Giu 24

“Quattro sberle benedette” di Andrea Vitali

(di LAVINIA SPALANCA)

L’arte di narrare volge al tramonto perché vien meno il lato epico della verità, la saggezza […] è un fenomeno concomitante di forze produttive storiche, secolari, che a poco a poco ha espulso la narrazione dall’ambito del discorso vivo.

Così scriveva Walter Benjamin nel 1936, immortalando una condizione irreversibile. E nel 2006, in piena indifferenziazione della cultura globalizzata, Antonio Scurati fisserà in una felice formula, «letteratura dell’inesperienza», la perdita di realtà e concretezza tipica della narrativa contemporanea.

A rappresentare una significativa eccezione, nel panorama letterario più recente, è l’opera dello scrittore Andrea Vitali, che sull’intreccio di esperienza e conoscenza, e dunque di vita e arte, cronaca e immaginazione, ha fondato il suo universo narrativo: un inesauribile serbatoio di storie – anche attinte dalla tradizione orale dell’antica arte affabulatoria – che sulla scia dei grandi “raccontatori” del Novecento – Giovanni Arpino, Piero Chiara, Mario Soldati e, in parte, Dario Fo – costituisce la rielaborazione inventiva di un vissuto autobiografico.

Inscrivendo le sue storie nell’humus natio – «nel sangue lombardo» avrebbe detto Giancarlo Vigorelli – Vitali resiste così al processo di omologazione e appiattimento tipico della cultura odierna, sempre più virtuale e volatile, recuperando vicende, personaggi e, soprattutto, linguaggi fortemente connotati, in controtendenza con l’imporsi di un immaginario sempre più standardizzato, e col conseguente regredire degli idiomi locali. È difatti la stessa omologazione, intesa come forza centripeta, ad accogliere in sé tendenze centrifughe, tentativi di allontanamento dal centro e riscoperta delle “periferie” del mondo. E periferia del mondo è senz’altro Bellano, sponda orientale del lago di Como, che si trasforma, da dimora reale dello scrittore, a palcoscenico ideale dove si rappresenta la sua infinita commedia umana.

Vero protagonista dei romanzi di Vitali, come del recentissimo Quattro sberle benedette (Garzanti 2014), è appunto il paesaggio lacustre, paradossalmente mai descritto in chiave realistica ma connotato in senso simbolico, al punto da diventare ossimorico emblema del microcosmo provinciale, solo in apparenza sepolto da un ipnotico torpore, invero percorso da inquietudini e misteri:

Si muoveva con onde alte, senza schiuma, pigre. Movimento ozioso, quasi lascivo. Movimento passivo, ipnotico, come se non avesse voglia di quietarsi nonostante non ci fosse vento. E infatti vento non ce n’era e il cielo era la copia conforme del lago, un misto di grigio e azzurro, ma indeciso (p. 149).

A sconvolgere la sonnacchiosa provincia lombarda, in quel fine ottobre del 1929, è infatti un intricatissimo giallo destinato a sbrogliarsi soltanto nel finale. Tra lettere anonime in versi, vergate da una mano malferma, e sgangherate indagini su cittadini al di sopra di ogni sospetto – nientemeno che religiosi in borghese – l’apparentemente placida vita di paese, già sfiorata dalla roboante retorica del fascismo, è adesso percorsa da un venticello di calunnie infamanti, più sferzanti della pioggerella che incombe da giorni sulla cittadina. A togliere le castagne del fuoco saranno i ‘tutori dell’ordine’, alias i carabinieri della stazione di Bellano: il maresciallo Ernesto Maccadò, il brigadiere sardo Efisio Mannu e l’appuntato siciliano Misfatti. Vecchie conoscenze dei romanzi di Vitali – si legga in tal senso La signorina Tecla Manzi (2004) – i tre personaggi, caricatura dell’investigatore tradizionale, sembrano più coinvolti da screzi e ripicche personali o, come nel caso del maresciallo, dall’indecifrabile enigma relativo al sesso del figlio primogenito, piuttosto che dalla risoluzione dell’imbarazzante mistero. La parodia del giallo, di vaga ascendenza gaddiana, implica un inevitabile processo di degradazione comica, evidente nella diseroicizzazione dei personaggi. Si prenda questo ritratto in punta di penna:

Di Miglio Migliarino ben pochi in paese sapevano quale fosse il nome e quale il cognome […] Permaloso e figlio di un grande invalido della guerra ’15-18, grazie alle menomazioni paterne, sordità, visus ridotto quasi a cecità, permanenti tremori, aveva ottenuto ogni tipo di facilitazione fino a un posto di sorvegliante presso il locale cotonificio (p. 181).

Ma la cifra distintiva del romanzo, in realtà, è più inscritta nella rappresentazione umoristica di ascendenza palazzeschiana e chiariana: lo testimonia il ritratto dell’impiegata Sfacchinati, zitella di lungo corso che «aveva alle spalle una bella serie di fallimenti amorosi tutti in divisa», e tuttavia viveva nell’attesa di un segnale da parte del capostazione Rosario Venerabile di Barletta, trasferito a Bellano sei mesi prima. Altra peculiarità del romanzo è l’ironia onomastica, che percorre come un ossessivo leitmotiv tutta la narrativa di Vitali. Di più: la nominazione sembra configurarsi come un vero e proprio ‘sistema’ costruito per far funzionare narrativamente la sua prosa. La maggior parte dei nomi usati dallo scrittore è infatti spia – come già in Piero Chiara – delle qualità morali dei personaggi, a volte per affinità ed altre volte per antifrasi: si pensi, nel primo caso, al maresciallo Maccadò – destinato per mestiere ad incorrere in pericolosi accadimenti – o alla sciatta e poco pulita Ventolina, che sembra uscita dalla pensione Vauquer di Balzac, e ancora alla già citata Sfacchinati, infaticabile impiegata delle Regie Poste; nel secondo caso si prenda l’appuntato dei carabinieri Misfatti o, in un altro romanzo, il cronista Eugenio Pochezza. Si assiste spesso a mutamenti onomastici – come per il maresciallo Accadi del precedente La modista – o alla plurinominazione – è il caso dei carabinieri Mannu e Misfatti, soprannominati rispettivamente «mangiapecore» e «mangiacarrube».

Ciò che caratterizza ancora l’ultimo romanzo di Vitali è il trattamento linguistico, teso ad un infittirsi della componente dialettale e regionale ma non come sinonimo di bozzettismo, ovviamente, quanto come strategia stilistica, garanzia di un incremento di espressività. Tra i tanti esempi possibili i regionalismi «c’era neanche una luce alla finestre», «era tornato un freddo becco», «c’aveva mica pensato!», ai dialettismi lombardi «cara el mè maresciàl, sò de fà?», «ma gesucristo, si drè a trà giò la porta?» e i siciliani «cugghiunate!», «nìegghia», «minchiazza!».

A conferire circolarità al romanzo è poi la tecnica narrativa, frutto di un sapientissimo montaggio di gusto cinematografico. L’intervallarsi di capitoli tematici, in un vero e proprio gioco ad incastro sempre più incalzante, è la qualità principale del libro, che lo riscatta ampiamente da qualche piccolo difetto: certe lungaggini di troppo e la difficoltà a saldare la microstoria alla grande storia – l’ascesa del fascismo entre deux guerres; non per questo mancano rimandi derisori al regime, come nel capitolo dedicato alle celebrazioni per l’anniversario di Vittorio Veneto, destinate a trasformarsi – nei ridicoli progetti del regista Aurelio Trovatore – in una messinscena locale dei Patti lateranensi, con l’incontro ideale, durante la messa commemorativa, fra i Balilla e le Piccole Italiane, e l’elevazione al cielo della preghiera di ringraziamento (pp. 191-192):

Ti ringrazio, Signore,
di avermi fatto nascere italiano
e fascista (gridato a squarciagola)
Benedici e proteggi,
come quella dei miei genitori,
la vita di Benito Mussolini (ancora a squarciagola)
.

Ulteriore qualità del romanzo è l’impianto dialogico, questa volta di sapore teatrale, che restituisce appieno la vitalità dei personaggi, dalle voci e dai gesti inconfondibili – emblematica, in tal senso, la figura della perpetua Scudiscia; e ancora i folgoranti incipit in medias res, come al capitolo nono:«“Lo vogliamo chiamare o no questo dottore?” insisté la Zambecchi», e più avanti: «“Chiamate mio marito!” gemette Maristella Maccadò con l’ultimo fiato che le era rimasto» (pp. 43, 60). Se a ciò si aggiunge una sottile vena malinconica – tipica degli scrittori lacustri – che affonda le radici nella trattazione di temi serissimi come la malattia e la morte, si svela ancor più la profondità del romanzo, solo in apparenza vocato a un divertimento lieve. Si pensi al morbillo che impesta i frequentatori di un equivoco locale, l’Arizona, o a certe macabre descrizioni di stampo decadente:

La cappella era un trionfo di tibie incrociate e crani stampigliati su ogni marmo e di fotografie che senza eccezioni ritraevano i ricoverati entro quelle mura nel momento finale della loro commedia umana, cioè vestiti eleganti, con un rosario tra le mani e senza ombra di dubbio cadaveri (p. 131).

Quattro sberle benedette, che trae il titolo dal provvidenziale gesto teso a redimere dal peccato una reticente prostituta (evidente parodia di certe atmosfere manzoniane) conferma dunque le qualità narrative di Andrea Vitali – nomen omen – che dall’ascolto paziente delle microstorie di provincia, abilmente trasfigurate sulla pagina, ci restituisce – in tempi di apparente crisi del romanzo – l’inestinguibile piacere del racconto.

About The Author