Mag 11

“Questo viaggio chiamavamo amore” di Laura Pariani

(di MARIA ELENA DANNA)

Nel suo ultimo romanzo, Questo viaggio chiamavamo amore, edito da Einaudi nel 2015, Laura Pariani si addentra fra le pieghe oscure della tragica e tormentata vita del poeta Dino Campana restituendo, attraverso la pagina letteraria, il ritratto di un’intera vita fatta di poesia, turbamenti e vagabondaggio.

La narrazione dei fatti è affidata alla voce del poeta il quale, attraverso lettere o telefonate immaginarie, rievoca momenti veri o presunti della sua vita. Si succedono personaggi realmente conosciuti da Dino Campana, come l’amico Regolo Orlandini o il dottor Pariani, lo psichiatra che studia il suo caso e, altri partoriti unicamente dalla sua fantasia. E armato solo della fantasia egli può cosi evadere dallo squallido manicomio di Castel Pulci dove è rinchiuso, ormai, da otto anni, per lasciarsi trasportare oltre le barriere del tempo e dello spazio, ritornando, con la mente, nelle terre oltreoceano dell’Argentina e rievocare quell’amato viaggio probabilmente mai compiuto:

“Sono un selvatico, epperciò non sono mai riuscito a rassegnarmi al chiuso di Castel Pulci. Di conseguenza la notte scappo fuori da qui, col ricordo di viaggi lontani”. (p.63)

Il viaggio in Argentina, seppure nitidamente rievocato dal poeta, risulta ambiguamente connotato in quanto non si capisce (e neppure il poeta, nel suo solitario delirio, sembra saperlo) se questi ricordi siano reali o immaginari:

“[…] capace perfino di imbarcarsi per il Sudamerica come fosse la cosa più semplice del mondo, quasi come prendere un tram…Ma sono stato davvero io a fare queste cose oppure ho soltanto sognato?” (p.14)

Gli impercettibili ed eleganti slittamenti fra il piano del reale e quello del ricordo e dell’immaginazione conferiscono alla narrazione un accento sui generis che mette in luce gli anfratti oscuri di una mente spasmodica che, per tutta una vita, ha cercato la quiete nel viaggio:

“Era l’epoca in cui correvo e correvo, così in fretta che caddi in una rete. Sferravo colpi, ma sotto i pugni incontravo solo aria. Era il vuoto. Sentivo gli altri ridere, una risata che pareva uno sfregamento d’ali, come di grilli o cicale. Ché tutti ridevano di me a Marradi: per prendermi in giro, appoggiavano il dito qui sulla tempia, e lo muovevano così, a indicare che mi mancava una rotella. Sghignazzavano, mi facevano diventare nevrastenico. Ma sì, dottore, cosa rimane da fare ad un giovane nato in un buco rognoso, quando arrivano gli anni molli in cui il disgusto e l’impazienza di essere adulti salgono nel corpo come accesi di febbre? Abituarsi alle fanfaronate degli accademici, alla violenza dei poliziotti? Adeguarsi alle prediche sul Bene e sul Male, alle furbizie dei giochi di borsa, allo squallore dei matrimoni di convenienza?…No. Gli resta il suicidio o la fuga. E lui è fuggito”. (p.120)

Il viaggio, dunque, come fuga ma soprattutto come strumento di comprensione e ricerca di sé, necessità ineluttabile e testimonianza di un disagio ancestrale che affonda le sue radici all’interno della famiglia e del tormentato rapporto con la madre:

“[…] la litania dei tuoi rimproveri io la so a memoria, Signora Madre, perché esplodeva ciclicamente, sempre uguale, in un’escandescenza isterica; e si riassumeva in una sentenza: che, non avendo io profittato della buona educazione che mi era stata impartita, tutta tesa a sviluppare in me i più nobili impulsi, ma anzi, dato che avevo preferito abbandonarmi al vizio del vagabondaggio, il mio destino non poteva essere che la galera o il manicomio […]. Volar via, star lontano da te. Tutta qui la mia vita…Che strano, capire solo dopo tanti anni dove la mia smania di viaggiare è cominciata, che cosa ha dato forma al mio destino. Ma tu non hai compreso. Per te la leggerezza era soltanto lazzaronaggine, e io un disertore della vita. Mi hai strappato le ali. Perché?” (pp.130-131)

Attraverso uno stile narrativo composito che alterna momenti di forte liricità ad altri di potente resa mimetica del reale, la scrittrice di Busto Arsizio contrappone sapientemente i luoghi del ricordo, rappresentati dalla calura della Pampa argentina a quelli presenti incarnati dal freddo gelido del manicomio di Castel Pulci. Una scrittura fortemente icastica che semantizza colori e odori per descrivere i diversi momenti della vita del poeta:

“[…] la Pampa è l’infinito di alfalfa, il vuoto, notti luminose sotto una Via Lattea che attraversa il cielo come una larga strada di luce; è profumo d’erba, solo odori, senza esseri umani, senza parole: pura fragranza di madre terra. Insomma tutt’altra cosa dal puzzo di disinfettanti e di chiuso che stagna questa sera nella stanza del medico”. (p.82)

Inoltre, nell’ultimo capitolo che descrive la morte di Dino Campana, attraverso l’uso oppositivo di luce e buio, ancora una volta, semanticamente connotati, la scrittrice marca gli ultimi istanti di vita del poeta segnati da un profondo delirio febbrile che si erge a metafora di un’esistenza fatta di fugaci momenti di luce e lunghi giorni di tenebra:

“Scurità completa. I miei occhi cercano un punto di riferimento, il pezzetto di cielo quadrettato che normalmente vedo nella finestrella di fronte al mio letto. Invece niente. Forse sto dormendo, mi sembra di essere immerso in un liquido denso buio vischioso, da cui non so uscire […]. Niente: altro buio e altro freddo […].Buio, pianto e stridor di denti è soltanto una metafora del morire […] Luce, luce…Pulsare fortissimo delle tempie, sbattere di ali di albatri […]. Il paradiso è dove uno è stato più felice. Allora ci ritroverò quello che ho amato: i prati di maggio quando il sogno e il profumo valevano le stelle, il sapore delle fragole appena colte […]. Basta. Perché aspettare? Meglio uscire da questa stanza angusta. Via di qui. Il soffitto si è aperto, che luce vertiginosa”. (pp.184-189)

L’inquietudine del poeta, il suo male di vivere, non estraneo allo spleen baudelairiano, emerge potentemente dai versi delle sue poesie, inseriti, dalla scrittrice, nella tessitura narrativa del romanzo, il quale presenta una massiccia, ma mai fine a sé stessa, componente metaletteraria che spazia tra il Purgatorio dantesco e i mondi fantastici di Carroll, passando attraverso Omero, Marziale, Pessoa, Goethe e lo stesso Baudelaire per arrivare sino al Barocco e alla sua concezione della mondo quale Gran Teatro, non lontana dalla poetica pirandelliana:

“Il mondo non esiste o al massimo è un immenso scenario teatrale […]. Tutto ciò che mi circonda è un girotondo di maschere […]. Siamo tutti gioppini legati in un intreccio ingarbugliato di fili, non c’è verso di strapparceli di dosso: è una farsa recitata sul palcoscenico del Manicomio Universale in cui ci si scambia le parti a turno, insieme ai sogni e ai ricordi. Epperciò ormai nessuno può sapere chi è veramente”. (pp.111-114)

Con questo romanzo la scrittrice conferma in maniera coerente le scelte che hanno accompagnato tutta la sua produzione letteraria. È ribadita, ad esempio, l’opzione del plurilinguismo quale strumento espressivo privilegiato per una efficace resa mimetica della realtà non senza un decisivo e imprescindibile piglio espressionistico capace di mettere a nudo gli anfratti più oscuri della psiche umana. A tratti, l’italiano si mescola con il dialetto riproducendo l’immediatezza dell’oralità e portando a galla affascinanti suggestioni linguistiche e sonore come già, peraltro, ne Il paese delle vocali (Casagrande 2000). Ancora una volta, inoltre, dopo La foto di Orta (Rizzoli 2001), Tango per una rosa (Casagrande 2005) e La straduzione (Rizzoli 2004), la memoria letteraria diventa punto di partenza e fondamento stesso della narrazione rivelando un autobiografismo intellettuale di rilevante centralità in tutta la produzione  di Laura Pariani.

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