Set 24

“Le vite di Monsù Desiderio” di Fausta Garavini

(di STEFANIA CENTORBI)

Il romanzo Le vite di Monsù Desiderio si staglia nell’alveo di un genere ibrido, in limine tra storia e invenzione. La finzione narrativa, infatti, trae sostegno dagli scarni documenti che testimoniano la vita del protagonista e che si ricavano, come l’autrice afferma nella sua postfazione, dai fondamentali lavori di Edoardo e Maria Rosaria Nappi (François de Nomè e Didier Barra. L’enigma Monsù Desiderio, Milano-Roma, Jandi Sapi, 1991; Monsù Desiderio. I documenti sui pittori fiamminghi e lorenesi a Napoli tra Cinquecento e Seicento, Fondazione Istituto Banco di Napoli, s.d., 2005).

In un’altra postfazione, quella al Cimitero di Praga, Umberto Eco affermava che, ad eccezione del protagonista, quasi tutti i personaggi “sono realmente esistiti e hanno fatto e detto le cose che fanno e dicono in questo romanzo”.
Anche Fausta Garavini mostra lo stesso interesse per la ricostruzione di specifici contesti storici. Non risulta, infatti, incidentale il sottotitolo al romanzo In nome dell’imperatore: Romanzo ottocentesco.
Tuttavia, al di là della fedele ricostruzione delle istruttorie del magistrato trentino Antonio Salvotti contro i carbonari e patrioti italiani, frutto di un attento lavoro d’archivio, il genere resta pur sempre liminale tra il romanzo storico e la biografia romanzata attenta alle descrizioni introspettive e psicologiche.
Anche la figura di Costanza Monti, protagonista del romanzo Diletta Costanza (1996), demarca ulteriormente l’interesse dell’autrice per un genere a metà strada tra lo storico e l’immaginario.

Ne Le vite di Monsù Desiderio Fausta Garavini ricostruisce fedelmente periodi ed ambienti dell’Italia del primo Seicento attraverso un’attenta ricerca documentaria.

Ad esempio, per la predica contro il carnevale e quella contro gli spettacoli, l’autrice afferma di essersi liberamente ispirata all’anonimo Discorso contra il Carnevale e a un sermone quaresimale di Giovanni Paolo Oliva tratti dal libro di Ferdinando Taviani. Eppure si è ben lontani dall’inchiesta stricto sensu: se in Morte dell’inquisitore Sciascia ha riportato alla luce quell’imponente figura di eretico che fu Diego La Matina attraverso una ricerca storica fitta di documenti e testimonianze, per il pittore di Metz, protagonista de Le vite di Monsù Desiderio e quasi contemporaneo del racalmutese Fra Diego, i documenti e le testimonianze languono. L’abilità dell’autrice sta proprio nella capacità di estrapolare dai quadri di François De Nomè, dalle sue architetture «fantastiche squassate da silenziosi cataclismi»,i colori e le sfumature del suo animo saturnino:

non avete sentito cos’ha detto Barra? Monsù Francesco dipinge la fine del mondo. Per sapere di lui, guardate i suoi quadri (p. 23).
Inoltre, il romanzo Le vite di Monsù Desiderio andrebbe visto come un autentico esempio di Bildungsroman. Francesco a causa delle ristrettezze in cui versa la famiglia è costretto, ancora bambino, ad abbandonare la Francia:

[…]i ricordi sono lampi, vividi ma sconnessi. Ha attraversato paesi come in sogno, ciglioni montuosi aspri e pittoreschi, aridi altipiani al di là dei boschi. Gli è rimasta sulla pelle la forza del vento, il freddo che morde al viso e fa lacrimare (p. 35).

Abbandonata prima Metz e poi Lione, Francesco cresce a Roma in piena età controriformistica. L’humus nel quale si forma la personalità cupa e melanconica del protagonista è una Roma luciferina, il “regno di Mammona”: « […]i diavoli prendono le forme degli angeli e si nascondono dietro le porte del palazzo del papa, ma puzzano e i credenti respirano aria d’inferno» (p. 41).
Per la formazione del protagonista adolescente risulta importante l’amicizia con grandi artisti dell’età barocca come il coetaneo Thoma – si tratta di Jacob Ernst Thomann von Hagelstein (1588-1653) – che gli apre i recessi misterici, «la città dei segreti, degli uomini che indagavano al di là del visibile» (p. 50). Francesco condivide con Thoma l’indifferenza per le forme belle, i ritmi puri ma privi di ansia e conflitti che caratterizzano i quadri di Raffaello: «Jacob lotta con l’angelo fino a sciancarsi per strappargli i segreti di Dio… Invece Raffaello non conosce il sangue, le lacrime. Niente fremiti, niente dubbi, niente paure»(p. 57).

Risultano incisivi nella sua Bildung gli insegnamenti di Mastro Adamo – si tratta del pittoreAdam Elsheimer (1578-1610) – il quale non è un semplice paesista essendo perennemente teso alla ricerca di qualcosa che sta al di là di quello che si vede. L’immagine è dunque la protagonista indiscussa del romanzo, ovvero la tensione a dipingere tutto ciò che non si vede e che sta nascosto al di là della realtà fenomenica: «l’immagine è lo strumento per rendere visibile l’invisibile» (p. 106). Anche Mastro Adamo come Francesco è di quell’umore saturnino che conturba il cuore e la mente. Per i nati sotto Saturno la vita è «male e dolore, pena e condanna» (p. 158).
Da Mastro Adamo Francesco è avviato alla conoscenza della magia naturale. Il mondo è un libro, afferma Mastro Adamo, dove «si possono leggere le forze riposte delle piante, degli animali, dei metalli, e si studia l’opera di Dio studiando le sue piante e i suoi animali» (p. 125). Intanto però per la Chiesa tutta la magia è scienza del diavolo e l’eco della macabra esecuzione di morte sul rogo di Giordano Bruno è ancora forte.
Inoltre, ricorre frequentemente il tema della morte, espresso sia attraverso le formule di Lipsio (Tibi, Mors, paramur) eSeneca (Casurae urbes stant), sia attraverso lo studio delle profezie di Ermete Trismegisto che portano Francesco a considerare il mondo destinato al cataclisma:

Si è come sospesi fra due chimere, quello che non è più e quello che non è ancora. Dov’è la differenza fra i fabbricati in costruzione e gli edifici in demolizione? In ogni palazzo non finito Francesco vede con spaventosa precisione le rovine di domani (p. 118).

In ultima istanza, la linfa che ha nutrito l’animo del pittore, già nato sotto il segno di Saturno, è la filosofia ermetica ricostruita attraverso il taccuino segreto di Adamo e le disquisizioni notturne con Ambrosio. Il risultato è una continua percezione doppia delle cose. All’immagine di un edificio ricco e sontuoso subito «se ne sovrappone un’altra, l’edificio crolla e si disfà» (p. 69); è come se Francesco «guardasse con gli occhi del futuro, sicché la Roma dei papi diventa uno scenario di distruzione, un cumulo di macerie, non diversamente dalla Roma dei cesari» (p. 69).

Abbandonata definitivamente Roma, Francesco si trasferisce a Napoli. Risultano interessanti gli incontri con Giambattista Della Porta. Il filosofo, autore della Magia Naturalis, pur avanti negli anni, è in grado di fomentare la passione di Francesco verso l’invisibile che freme nella vita della materia. Intanto, né l’abbandono definitivo di Roma e il trasferimento a Napoli, né le soddisfazioni lavorative e la conseguente tranquillità economica riescono a migliorare l’animo melancholicus del protagonista. Francesco anche durante il giorno delle sue nozze è invaso da un sentimento di cupa apocalisse. Vacillano i pilastri di una realtà solida solo in apparenza con le sue vane promesse di una gioia posticcia:

Francesco si sente distante, preso da un senso di irrealtà, di finitudine, di sgomento. Gli appare chiara la fugacità di tutto e di tutti, per un lungo momento perde i contatti con quanto lo circonda, non vede, non sente, la tavola, gli invitati sono scomparsi, inghiottiti nel mistero inconoscibile del nulla che ci aspetta (p. 228).

In questo modo la scrittrice evidenzia il senso di estraneità di Francesco nei confronti della realtà che lo circonda. Di conseguenza, i quadri del protagonista narrano «la traversata dei tempi, il farsi e disfarsi dei mondi, la labile sedimentazione delle cose» (p. 219). Francesco dipinge architetture nell’atto di cadere, «accumula le scene di crolli sotto cieli di pece, con statue mozzate, tagli sanguinosi di luce […] Dipinge solo visioni caotiche di dolente violenza, cupole squarciate, rosoni infranti, guglie spezzate, frontoni crepati e cimase e colonne che rovinano in un’aria bruna, verdastra, malefica…Senza più figure, senza presenze umane. Il mondo è spopolato» (pp. 302-303).

In ultima analisi colpisce la struttura circolare del romanzo che si apre a Napoli con un capitolo in cui Didier Barra già sente la sua vita fondersi con quella dell’amico-nemico François e si chiude sempre a Napoli con la partenza probabilmente definitiva del protagonista. La bottega resta in mano a Barra, Monsù Desiderio, che prendendo il posto di Francesco irrimediabilmente è destinato a diventare per sempre il suo doppio. Infine colpisce l’eleganza stilistica e linguistica dell’autrice che riesce nell’intento di un perfetto e calibrato connubio tra arti visive ed arte letteraria.

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