella della struttura epica rapsodica. Come fa presente lo scrittore, in Il ballo tondo non c’era ancora una vera “commistione linguistica”, come nei romanzi successivi: “c’era solo l’arbëresh e l’italiano”. Il che vuol dire che l’arbëresh ha un ruolo paragonabile a quello dell’italiano. Infatti, praticamente tutti i personaggi s’esprimono in arbëresh, anche se in genere solo in frasi brevi e in singole battute, abilmente semantizzate nel contesto.

La storia raccontata in Il ballo tondo è quella della famiglia Avate composta da tre generazioni: il vecchio nani Lissandro che, quando capita sulla spiaggia della Marina di Cirò, s’inginocchia e bacia la sabbia bagnata (“perché su questa spiaggia erano sbarcati i suoi antenati cinque secoli prima” (Abate 2012, p. 19)), suo figlio Alessandro Avate, chiamato il Mericano, ma che in verità vive come emigrato in Germania, il protagonista del romanzo, Costantino, figlio di Alessandro e nipotino di Lissandro. La storia di Costantino, un “Costantino il Piccolo” come quello della leggenda o della vallja, insieme alla storia drammatica della sua famiglia, viene raccontato da un suo amico d’infanzia che incontra regolarmente, quando entrambi ritornano per le ferie a Hora dalle città forestiere in cui lavorano. Si ha qui il primo esempio della struttura ad incastro che sostiene la narrazione nei romanzi di Abate: tutte le vicende, le esperienze vissute dai personaggi sono raccontate da un narratore che si trova (più o meno) ai margini delle storie tramandate. In Il ballo tondo, il narratore inizia la storia del protagonista con una scena in cui Costantino, ragazzino di nove anni, racconta ai suoi amichetti che lui, alla fiera della Marina, ha visto volare sul mare l’aquila bicipite, l’aquila a due teste, che secondo la leggenda ha guidato e protetto le barche dei profughi sino al lido della Marina e che è rimasta il simbolo di Arbëria: ” ‘Ho visto volare l’aquila a due teste, ieri, alla marina!”. Da adulto, Costantino ricorda spesso questa visione che sarà determinante per la sua vita sempre rivolta verso il paese d’origine al di là del mare, l’altra Hora. All’amico, narratore della sua storia, parla di quel giorno alla Marina “col tono epico che era dei vecchi rapsodi albanesi. Del resto, come può parlare uno che passa tutto il suo tempo libero a raccogliere, a ordinare, a tradurre in italiano le antiche rapsodie arbëreshe e poi le memorizza al computer del suo ufficio in un ministero romano”. Possiamo vedere in Costantino una proiezione di studiosi delle leggende e rapsodie arbëreshe, fra i quali alcuni sono citati nella nota in conclusione alla trilogia, ma anche dello stesso autore che da giovane ha girato per i vicoli del paese “a caccia di storie, rapsodie, canti, aneddoti, proverbi, preghiere, fiabe”, ricostruendo pian piano la storia mitica del suo paese (Abate 2010, p. 22).

Nel secondo romanzo della trilogia, La moto di Scanderbeg, si racconta la storia di due generazioni della famiglia Alessi. Il padre, un uomo che odia “le ingiustizie e i prepotenti” (Abate 2012a, p. 223), era stato eroicamente coinvolto nelle rivolte contadine contro i potenti latifondisti. Era stato presente all’eccidio di Melissa del 1949, quando le forze dell’ordine con raffica di mitra uccisero contadini, ragazzi giovani e persino una donna incinta. Era un uomo che giurava di non aver pace, “finché [non avrebbe visto] il mondo capovolto” (ivi, p. 253). A causa del suo eroismo, i contadini gli danno come soprannome Scanderbeg o, più precisamente, “Scanderbeg con la moto”, essendo l’unico in paese a possedere una moto, una splendida Guzzi Dondolino, che avrà in eredità il figlio Giovanni, insieme al soprannome. Il giovane Alessi è il protagonista e narratore del romanzo. Vive a Colonia, dove collabora alla “Radio Italia” e convive con la giornalista Claudia, anche lei germanese. Nella figura di Claudia troviamo il primo esempio di un rifiuto categorico del paese d’origine, mentre invece Giovanni vive una crisi segnata da sentimenti ambivalenti, rifiuto da un lato e nostalgia quasi straziante dall’altro. Era partito dal paese per ostinazione, per una sorta di eroismo ribelle, seguendo il detto del padre: ” ‘Se ti dicono di restare, parti. Se ti dicono di partire, resta’ “(ivi, p. 261), senza aver mai condiviso in pieno una delle due opzioni. La sua è una storia di ricerca d’identità, una ricerca che, a dedurre dall’apertura finale, quando dopo la morte della madre (che per lui rappresenta l’ultimo filo che lo lega alla sua terra), sulla sua moto lascia il paese (e gli amici sbigottiti) per, così sembra, sparire per sempre.

In Il mosaico del tempo grande la storia del passato arbëresh s’incrocia con quella dell’Albania del ventesimo secolo. Il protagonista e narratore è Michele, un ragazzo di Hora. Gran parte di quello che Michele narra gli viene tramandato dai racconti dell’artista albanese Ardian Damisa, detto Gojàri, ossia “Boccadoro”, che nel 1990 si era rifugiato in Calabria. È Gojàri che racconta la storia di Antonio Damis, il protagonista vero e proprio del romanzo, discendente del primo papàs (sacerdote di rito bizantino) di Hora, Dhimitri Damis, che alla fine del Quattrocento aveva organizzato e guidato la fuga degli albanesi e fondato il villaggio di Hora. Antonio Damis ha un carattere combattivo e eroico. Da giovane impiegato e consigliere comunale non si era mai arreso nei casi di appalti e minacce di stampo mafioso, per cui era bersaglio di vari agguati e attentati. Era inoltre “l’unico che conoscesse nei dettagli la storia dell’inizio di tutto: quando era ragazzo gliela aveva raccontata suo nonno, e più giù ‘te moti i madh’, nel tempo grande, fino al suo antenato papàs Dhimitri Damis che l’aveva tramandata ai nipoti.”(ivi, p. 411). La storia degli antenati viene raccontata da Gojàri, non solo in parole ma anche in immagini. Nella sua Bottega del Mosaico, l’artista albanese sta completando un grande mosaico che racconta la storia degli arbëreshë di Hora, dalla migrazione in Calabria nel Quattrocento ai giorni nostri, grande mise en abyme sia della trama del romanzo sia della sua composizione strutturale: nel mosaico, come nella struttura narrativa, si scontrano e s’intersecano storie e strati di tempi diversi. Tra i momenti salienti del mosaico vi è il tentativo di uno dei figli del primo pàpas di ritornare in Albania per ritrovare il paese d’origine, la “prima Hora”, tentativo che fallisce e che ha un esito crudele, ma vi è anche il viaggio di Antonio Damis, alla ricerca della ballerina Drita, incontrata durante la tournée di un gruppo folcloristico albanese in Calabria. Nell’Albania comunista le ricerche di Antonio sono senza risultato, ma riesce a rintracciare Drita a Bruxelles, dove il gruppo folcloristico è stato invitato per altri spettacoli. Riescono a fuggire insieme, prendendo un treno per Amsterdam, dove si sposano e iniziano una vita felice. Avranno una figlia, Laura, che più tardi, visitando Hora, incontra e s’innamora di Michele, il protagonista narratore del romanzo, per cui il cerchio passato-presente, paese-estero, sud-nord, sembra essere completato.

Questa storia apparentemente felice è in verità piena d’incrinature e di ferite. Come racconta Antonio Damis dopo il suo ritorno a Hora, la famiglia di Drita venne tragicamente coinvolta nella fuga di migliaia di albanesi verso le coste italiane all’inizio degli anni Novanta. Da Amsterdam Antonio e Drita si recarono in Puglia dove, insieme alla Caritas, assistevano i profughi nel campo di Restinco, vicino a Brindisi. Incontrarono qui il giovane Gojàri, che raccontava la storia della terribile repressione politica, anche dopo il crollo del comunismo, e della sua fuga da Tirana a Brindisi. A Michele e agli altri giovani che affollano la Bottega del Mosaico, Gojàri racconta che all’inizio gli albanesi vennero accolti bene (“erano vittime riconosciute di un sistema inetto e crudele”), mentre più tardi, quando gli sbarchi tra Brindisi, Bari e Otranto erano più massicci (dodicimila su una sola nave, la nave Vlora nel porto di Bari), i nuovi profughi furono respinti e in gran parte rispediti in Albania. Vittima della xenofobia sarà all’inizio del Duemila (il livello del presente del romanzo) lo stesso Gojàri, quando alcuni sconosciuti scassano il portone della Bottega con l’intenzione di distruggere il Mosaico. Fortunatamente, i vandali vengono sorpresi da Michele e alcuni suoi amici, per cui fanno solo in tempo a mettere sottosopra l’atelier e a sfregiare il mosaico: “c’era un lungo sfregio che partiva dal cielo e attraversava quasi tutto il corpo del papàs Kolantòni Damis riverso sul sagrato della chiesa, come se qualcuno avesse infierito sul suo cadavere, lo avesse ucciso di nuovo”. La reazione di Gojàri è una costatazione secca: “Pure qua [a Hora] ci sono degli scemi che non sopportano gli albanesi”(ivi, p. 551). La lunga ferita (il capitolo è intitolato “La ferita”) sul corpo di Kolantòni Damis, che nel Seicento aveva iniziato la costruzione di Santa Veneranda e che era morto cadendo dall’impalcatura (non si era mai capito se a causa di incidente o perché vittima di un’aggressione) diventa parte integrante della mise en abyme costituita dal Mosaico: la storia degli arbëreshë è infatti intrisa di sconvolgimenti, incrinature, ferite. Ciò vale non solo per il passato evocato nel romanzo, ma anche per il presente, in particolare per la vita e il destino dello stesso Antonio Damis che, dopo essere uscito indenne da una serie di agguati, alla fine del romanzo sarà ferito a morte. L’arma di questo sconvolgente delitto sarà, misteriosamente, il prezioso pugnale d’oro che Scanderbeg, nel “Tempo Grande”, aveva regalato ai suoi fedeli e successori.

Tra La moto di Scanderbeg e Il Mosaico del Tempo Grande Abate aveva pubblicato La festa del ritorno (2004). Come nella trilogia l’ambientazione è Hora, ma la dimensione storica è più ristretta. Il romanzo focalizza soprattutto su alcuni anni nella vita di un figlio, il bambino e più avanti l’adolescente Marco, che è protagonista e narratore di questo romanzo in parte autobiografico. La storia del padre di Marco, emigrato nel nord della Francia, dove lavora prima in miniera, poi in un cantiere stradale, s’avvicina a quella del padre di Abate, inizialmente anche lui emigrato in Francia, prima di trasferirsi ad Amburgo. La storia del padre viene a intermittenze raccontata da lui stesso, soprattutto in occasione della “festa del ritorno” a Natale, quando tutto il paese, compreso emigrati e germanesi, si raduna per il grande “Fuoco di Natale” sul sagrato della chiesa di Santa Veneranda, scena che si ripete a intervalli regolari e che scandisce la trama del romanzo. Per Marco ogni ritorno del padre è una festa emozionante e felice, come è infelice e traumatizzante ogni partenza. Ciò vale anche per il padre che, come sottolinea lui stesso a varie riprese, ha fatto questa scelta per estrema necessità: “‘Ma perché devi ripartire sempre, eh, pa’? Pse?’ […]. Lui mi prese la faccia tra le mani e mi guardò dritto negli occhi. Disse con una voce profonda, quasi commossa: ‘Immagina che un uomo senza scrupoli, un bagasciaro nato, ti punta la pistola alla tempia e ti dice: ‘O parti o premo il grilletto!” Tu che fai?'[…]”. Non sapendo il bambino cosa dire, il padre risponde da solo: ” ‘Parti, naturalmente, come sono partito io e tanti giovani del paese, ché non avevamo scampo’” (Abate 2004, p.32), – una risposta direttamente in contrasto con quella che dà al figlio, quando quest’ultimo, a diciotto anni, si prepara per la partenza: “Avvicino il pugno alla tempia come se stringessi una pistola e aspetto che parli. Per un po’ mio padre resta intrappolato in un sogno lontano che cancella le parole, i ricordi malamente, il fuoco di Natale. Infine fa la voce arrogante del bagasciaro nato: ‘Senti a me, bir, non partire'” (ivi, p. 161), – che è esattamente la stessa risposta che il padre di Abate in un’occasione simile aveva dato al figlio Carmine (Abate 2010, p. 34).

Al contrario dei romanzi trattati sopra, Tra due mari (2002) non è ambientato a Hora-Carfizzi, ma in un villaggio situato nel punto più stretto dello Stivale, cioè letteralmente tra due mari, il Tirreno (il Golfo di Eufemia) e lo Ionio (il golfo di Squillace). Roccalba, il nome di finzione del villaggio, è il paese d’origine della madre del ragazzo Florian, protagonista e narratore del romanzo. La scelta di questo posto un po’ decentrato rispetto agli altri luoghi abatiani, è determinata da una sorta di contrainte storica, perché la trama, la sequenza dei fatti narrati, deve passare necessariamente per un luogo mitico e storico, i ruderi di ciò che una volta, nel Sette- e nell’Ottocento, era “Il Fondaco del Fico”, una locanda che si trovava tra Maida e il paese arbëresh Vena, – locanda visitata da noti artisti e scrittori inglesi (Swinburne), tedeschi (Friedrich Leopold von Stolberg), francesi (Alexandre Dumas in compagnia dell’amico pittore Louis Godefroy Jadin). Funzionale nella trama del romanzo è il viaggio di Dumas e Jadin nel 1835 da Messina a Scilla a Villa San Giovanni a Pizzo al “Fondaco del Fico” a Vena a Cosenza, viaggio descritto da Dumas in Voyage en Calabre del 1843. Dumas però accenna solo brevemente alla sosta nel “Fondaco del Fico”, lasciando così una lacuna storica che permette al romanziere di immaginare o ‘fingere’ storie che riguardano l’incontro di Dumas con la famiglia del locandiere Bellusci, l’antenato di Giorgio Bellusci, il nonno del protagonista del romanzo. Nonostante le ripetute minacce della mafia locale, Giorgio Bellusci dedica gran parte della sua vita alla ristrutturazione del “Fondaco del Fico”, che già nel 1865 era stato incendiato e distrutto in un combattimento tra briganti e esponenti dell’esercito italiano e che ora diventa uno dei bersagli della criminalità mafiosa.

Sia nel livello tematico che in quello della composizione strutturale, le vicende narrate sono scandite seguendo il motivo del viaggio. Oltre al Grand Tour dei due francesi, ci sono i due viaggi in macchina di Giorgio Bellusci e del fotografo tedesco Hans Heumann, all’inizio del romanzo, quando sono ancora giovani, lungo la Costa Ionica, e alla fine, quando, dopo il restauro del “Fondaco del Fico”, i due amici, ormai anziani, intraprendono un viaggio che li conduce da Lamezia a Pizzo Calabro a Sant’Elia a Scilla a Crotone a San Giovanni in Fiore e oltre. Sulla strada che porta a Cosenza, in un posto panoramico splendido, dove si fermano per fare delle fotografie, saranno brutalmente assassinati. La Calabria descritta in questo romanzo non è solamente una terra meravigliosa “tra due mari”, ma anche la terra dei mafiosi, della ‘ndrangheta, che dopo aver ripetutamente colpito Bellusci (i suoi vigneti e uliveti, il bestiame, la sua macelleria, il “Fondaco del Fico”), preparano un ultimo e definitivo agguato sulla Sila.

Ai viaggi di Bellusci e Heumann, s’aggiungono quelli del protagonista Florian (e altri della sua famiglia germanese) a ogni stagione (per Natale e per le vacanze d’agosto) da Amburgo a Roccalba e vice versa. È un continuo pendolare da Nord a Sud, in cui Florian impara a conoscere, apprezzare e ammirare il nonno Bellusci e ad accettare la propria alterità. Alla fine del romanzo sarà lui il padrone del “Fondaco del Fico”. Rivolgendosi a uno scrittore (che potrebbe essere lo stesso Abate), che si trova tra i suoi ospiti, afferma che il pericolo della mafia non è del tutto scongiurato, “anche se nessuno, fino a oggi, è passato a chiedermi il pizzo”. Per quanto riguarda la doppia identità di cui soffriva da bambino, le sue parole sono rassicuranti: “Quattro mesi li passo nell’altra casa, ad Amburgo, dove sono nato. Ne ho bisogno per non perdere pezzi miei di passato e forse di futuro. Vivendo in due posti diversi tra loro come il sole e la luna, mi illudo di vivere due volte, perché in ogni posto mi tuffo a capofitto” (Abate 2002, p. 192), parole che anticipano quelle dell’autore sulla sua “identità per addizione”.

La fine di Tra due mari, la breve scena ambientata in un “Fondaco del Fico” ristrutturato e risorto dalle ceneri, altro non è che una finzione utopistica, nata dal sogno di Bellusci, ma anche dall’amore dell’autore per la sua terra nativa. In realtà il “Fondaco del Fico”, visitato nel Sette- e nell’Ottocento da famosi viaggiatori, come racconta l’antropologo Vito Teti nel saggio “Il Fondaco del fico”. Taverne, locande e alberghi in Calabria (fine Settecento – prima metà del Novecento) del 1995, oggi non esiste più. Secondo lo stesso Teti, in un articolo su “Il Quotidiano della Calabria” (22.1.2012), “Quel luogo simbolico è stato demolito per inutili lavori di cementificazione. La cancellazione sistematica di memorie, luoghi, storia”.

La cancellazione di luoghi di memoria paesaggistica e storica è uno degli argomenti più attuali e scottanti nella Collina del vento (2012), romanzo “corale”, polifonico, strutturato a incastri diegetici diversi. È anche un grande romanzo storico (tinto di giallo) che abbraccia cento anni di storia calabrese, storia che, seguendo le vicende per oltre tre generazioni della famiglia Arcuri, attraversa le epoche della Grande Guerra, delle lotte contadine, del fascismo, della seconda guerra mondiale, della speculazione edilizia e industriale degli anni Trenta e del dopoguerra, e infine della ‘ndrangheta, e che si congiunge a quella degli scavi archeologici eseguiti a Punta Alice, all’inizio del secolo dal famoso archeologo trentino Paolo Orsi, e più tardi dal piemontese-inglese Umberto Zanotti-Bianco (creatore della Società Magna Grecia), ambedue personaggi storici importanti all’interno del mondo della finzione. Il romanzo è ambientato nelle campagne sopra Punta Alice, nel paese Spillace, assimilabile per vari aspetti a Carfizzi, e in particolare sulla collina Rossarco, proprietà degli Arcuri. Questa magica collina, profumata e rossa, perché ricca di vegetazione e sul versante del mare coperta da fiori di sulla, è anche un luogo ventoso, in cui i venti dello Ionio si scontrano con quelli della Sila. È inoltre un luogo mitologico. Nasconderebbe l’antica Crimisa, per cui potrebbe essere scambiata con la collina di Krisma, uno dei luoghi di Carfizzi. Nel romanzo diventa bersaglio di scempi e parziale distruzione. Gli Arcuri saranno infatti intimiditi e direttamente puniti da chi, prima latifondisti poi fascisti e infine mafiosi, vogliono acquistarla e sfruttarla. Tra gli interessati ci sono vari tipi di “forestieri”: civili e cortesi romagnoli che arrivano con un progetto per pale eoliche, ma anche persone brutali (non si sa se calabresi o germanesi) che vogliono una “fetta” della collina per costruirci un villaggio turistico. Quando capiscono che gli Arcuri non si arrendono, che non venderanno mai la collina, incominciano per conto loro (con o senza permesso) a tagliare gli ulivi secolari e a scavare con le ruspe nel terreno tra la collina e la statale ionica, provocando un taglio netto di tre metri, una “ferita fresca, color ruggine”(Abate 2012c, p. 231). Come ultimo avvertimento, danno fuoco alla collina che, se non ci sarebbe stato il vento fresco dal mare, sarebbe stata divorata dalle fiamme. Infine, dopo una notte di piogge torrenziali, la collina sarà in parte distrutta da una frana provocata dai lavori per il villaggio turistico. La frana seppellisce le villette, ormai povere baracche in cui sono ospitati immigrati africani, che saranno portati in salvo dal giovane Rino Arcuri, che è anche il narratore del romanzo e che deve la ricostruzione della storia della famiglia, agli “appassionati racconti” di suo padre.

Bibliografia:

Carmine Abate, Tra due mari, Milano, Mondadori 2002
Carmine Abate, La festa del ritorno, Milano, Mondadori 2004
Carmine Abate, Il mosaico d’identità in “Il Crotonese”, 31.01.2006
Carmine Abate, Vivere per addizione e altri viaggi, Mondadori, Milano 2010
Carmine Abate, Le stagioni di Hora, Milano Mondadori 2012 (2012a)
Carmine Abate, Un destino con mille radici. La mia vita è un’addizione, “Corriere della sera”, 25.3.2012, p. 38 (www.carmineabate.net/collinacorriere) (2012 b)
Carmine Abate, La collina del vento, Milano, Mondadori 2012 (2012c)

Altri testi:

A. Dumas, Voyage en Calabre, Bruxelles, Editions complexe 1989; ed. italiana: Viaggio in Calabria, Soveria Mannelli, Rubettino, 2006.
Alfredo Luzi, Spazialità e nostos in La festa del ritorno di Carmine Abate, in Cahiers d’études italiennes, Grenoble, 7. 2008, pp. 91-100 (http://cei.revues.org/913).
Rosanna Morace, Le stagioni narrative di Carmine Abate. Rapsodie di un romanzo-mondo, Soveria Mannelli, Rubettino, 2014.
Martine Bovo Romoeuf, L’epopea di Hora. La scrittura migrante di Carmine Abate, Firenze, Franco Cesati Editore, 2008.
Vito Teti, “Il Fondaco del fico”. Taverne, locande e alberghi in Calabria (fine Settecento – prima metà del Novecento), in “I viaggi di Erodoto”, facs. 27, vol. 9, 1995, pp. 80-101.

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