Giu 17

Analisi linguistica di “Cose da pazzi”

La lingua del romanzo Cose da pazzi di Evelina Santangelo è una lingua densa e ricca dal momento che si articola su più livelli. La scrittrice sceglie di narrare assumendo il punto di vista del protagonista, Rafael, un ragazzino che vive in una casba di Palermo. L’intera veste espressiva del romanzo asseconda la prospettiva di questo personaggio ed è grazie al dipanarsi del suo percorso conoscitivo che trapela la mimesi del contesto sociale in cui vive, caratterizzato da una parlata concreta e disinvolta. La tecnica narrativa utilizzata dalla scrittrice, però, non si limita ad una semplice riproduzione della realtà vissuta dal personaggio, dal momento che è presente anche un livello retorico legato all’onirismo e ai processi di trasfigurazione tipici de ragazzini della sua età.

Da questi ultimi dipende l’abitudine di Rafael di attribuire degli appellativi ai personaggi con cui interagisce. Essi possono riferirsi al mestiere come in Vito il barbiere o la professoressa Rita, ad una caratteristica generale ma significativa come la malattia in Richi il figlio malato della signora Franca, una caratteristica fisica o morale come nel caso di Maura la Grossa o Lilla la stronza.

Anche il momento mimetico con la traduzione diretta della vita del quartiere avviene tramite gli occhi del protagonista. Egli vive in un ambiente la cui lingua è profondamente legata alla provenienza sociale dei parlanti, spesso non particolarmente istruiti, e connotata a livello regionale. Per tale motivo vi è un uso ricorrente di turpiloqui nei dialoghi (“-Ben ti sta, cavallo coglione,- fa Rafael, quando l’animale imbocca il viale”), nell’indiretto libero (“‹‹Cadi, stronzo››, dice tra sé senza aprire bocca”) e nel corso della narrazione (“Con la coda dell’occhio, guarda la zecca di Eros che mima un applauso, piegandosi in una risata finta fatta apposta per farlo incazzare”). Vi è un uso piuttosto nutrito anche di regionalismi se si pensa al titolo stesso o a quelli disseminati durante tutta la narrazione come nei seguenti esempi: “(…)il locale-trattoria dei suoi genitori se la vedeva pietre pietre”, “‹‹Niente non gli può più pace a Vito. Verde sta diventando a forza di fare nervi››”, “- Leggi che così timpari un sacco di cose- dice”, “‹‹una cosa è essere poveri e tutt’altra cosa è essere ladri, e non è che uno nasce insegnato ladro, ragion per cui vuol dire che qualcuno in quella famiglia…››”.

Il tessuto lessicale è caratterizzato anche dalla presenza di una terminologia mafiosa con parole quali boss, pizzo, mafia e sbirri che ben si adattano al contesto sociale vissuto da Rafael in cui la criminalità è all’ordine del giorno. La mimesi del parlato può avvenire anche tramite l’uso del ci in funzione di dativo generalizzato (“Dicci a Rafael che suo padre lo cerca”), di raddoppiamenti fonosintattici, che consistono nel raddoppiare la pronuncia della consonante iniziale di una parola legata alla precedente (“- (…) Ma non stavano ammare, i gabbiani?-”), di posposizioni del verbo, tipiche del parlato regionale di Sicilia (“-Sempre professoressa è-”), riprogettazioni del discorso (“-Qui finisce che moriamo tutti, se pure i ragazzini s’ammalano…e di malattie che, nemmeno uno grandedi malattie senza-pietà, va’”), prolungamenti delle vocali per simulare l’urlato (“-… dai coooogliooooni, – urla Eros trascinandosi Rafael giù per le scale”), parole straniere pronunciate erroneamente (“Perché ora tutti vogliono essere il signor Rockeifelle e il signor Berlusconi”) e finti calchi di traduzione come lungo-bar-aperitivi (lounge vuol dire “salone”, non “lungo”).

La scrittrice si serve anche di espedienti tipografici per rendere la naturalezza del parlato dei vicoli in cui interagisce Rafael. Tra questi troviamo i trattini utilizzati per motivi enfatici (“-No grazie, non-ho-bisogno, – dice invece la professoressa Rita scandendo le parole in un tono deciso”), per intenti ironici (“Lasciala-stare-Nino-veni-cà,- grida Cetti dal buco del locale-trattoria-Cetti-e-Salvo-cucina-fatta-a-casa”), per locuzioni comuni (“All’incrocio c’è una donna molto alta, molto vestita-come-si-deve”), per la divisione in sillabe (“E tu una tartaruga, anzi, una te-stug-gi-ne,- gli ha riso in faccia Giusy Coniglio”) e per la frammistione di elementi (“Squittisce tutto un discorso lunghissimo in un italiano-cinese impossibile”). Utilizza spesso anche il corsivo, oltre che per titoli delle opere come “(…)E, in sottofondo, le parole di Sott’e stelle del mitico Tony Colombo…” e citazioni come “Grazie per ogni singolo momento nostro, per ogni gesto il più nascosto, ogni promessa ogni parola scritta, dentro una stanza che racchiude ogni certezza…”, soprattutto per porre in evidenza un’espressione che  intende rimarcare (“‹‹Se vuoi la finezza, chiamalo coiffeur, e facci un reparto tutto per le signore››”) e per motivi enfatici (“Cioè prima era così, mentre ora non è più così”).

Altro livello presente nel romanzo è quello retorico che attiene non soltanto all’onirismo e all’immaginario di Rafael, ma si serve anche di figure retoriche ben precise. Tra queste troviamo l’onomatopea che ricorre in maniera piuttosto frequente come nei seguenti esempi: “-Tta-tara-tà-ttà-ttà– mormora Rafael battendosi il tempo col piede”, “(…) con il bordello che fa quando cammina, pàt-pàt-pàt-pàt”, “E pure la musica…stumpa-stumpa-stumpa…liberamente!”. È presente anche l’anadiplosi, che consiste nella ripetizione, all’inizio di una frase, di una parola della frase precedente, come nell’esempio seguente:“(…) infilandosi il cane dentro la tasca del grembiule a fiori che, all’altezza della pancia, è una macchia stinta di arancio, un arancio appena più chiaro dei suoi capelli”. Altro stilema dell’autrice, inoltre, è la tendenza ad una scrittura per accumulo che rende incalzante il ritmo narrativo come nel passo a seguire:

Già la sente sua madre che gli dice di alzarsi, con tutti quei topi che ci sono là dentro e le malattie che portano. Le tragedie solite di sua madre: i topi che ci sono là dentro le case, le fughe di gas, i terremoti…i terremoti in cui crolla tutto e lei perde il passaporto, e non ci crede più nessuno che è italiana a tutti gli effetti. (p.62)

In conclusione, uno dei pregi del romanzo è l’abilità con cui Evelina Santangelo assume il punto di vista e la logica del protagonista ed è grazie alla visione di quest’ultimo che trapela  non soltanto la dimensione mimetica che riproduce la realtà di un possibile quartiere palermitano, ma anche la densità del livello retorico legato a processi di trasfigurazione e agli stilemi di una scrittura ricca e articolata.

Giugno 2013

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