Ott 19

Introduzione alla lettura di Evelina Santangelo

di Domenica Perrone

La rigorosa ricerca che ha condotto Evelina Santangelo – dalla scrittura, concentrata su frammenti di umane condizioni, della raccolta d’esordio L’Occhio cieco del mondo (Einaudi, Torino 2000) a quella calibratamente implicata nel reticolo sociale della sua ultima opera, Cose da pazzi (Einaudi, Torino 2012)- va senza dubbio segnata all’attivo del romanzo italiano odierno.

Dal pedinamento di esistenze minime dilatate da uno sguardo capace di distillare gli infintesimi sussulti di una realtà dolorante, e tuttavia non facilmente identificabile, la scrittrice è passata, con un percorso coerente, all’affondo nel lacerato e degradato tessuto sociale di Palermo. Ma l’esplorazione di un contesto ambientale ben definito, aliena da ogni referenzialità, punta a farsi esemplare.

L’esperienza narrativa della scrittrice palermitana si è realizzata peraltro in un percorso che l’ha portata a superare la remora a raccontare esplicitamente della Sicilia e a disegnare topografie sempre più riconoscibili. E di conseguenza ad arricchire la propria tastiera linguistica in direzione di un necessario e appropriato plurilinguismo.

In anni recenti la Santangelo ha dato conto di un mutato rapporto con la sua città. In più occasioni, nel ripercorrere le tappe della propria biografia, ha sottolineato la  scelta di tornarvi, e di abitare nel suo centro storico, dopo essere stata per un periodo in America e a lungo a Torino.

Ma vivere lontano dall’isola, se è stata un’esperienza necessaria, non ha voluto dire, come la scrittrice stessa ha precisato, cancellare, naturalmente, le tracce della sua identità isolana. E’ significativa in tal senso la dichiarazione rilasciata, a chiusura di un’intervista del gennaio 2009, dopo la pubblicazione di Senza terra, un romanzo che narra del “rapporto difficile con le proprie radici” e che non a caso riporta in epigrafe un passo di Khalil Gibran che recita: «Se resto qui, c’è un andare nel restare; se vado là c’è un restare nel mio andare». Parole che simmetricamente ricompaiono alla fine del libro siglandolo come un refrain.  E’ in questa occasione che Evelina precisa: “comunque in generale, il modo in cui ho sempre trattato la lingua, il modo in cui ho sempre ricercato una particolare espressività, anche quando non ho raccontato esplicitamente della mia terra, sono una traccia fortissima ed evidente della mia identità siciliana (“La Repubbica”, 21 gennaio 2009). Sempre in questa intervista la scrittrice indica infatti la costante della sua opera nell’«ossessiva attenzione verso la marginalità, verso tutti i possibili “sud” del mondo». Cosa che conferma quanto rilevava acutamente, in un saggio del 2008, Natale Tedesco, annoverando fra gli scrittori che realizzano in modo originale “lo stile del sud” anche la Santangelo.

La fedeltà a una siffatta opzione tematico-stilistica viene dunque ribadita anche nell’ultimo romanzo Cose da pazzi. Qui si leva dai margini, attraverso la prospettiva, il punto di vista, di Rafael, un adolescente di un quartiere popolare di Palermo, il racconto di un’amicizia e insieme la rappresentazione di uno spaccato sociale. Ma l’istanza societaria (va sottolineato!) passa sempre attraverso l’operazione linguistica e una particolare formalizzazione.

Il lungo e sorvegliato esercizio stilistico (che ha pure avuto momenti di sperimentazione accentuata) ha reso finalmente possibile alla scrittrice di misurarsi con «l’immaginario schiacciante di morti, di abusi, arroganza» che permea la sua città. E la scelta vincente è stata quella di farlo attraverso lo sguardo di un ragazzino, di un adolescente, ovvero, ancora una volta, attraverso uno sguardo dal basso, “rasoterra” (adottato nei suoi primi racconti e in modo esemplare in L’ospite della gamba) che permettesse di operare una sorta di straniamento e di eludere la referenzialità dando forza espressiva al romanzo.

A dare continuità alla varietà delle proposte narrative ci sono poi alcune  costanti che contraddistinguono i nuclei tematici fondanti della narrativa della Santangelo. Le sue opere sono infatti in gran parte popolate da adolescenti e da presenze animali che conferiscono al racconto il passo dell’apologo e assumono spesso valore simbolico.

Un esempio eloquente è offerto dall’episodio che viene rievocato all’inizio del primo romanzo, La lucertola color smeraldo (Einaudi, Torino 2003). Nella tessitura a puzzle del racconto tutto in maiuscolo, si dipana -quasi un lungo monologo- il rammemorare silenzioso del protagonista di fronte al nonno morto. Il ricordo della lucertola aperta in due con la lama di un coltello (guadagnata assistendo all’atto feroce e portata a casa come un “OSCENO TROFEO”) e delle parole del nonno (“METTITI NEI SUOI PANNI… TI PIACEREBBE, EH?”) acquista le movenze di un insegnamento morale:

E LUI, MIO NONNO, GUARDA IL CORPO DELLA LUCERTOLA RIVERSO SUL FONDO DEL BARATTOLO, TUTTO QUEL GROVIGLIO ROSA DEL VENTRE. – QUELLO E’ IL PROBLEMA, — DICE, SCANDENDO A UNO A UNA LE PAROLE. E IO GIU’ A RIPETERE: – NON L’HO APERTA IO. – E’ LO STESSO!  (pp. 10-11)

Il significato di tale racconto peraltro si scioglierà in tutta la sua estensione didascalica via via che prenderà consistenza – stabilendo un parallelismo – il racconto di un’altra ben più tremenda violenza, inferta a Irene da uomini giovani, cui ha assistito ancora una volta, senza far nulla, nascosto fra i cespugli, un adolescente, il diciassettenne Vian.   

E ancora in Cose da pazzi, con modalità diverse ma con eguale valore paradigmatico, la storia di un canarino malato si svolge parallela a quella di Richi divenendo figura di una condizione di sofferenza senza scampo in cui il ragazzino malato si specchia. Ne è conferma il modo rabbioso con cui egli guarda al patimento dell’uccellino: “Ma perché non lo fate morire in pace a quell’uccello, invece di rompere i coglioni?!” (p.99)

Una diversa declinazione tra sogno e realtà ha invece la presenza animale nel romanzo Il giorno degli orsi volanti (Einaudi, Torino 2005) acquistando un simbolismo particolare.

In ogni caso, la scrittura della Santangelo guarda sempre “il mondo da prospettive inedite” e cerca di tradurlo in adeguate realizzazioni tematico-formali.

Ottobre 2013

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