Lug 23

“Il giorno degli orsi volanti” di Evelina Santagelo

(di SALVATORE FERLITA)

C’è, ne Il giorno degli orsi volanti (Einaudi, 212 pagine, 12,80 euro), il nuovo romanzo di Evelina Santangelo, qualcosa che rimanda alla gioia saltimbanca, circense di certe tele di Chagall, tanto care al poeta e saggista palermitano Angelo Maria Ripellino. Insieme a una malinconica gitaneria, di ascendenza lorchiana, in cui sogno e realtà si compenetrano: la dimensione onirica, fanciullesca, sostanziata da ricordi ovattati da un parte; dall’altra, la cruda realtà, fatta di violenza, rinunce, memorie che si sfocano. Al centro della storia narrata dall’autrice c’è uno straniero dell’Est europeo, approdato in una Sicilia riconoscibile e mai nominata, in una Palermo facilmente individuabile eppure significativamente metastorica. Si chiama Jon Scripcaru, e nasconde un segreto. Lo custodisce nel ventre di un garage che ha abusivamente occupato. Si tratta di un mistero che alimenta la fantasia dei bambini, ma soprattutto la curiosità morbosa degli adulti, per un fatto semplicissimo eppure bizzarro che ogni sera si ripete.

Jon, infatti, è solito attraversare i vicoli di un mercato che fa subito venire in mente quello di Ballarò, trascinandosi dietro una piattaforma di legno che riempie di avanzi di frutta marcia, di torsi di cavolo, gambi di carciofi, rimasugli sfilacciati di carne, strisce di pelle. Si incunea tra i banchi, a fatica avanza evitando ostacoli di ogni sorta. Novello Sisifo, il protagonista di questo romanzo è costretto a rimorchiare il suo carico, trascinandosi appresso gli interrogativi, gli improperi, tutta la diffidenza e spesso l’intolleranza di chi ha paura del diverso. Mentre sembrano sospingerlo gli sguardi benevoli di chi, come la vecchia del mercato, sdentata e raggrinzita, è quasi incuriosito da quella stramberia. Alle calcagna del Biondo (così Jon viene chiamato dai compagni di lavoro nero al cantiere), ci stanno i ragazzini del quartiere, che lo tallonano sino all’ingresso del garage: “Ve lo dico io – esclama uno di questi – quello ha bestie da sfamare”. Saranno topi, maiali, “topi ammaialati”? Jon caccia via tutti, entra nel suo fetido alloggio e, abbassando la saracinesca, si lascia dietro le paure e la diffidenza della gente. Ma la cosa non può andare avanti troppo a lungo: un giorno il Rosso, macellaio in odor di mafia, fa irruzione nel garage, per un sopralluogo chiarificatore. E a prendere corpo davanti ai suoi occhi è qualcosa di inimmaginabile, di straordinario: in un angolo, sotto una coperta troppo stretta, giace niente meno che un gigantesco orso. Una montagna di pelo bruno, incatenata a muro. Jon cerca di giustificare quella strana presenza: l’orso si chiama Iuri, proprio come l’atleta italiano. Lo sta addestrando, al fine di renderlo capace di fare cose straordinarie, miracolose. Come l’andare in bici, davanti agli occhi increduli della gente. Il Rosso, spiazzato di fronte a una tale enormità, quasi si addolcisce. Jon può tenere l’orso, fa sapere, ma il miracolo deve manifestarsi prima possibile. La notizia pian piano fa il giro dei vicoli del mercato, sballottata da un bancone all’altro. La curiosità cresce, l’attesa si fa spasmodica. Jon fa costruire una bicicletta adeguata alla stazza dell’animale, in mezzo a enormi difficoltà. Nel frattempo, gli allenamenti si intensificano, come pure il caldo che fiacca l’animale.

Sin da subito, la Santangelo ci fa capire che l’immagine inconsueta dell’orso (di cui Dino Buzzati si era servito nel 1946 per narrare una favola ambientata proprio in Sicilia) travalica la sua bruta concretezza, per assurgere alla dimensione del simbolo: il sogno che può alimentare tutta un’esistenza, il vincolo di un ricordo insopprimibile, di un passato doloroso eppure ineludibile. Ma soprattutto l’irruzione del meraviglioso, in letteratura, come itinerario verso l’accettazione del diverso.

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