Mar 24

Parliamo di Umberto Eco

“Tra Storia, finzione e falsi in alcuni romanzi di Umberto Eco”

Nella sua semiotica narrativa Eco sottolinea il legame tra finzione e realtà, tra il mondo “possibile” della finzione e il suo mondo di riferimento. Fra i due mondi c’è un rapporto di parziale identità (“identità tra mondi”), di “concepibilità” o di “accessibilità” (il mondo possibile è “concepibile” e “accessibile” dal punto di vista del nostro mondo. Il mondo possibile della finzione, anche se può essere fantastica, utopica o controfattuale, non nasce come un’entità distaccata dalla realtà che lo ha fatto nascere, ma è parte reale di questa stessa realtà. In un saggio del 1981, in cui cita un passo delle Città invisibili di Calvino, Eco illustra questo legame in modo chiaro. Come, nella città di Fedora, gli abitanti hanno immaginato altre Fedora, modelli azzurri che il viaggiatore può vedere nelle sfere di vetro che si trovano nelle diverse stanze del palazzo, così “I mondi possibili come costrutti epistemici sono reali in quanto sono incassati, non solo sintatticamente, nel mondo reale che li produce. […] I possibili non sono paralleli, sono proporsizionalmente uno dentro l’altro, e ciascuno partecipa un poco della realtà del proprio contenitore” (Eco 1985, pp. 209-210).

Un concetto importante nel contesto della teoria di mondi possibili è quello dell’enciclopedia. Nei romanzi storici echiani, il mondo narrato ubbidisce a varie enciclopedie, agli inventari di conoscenza che riguardano diverse epoche storiche, anche se le enciclopedie individuali, le conoscenze e idee dei singoli personaggio, ne possono deviare in maniera più o meno estrema, come accade nei casi del prodursi di falsi. Il rapporto inoltre tra i mondi possibili della finzione e i vari mondi di riferimento dipende dalle competenze enciclopediche delle istanze coinvolte, dall’autore al lettore ai singoli personaggi, ossia dal loro possesso di più o meno estese “porzioni” enciclopediche. In questo quadro s’inseriscono non solo le conoscenze specialistiche delle epoche storiche in questione, ma anche le conoscenze rappresentate dai mondi “doxastici”, ossia di pensiero o idee, dei singoli personaggi, “piccoli” mondi possibili che, accanto a conoscenze e credenze individuali, possono includere dei falsi e che spesso coincidono con racconti o discorsi, che costituiscono livelli narrativi secondari.

1. Storia e finzione.
Il nome della rosa (1980) è stato definito un romanzo postmoderno che ironicamente ri-scrive generi come il detective, il romanzo filosofico e soprattutto il romanzo storico. Dal lettore il romanzo richiede una competenza storica media, una certa conoscenza della storia e della cultura del Medioevo, ma anche delle competenze più specialistiche per quanto riguarda il pensiero filosofico medievale. Dal mondo medievale il romanzo prende in prestito una serie di fatti storici (il conflitto fra il papa Giovanni XXII e l’imperatore Ludovico di Baviera nell’anno 1327) e di personaggi storici (da Roger Bacon al teologo e filosofo inglese Guglielmo di Occam e dal teologo e politico Marsilio di Padova al frate benedettino Ubertino di Casale, da Michele da Cesena all’inquisitore Bernardo Gui). In riferimento a questo sfondo storico, il viaggio dei protagonisti, il francescano Guglielmo di Baskerville e il giovane benedettino Adso di Melk, come anche il loro soggiorno nel convento benedettino, dove Guglielmo deve iniziare le negoziazioni fra i francescani e il Papa sulla questione della “povertà”, sono verosimili e, nel senso aristotelico, necessari (cfr. Eco 1983, p. 43).
Le numerose conversazioni erudite sono rappresentative della teologia medievale e delle idee religiose che circolano nella comunità dei monaci. Anche la competenza enciclopedica di Adso corrisponde con il pensiero medievale. Nell’architettura dell’Edificio, la costruzione principale dell’Abbazia, riconosce i principi eterni della bellezza e dell’armonia. La descrizione comprende però degli elementi inquietanti, per cui, sin dall’inizio del romanzo, siamo preparati all’intuizione finale di Guglielmo, che un ordine cosmico, universale, non esista. Guglielmo infatti deve ammettere che lo schema dell’Apocalisse non ha funzionato come una chiave per la soluzione del mistero della morte dei monaci e che la sua scoperta della “verità” è stata casuale e non la logica conseguenza di una serie di deduzioni. È a questo punto che il modello narrativo del detective, che sin dall’inizio del romanzo ha funzionato come spinta strutturante dell’azione, si trasforma in anti-detective. Insieme alla ri-scrittura meta-letteraria del romanzo storico e del detective, il romanzo ri-scrive anche il genere del conte philosophique, genere che relativizza l’ottimismo illuministico, intuendo la fallibilità della ragione. È, tra l’altro, l’ironia intertestuale, che costituisce il postmodernismo specifico di Il nome della rosa.
Si noti che lo schema dell’Apocalisse, anche se non avrà delle conseguenze all’interno del mondo delle investigazioni di Guglielmo, risulta effettivo nel livello dei fatti narrati. Con l’incendio che devasta la biblioteca, collassa l’enciclopedia medievale, che fin’ora aveva dominato il mondo di Adso. Quando, alla fine del romanzo, ripensa alla sua laboriosa ricostruzione di questo mondo svanito, ricostruzione basata su frammenti di pergamena bruciata, è assalito da dubbi e da una sconcertante incertezza sul senso ultimo di tutto: “Ed è cosa dura per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d’uno, e molti, o nessuno” (p. 503).

Anche in L’isola del giorno prima (1994), i fatti narrati sono ancorati ad un consistente quadro storico che include noti avvenimenti politici del Seicento, come l’assedio di Casale Monferrato durante La Guerra di Trent’anni. All’enciclopedia storica appartengono famosi personaggi storici, fra i quali Richelieu, Mazarin, Colbert i quali però, per certi loro modi di agire, sembrano appartenere più ad un mondo romanzesco che alla Storia. Fanno parte del quadro storico vari settori dell’enciclopedia culturale del Seicento, settori appartenenti alla scienza, alla filosofia, alla teologia e all’estetica. Sono rappresentati da numerosi personaggi che, come rivelano i loro nomi, sono di derivazione storica. Per il movente narrativo, Eco si è ispirato ad uno dei settori scientifici dell’enciclopedia seicentesca, l’intricato problema della determinazione delle longitudini, insieme all’ossessiva ricerca del cosiddetto ‘punto fijo’, che erano al centro delle ambizioni politiche di vari nazioni europee e in cui sarà fatalmente coinvolto il protagonista Roberto de la Grive. Della pienezza barocca del mondo possibile in L’isola del giorno prima fanno parte i numerosissimi riferimenti a testi seicenteschi. Il romanzo è un grande mosaico intertestuale, in cui si colloca una lunga serie di testi dell’epoca, testi talvolta presenti nei titoli dei singoli capitoli. All’enciclopedia culturale seicentesca appartiene anche l’arte: lo stile letterario manieristico o barocco (illustrato da Emanuele Tesauro e esemplificato da poeti come Marino e Donne), l’architettura (Borromini), la musica (John Dowland, Jakob van Eyck). Si tratta di un insieme polifonico di idee e visioni spesso contrastanti tra di loro (si vedano ad esempio le idee di gesuiti da una parte e quelle di uomini di scienza e libertini dall’altra o i contrasti tra visioni geocentriche e conoscenze post-copernicane), un insieme aperto a diverse letture e interpretazioni, il che unisce l’enciclopedia barocca all’estetica postmodernista.
Fra il lettore e l’immensa enciclopedia seicentesca si inseriscono due istanze narrative: il protagonista, che si trova a bordo della nave Daphne, dopo esser naufragato nel 1643 con la nave Amarilli, e un narratore che lascia intuire di essere un nostro contemporaneo. Nei suoi diari e lettere, Roberto evoca il proprio passato, ciò che ha vissuto a Casale Monferrato, in Provenza, a Parigi, a Amsterdam e infine a bordo dell’Amarilli; il narratore pretende di basarsi sui manoscritti di Roberto, ma più di citare o riportare i fatti come raccontati da Roberto, li racconta come se li immagina lui stesso. Possiede una cultura o competenza enciclopedica molto simile a quella dell’autore, il che lo permette di distanziarsi dalla retorica manieristica adoperata dal protagonista. Adotta, con ironia intertestuale, diversi stili romanzeschi (dal romanzo autobiografico al romanzo d’avventura al conte philosophique), creando dei palinsesti, che fanno trasparire un’eredità culturale che oltrepassa l’epoca del barocco. Ha una supervisione globale sull’enciclopedia storica e culturale del Seicento, mentre il protagonista, che si trova al centro dell’enciclopedia del suo tempo, recepisce i fatti in maniera frammentaria. Costituisce una specie di punto focale o prisma in cui confluiscono, infrangendosi, i numerosi fatti e aspetti eterogenei della Storia e del sapere del suo secolo. Anche se confinato in uno spazio stretto come quello di una nave, percorre, mentalmente, molti settori dello spazio ampio dell’enciclopedia seicentesca. Nella sua mente però, la finzione, costituita da sogni e visioni e dal suo fantasticare un “romanzo nel romanzo”, ha la rivincita sulla Storia.
Per figurarsi l’isola, di fronte alla quale è ancorata la nave Daphne, Roberto ricorre all’artificio della metafora che per lui, invece di far conoscere delle cose “nuove”, come esige la retorica barocca, apre dei percorsi circolari e ripetitivi. Così la Daphne diventa metafora dell’isola che, a sua volta, diventa metafora della nave, la quale poi, nei suoi ricordi, si riannoda a Casale che vede come un preannuncio della sua vita d’assediato su una nave. Come oggetto dei suoi desideri, l’isola, inoltre, si riannoda alla donna amata, Lilia (di cui è anagramma). Per metonimia, infine, si accosta alla Colomba Color Arancio, che ne diventa simbolo o emblema. Nelle sue fantasie, l’isola (che si confonde sia con Lilia che con la mitica Colomba) diventa il centro dell’universo, un centro ricercato non solo da Roberto, ma anche da un suo immaginario sosia, il geloso e maligno fratello Ferrante, protagonista in un “romanzo nel romanzo” inventato o “pensato” dallo stesso Roberto. Alla fine della sua vita riconosce però che la posizione dell’isola, in quanto appartiene ad un passato (quello del “giorno prima”) che non sarà mai in grado di ricuperare e ad uno spazio che per lui è irraggiungibile (perché non ha imparato di nuotare), rimarrà sempre in periferia.
La storia di Roberto è la storia di una Bildung e, conseguentemente, di un’enciclopedia in fieri; la sua enciclopedia individuale si forma e si trasforma nel contatto con una serie di maestri precettori. In contrasto con il dogmatismo geocentrico, Roberto, ispirandosi al pensiero di uno di loro, introduce nella propria enciclopedia alcune delle idee filosofiche e astronomiche nuove. Durante le notti sulla nave, scopre che l’universo è un insieme di “mondi infiniti”, un “gran giro di vortici con infiniti soli e infinitissimi pianeti” (p. 292), un universo non regolato dalla perfezione del cerchio ma dallo “strabico giro” dell’ellisse. Ricordandosi una chiesa che aveva visitato a Roma, riassume la propria visione dell’universo a mezzo di un’immagine che evoca l’architettura barocca, la quale contrasta con la cupola stabile e rotonda dell’oratorio nel suo paese d’infanzia: “era come se la volta della chiesa fosse un cielo australe, che invogliava l’occhio a tentare sempre nuove linee di fuga, senza mai riposarsi su un punto centrale. Sotto quella cupola, dovunque si collocasse, chi guardava verso l’alto si sentiva sempre ai margini” (p. 472), immagine che anticipa la sua intuizione finale, secondo la quale l’isola, anziché essere simbolo di un centro, è figura di decentramento.

2. Fra Storia e creazione di falsi.
In Il pendolo di Foucault (1988), il modello del romanzo storico è meno presente che nel Nome della rosa e nell’Isola del giorno prima. Gli eventi principali sono ambientati nel Novecento, mentre quelli secondari, inclusi i numerosi testi citati, riferiscono ad un passato storico che include il medioevo, il rinascimento, l’illuminismo. Altri testi citati, in modo particolare gli appunti e files di Jacopo Belbo, riferiscono agli anni della Seconda Guerra Mondiale. L’insieme di questi testi (testi di Storia, testi esoterici e occultistici, documenti falsi, memorie personali) ha le dimensioni di una vasta enciclopedia. Il confrontarsi con questa enciclopedia richiede nei protagonisti, i tre amici Belbo, Casaubon e Diotallevi, impiegati in una casa editrice a Milano, una vera e propria competenza enciclopedica, competenza che in certa misura sarà richiesta anche nel lettore.
Nel Pendolo di Foucault, la ri-scrittura della Storia degenera in una sorta di pseudo-storia, una produzione di falsi che riduce la Storia ad una serie di cospirazioni basate sull’idea di un Segreto che i Templari avrebbero trasmesso ad alcuni loro discendenti. Sono, in primo luogo, alcuni dei personaggi secondari del romanzo che contribuiscono a questa falsificazione della Storia, come i cosiddetti ‘diabolici’, ai quali appartiene un certo colonnello Ardenti, che ha il sospetto che dei gruppi neo-templari sono sulle tracce del Segreto. Dopo la misteriosa scomparsa di Ardenti, altri diabolici, fra i quali l’enigmatico intellettuale Agliè, riprendono la sua esaltata ricerca, cercando di sapere il “segreto” del Segreto. Nel frattempo, i tre amici hanno iniziato la loro ricostruzione del cosiddetto “Piano”, parodiando le idee ossessive dei diabolici. Uno degli esiti di questo Piano è che il Segreto sarebbe un riferimento al misterioso Centro del Mondo, che potrebbe essere indicato dalle oscillazioni del pendolo inventato nel Settecento dal fisico Léon Foucault e ora esposto nel Conservatoire des Arts et Métiers a Parigi. Con la loro ricostruzione del Piano, i tre amici inventano una Storia falsa, in cui le vicende sono messe in moto da una sorta di staffetta organizzata da gruppi occultistici per appropriarsi di un inesistente Segreto. Storia basata in gran parte su documenti “falsi” come, fra gli altri, il Corpus Hermeticum, i manifesti rosacrociani, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion.
Inizialmente il Piano non è che un divertente gioco semiotico, in cui i segni non rimandano ad una determinata “realtà”, ma ad altri segni e altri ancora. Con la costruzione del Piano, i tre protagonisti si contrappongono alla paranoia interpretativa dei diabolici, i quali cercano unicamente il significato segreto o occulto delle cose. Per loro non si tratta perciò di “rivelare” o “scoprire” un Piano, ma di inventarlo. Man mano però vengono presi dal gioco, scordandosi che stanno giocando, per cui saranno soggetti a quasi lo stesso sindrome dei diabolici. Soprattutto Belbo, dimentico del fatto che stanno “costruendo un falso” (p. 311), si immedesima sempre di più con “la Grande Storia che stava stravolgendo” (p. 322). Come i diabolici, anche loro incominciano a trascurare le differenze e a fissarsi su analogie e coincidenze casuali, “perché a voler trovare connessioni se ne trovano sempre, dappertutto e tra tutto, il mondo esplode in una rete, in un vortice di parentele e tutto rimanda a tutto, tutto spiega tutto […]” (pp. 365-367).
Nella loro costruzione del Piano, i tre amici seguono un metodo che, più che alla “semiosi illimitata” di Peirce, è paragonabile alla “semiosi ermetica” (cfr. Eco 1990, pp. 326-329). Trasformano la realtà, il mondo o la Storia, in una rete di casuali corrispondenze, le quali, nell’ultima istanza, rimandano al “Segreto” dei Templari. Nella loro frenetica ricerca del “Segreto”, di un “Polo Mistico”, di un misterioso complotto occultistico, i tre amici dimenticano che la “verità” non si colloca nei grandi sistemi (o “racconti”) globalizzanti, ma nei piccoli frammenti di realtà che l’uomo, viaggiando attraverso l’enciclopedia della Storia e quella più modesta della propria storia, sa isolare, conoscere e valutare (cfr. Eco 1984, pp. 91-134). Capiscono troppo tardi in che “vortice di falsità” si stanno perdendo, – un vortice in cui il falso diventa la causa “vera” della morte di Belbo e del pericolo che incombe su Casaubon: “noi abbiamo inventato un Piano inesistente ed Essi non solo lo hanno preso per buono, ma si sono convinti di esserci dentro da tempo […]. Ma se inventando un piano gli altri lo realizzano, il Piano è come se ci fosse, anzi, ormai c’è” (p. 490).

Con Baudolino (2000), Eco fa ritorno al Medioevo. Il quadro storico è l’Europa della seconda metà del dodicesimo secolo con, in primo piano, il conflitto tra Federico I, ossia Barbarossa, e il Papa Alessandro III, conflitto che conduce ad una serie di assedi delle città dell’Italia Settentrionale. Tra i luoghi storici, oltre alla palude in cui sorgerà nel 1168 la città Alessandria, ci sono Ratisbona, Parigi, Roma, Aquisgrana, Colonia, il mondo bizantino, con al centro il sacco di Costantinopoli nel aprile 1204. Allo stesso panello storico appartengono varie regioni dell’Asia Minore, che negli anni 1189-1190 furono attraversate dalla terza crociata. A questi luoghi storici si aggiungono alcune regioni fantastiche del lontano Oriente, visitati da Baudolino, il protagonista, e dai suoi amici, alla ricerca del regno del leggendario Prete Gianni. I personaggi storici sono, fra molti altri, Barbarossa, insieme a persone appartenenti alla corte imperiale e poeti e trovatori che hanno lasciato le loro tracce nella letteratura medievale. Al mondo storico bizantino appartiene il cancelliere e storico Niceta Coniate, personaggio chiave perché è a lui che Baudolino racconta le sue avventure.
La storia di Baudolino include una lunga serie di “falsi”, creazioni della sua fantasia, destinati ad aumentare il prestigio politico dell’imperatore, il suo padre adottivo, fra i quali le sagome dei Re Magi, che Baudolino fa trasportare da Milano ad Aquisgrana, la testa di Giovanni Battista, il “gradale” o graal che altro non è che una vecchia scodella di legno che Baudolino regala a Barbarossa. Il possesso del “gradale” infatti sarebbe la prova della dignità sacra dell’imperatore e potrebbe aiutarlo nella sua lotta contro il Papa. Il falso più importante è la lettera del Prete Gianni che, secondo le diverse versioni ricopiate, era indirizzata o al Papa, o al Basileo di Bisanzio, o a Barbarossa, o a vari sovrani europei. È Baudolino che, insieme ai suoi amici, inventa e scrive questa lettera, indirizzandola a Barbarossa. Così Eco inverte la cronologia ufficiale delle versioni “falsi” di un presunto e inesistente originale, che altro non era che un gioco o un esercizio goliardico. Baudolino ha perciò costruito la “primissima” versione della lettera del Prete Gianni, un falso apocrifo che era alla base di testi storicamente esistenti, che avevano avuto un ruolo decisivo nell’apertura dell’Occidente verso l’Oriente (cfr. Eco 2002, p. 304). Con le sue falsificazioni, Baudolino incide decisivamente nella Storia; senza di lui i fatti si sarebbero sviluppati in maniera diversa.
I paesi visitati da Baudolino e dai suoi amici, nel loro viaggio in Oriente, anche se sembrano appartenere ad un mondo fantastico, sono storicamente verosimili in quanto conformi all’enciclopedia del dodicesimo secolo, enciclopedia che risale alla Storia Naturale di Plinio il Vecchio e nutrita dall’Esamerone di Sant’Ambrogio, dalle Etimologie di Isidoro di Siviglia e dalle Romanzo di Alessandro. I numerosi animali fantastici incontrati nel viaggio, come il basilisco, l’unicorno, lo sciapode, il blemma, il poncio, il satiro ecc., non sono perciò sconosciuti ai nostri viaggiatori, anzi: li riconoscono facilmente “per averne letto e sentito parlare tante volte” (p. 370). Incontrano però anche delle razze non (ancora) registrate dall’enciclopedia, come la meravigliosa Ipazia e i giganteschi uccelli Roq che, alla fine delle loro avventure, li riportano a Bisanzio.

3. Il falso come perversione della Storia.
In Baudolino, l’invenzione di falsi aveva degli effetti positivi sulla realtà storica. Il cimitero di Praga (2010) invece illustra gli effetti negativi, disastrosi, della costruzione di falsi. Come in Baudolino, anche qui, i fatti storici sono in gran parte determinati dal genio inventivo del protagonista, con la differenza però che dove Baudolino agisce per il bene, per affetto o amore, Simonini agisce per il male, per interesse e per odio. Nel Cimitero di Praga, Eco elabora un fatto storico a cui aveva fatto riferimento sia in Il pendolo di Foucault che in vari saggi: la storia del prodursi, nel corso dell’Ottocento, dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, documento falso che fatalmente venne preso sul serio dai nazisti (Eco 2002, pp. 313-314). Per Eco era urgente raccontare ancora una volta questa storia, non più come parte di un saggio, ma come un romanzo in cui la nascita dei falsi Protocolli costituisce il fatto principale, denunciando una delle più gravi e criminose falsificazioni, della quale si è fatta colpevole la Storia, e restituendo all’enciclopedia del lettore un settore dimenticato, rimosso, su cui non si è mai sufficientemente indagato.
Il periodo storico è l’Ottocento, con al centro il Risorgimento, la guerra franco-prussiana, la Parigi dei comunardi, l’antisemitismo della fine secolo. Praticamente tutti i personaggi, eccetto il protagonista Simone Simonini, sono realmente esistiti. L’ambiente politico e culturale fa parte dell’enciclopedia storica, di cui determinati settori, i vari schieramenti ecclesiastici, massonici, ebraici, hanno un rilievo particolare. I mondi possibili rappresentati nel romanzo sono infatti, oltre al mondo storico “reale”, i vari mondi doxastici, in cui il protagonista e diversi altri personaggi costruiscono le loro immagini di nemici e avversari (si veda Eco 2011).
Come falsario esperto, Simonini mette in circolazione voci diffamatorie, istigando ad attentati, denunciando cospirazioni e complotti inesistenti; come personaggio fittizio agisce nelle pieghe della Storia, costituendo di volta in volta una specie di anello mancante. La forza trainante dei suoi misfatti è l’odio contro gli ebrei, un odio che gli era stato trasmesso dal nonno, il vecchio capitano Simonini, personaggio realmente esistito. Negli anni del Risorgimento, è al servizio dei servizi segreti piemontesi. Produce un documento che parla di un complotto in cui la Compagnia dei Gesuiti si riunisce a Napoleone III in un’invettiva contro Cavour e Vittorio Emanuele. Per il testo del documento Simonini si ispira ai romanzi di Eugène Sue e Alexandre Dumas, romanzi che parlano rispettivamente di complotti gesuitici e massonici, mentre per la scelta di un’ambientazione da romanzo gotico, il cimitero ebraico di Praga, coinvolge indirettamente anche gli ebrei. Come spia e informatore politico, commette una serie di crimini, fra i quali l’istigazione all’attentato su Ippolito Nievo, il tradimento che conduce al massacro dei comunardi, l’invenzione del documento falso che causa l’arresto di Alfred Dreyfus. Dopo essersi dovuto trasferire da Torino a Parigi, compone, come una sorta di work in progress, il suo “Cimitero di Praga”. È un testo in cui copia e sfrutta una molteplicità di fonti e in cui il sospettato complotto segreto per dominare il mondo si sposta dai gesuiti ai massoni agli ebrei. Una delle ultime versioni del testo viene plagiato da un certo Hermann Goedsche, scrittore antisemita, che lo inserisce come episodio in un suo “romanzaccio”. È dunque stato Goedsche, il personaggio storico, a copiare da Simonini, il personaggio fittizio. Negli anni seguenti (siamo ormai negli anni 1880) Simonini cerca di vendere il suo documento falso a caro prezzo. I suoi clienti sono esponenti dell’antisemitismo russo che frequentano dei salotti parigini, fra gli altri un certo Rachkovskij che rappresenta la polizia di sicurezza presso l’ambasciata russa in Francia. Il documento acquistato da Rachkovskij sarà la fonte primaria dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion pubblicati nel 1905 come parte di un libro di un monaco russo Sergej Nilus. Anche se pieno di reminiscenze romanzesche, questo falso viene scambiato per un documento vero. All’inizio del Novecento “viaggia attraverso l’Europa sino a pervenire nelle mani di Hitler”; ancora una volta, ora con conseguenze disastrose, la storia o le storie si trasformano in Storia (Eco 2002, p. 314).
Anche se esperto inventore di falsi, Simonini alla fine cade nelle trappole messe da falsari forse più spietati di lui, come Léo Taxil, notorio falsario dei falsari, il quale, dopo esser stato autore di libri anticlericali, si converte al cattolicesimo, incominciando una propaganda diffamatoria contro i massoni. Simonini delega i contatti con Taxil al suo sosia, il “falso” abate Dalla Piccola che nella sua mente sostituisce un “vero” abate Dalla Piccola, che Simonini aveva ucciso alcuni anni prima. In una lettera, il “falso” Dalla Piccola racconta i suoi anni con Taxil e confessa la sua partecipazione ad una terrificante messa nera che conduce al crimine più orrendo del protagonista, crimine che suggella il suo odio contro gli ebrei. Ad intrappolarlo definitivamente sarà Rachkovskij, che esige che l’esplosione nella metropolitana, uno dei progetti annunciati nel falso documento del “Cimitero di Praga”, sia confermata dai fatti e che dunque qualche bomba scoppi davvero laggiù. Con la prospettiva aperta sulla morte di Simonini nell’esplosione messa in atto da lui stesso, si chiude la sua storia.
Nei cinque romanzi citati, il centro d’interesse si sposta dalla Storia, componente predominante in Il nome della rosa, alla finzione, centrale in L’isola del giorno prima, e al falso che, in Baudolino, prende delle forme positive, mentre nel Pendolo di Foucault e nel Cimitero di Praga, ha degli effetti negativi. Sia la finzione, i mondi possibili doxastici o inventati, che quelli menzogneri e falsi sono inerenti alla Storia, all’epoca storica in cui sono stati generati: il loro prodursi dipende da fattori che, sullo sfondo di un determinato contesto storico, sono verosimili e concepibili.

Opere di Umberto Eco citate:

Eco, Umberto (1975) Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani.
Eco, Umberto (1980) Il nome della rosa, Milano, Bompiani.
Eco, Umberto (1983) Postille a Il nome della rosa, Milano, Bompiani.
Eco, Umberto (1984) Semiotica e filosofia del linguaggio, Milano, Einaudi.
Eco, Umberto (1985) Sugli specchi e altri saggi, Milano, Bompiani.
Eco, Umberto (1988) Il pendolo di Foucault, Milano, Bompiani.
Eco, Umberto (1990) I limiti dell’interpretazione, Milano, Bompiani,
Eco, Umberto (1994) L’isola del giorno prima, Milano, Bompiani.
Eco, Umberto (2000) Baudolino, Milano, Bompiani.
Eco, Umberto (2002) Sulla letteratura, Milano, Bompiani.
Eco, Umberto (2004) La misteriosa fiamma della regina Loana, Milano, Bompiani.
Eco, Umberto (2007) Dall’albero al labirinto, Milano, Bompiani.
Eco, Umberto (2010) Il cimitero di Praga, Milano, Bompiani
Eco, Umberto (2011) Costruire il nemico, Milano, Bompiani.

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