Nov 15

“La valle delle donne lupo” di Laura Pariani

Non stupisce che le dedicatarie di quest’ultimo romanzo di Laura Pariani, La valle delle donne lupo, siano Medea, Antigone, Lisabetta da Messina e tante altre eroine libere, ribelli e capaci di fuggire “fuori dal gregge”, un gregge in cui le leggi restrittive di un’educazione soffocante e di un soverchiante universo maschile cercano costantemente di imprigionarle.

Dopo avere recentemente adottato il punto di vista di un’infanzia dolorosamente offesa, in Dio non ama i bambini, e di un barbone dedito alla poesia, in Milano è una selva oscura, la scrittrice torna a raccontare delle storie di donne e lo fa attingendo all’inesauribile serbatoio della tradizione orale dell’Alto Piemonte. Non a caso, nella Nota conclusiva l’autrice dichiara di aver tratto spunto dall’ascolto delle registrazioni raccolte da Cesare Bermani, ma anche dal recupero delle proprie interviste, risalenti agli anni Settanta e Ottanta, “riguardo a canzoni, leggende, detti popolari, aneddoti di quella singolare quotidianità che costituisce la vita montanina” (p. 241). Assai illuminante è tuttavia il prosieguo, dove ci viene generosamente offerta un’interessante e più profonda chiave di lettura del romanzo:

Il mio interesse di allora nasceva dalla “scoperta” del folclore tipica di quegli anni, ma anche da quella sindrome antiquaria che coglie spesso i giovani quando si trovano di fronte a una cultura destinata a sparire; e forse c’entra anche la passione che ho sempre covato nei confronti degli “ultimi” e delle “frontiere”. Ché la montagna, più che un luogo geografico, è un’esperienza: quella di un mondo potente nella sua resistenza a certe pazze vertigini della modernità, ma assolutamente marginale (p. 241).

Alla luce di ciò, dunque, non solo il libro trae linfa da taluni interessi etnografici finalizzati alla conservazione di un mondo ancestrale ormai quasi del tutto perduto, ma anche – nonostante quel “forse” miri ad attenuarne l’incidenza – da una certa “passione” verso i soggetti e i luoghi della più cupa emarginazione. E mi pare infatti che ad indurre Laura Pariani a scrivere sia anche stavolta, come in passato, il bisogno incalzante di non lasciar passare sotto silenzio le storie e i protagonisti di un “mondo offeso”.

A tal riguardo, anche le scelte formali sono consone alla peculiare cifra stilistica che la scrittrice ha ormai consolidato negli anni, pur con la variante che le unità narrative alternano il tempo della storia, o per meglio dire delle storie raccontate dalla vecchia Fenìsia, la protagonista, e quello della registrazione da parte di una “sciura milanese” di nome Laura, un’evidente proiezione dell’autrice stessa. Né mancano taluni stilemi dei quali la scrittrice è solita avvalersi, come la pluralità dei punti di vista, l’indiretto libero, il procedere aforistico e il plurilinguismo perseguito attraverso un meticoloso studio delle peculiarità dialettali dell’Alto Piemonte.

A raccontare le storie – a tratti incredibili e terribili – delle “donne lupo” è, come si accennava, l’anziana Fenìsia, l’unica depositaria di una cultura arcaica, ormai prossima all’estinzione, definita “la memoria di questi posti” (p. 10): la sua inarrestabile foga affabulatoria ci riconduce ad altri personaggi dei romanzi precedenti, e soprattutto al Dante di Milano è una selva oscura, seppure risulti alquanto ridimensionata quell’apertura felicemente ironica che connotava i racconti del barbone intellettuale.

Attraverso la narrazione della protagonista, la valle si configura come il locus horridus in cui nei secoli, attraverso un’opposizione quasi manichea tra il maschile e il femminile, si perpetra una sistematica soppressione di tutte quelle donne che hanno osato ribellarsi o che, più semplicemente, hanno esibito delle alterità, anche minime, rispetto alla norma. Tali donne, variamente definite “donne lupo”, “balenghe”, “strìe”, sono oggetto di una terribile persecuzione che si spinge anche oltre il loro annientamento fisico, fino ad un tentativo di damnatio memoriae per mezzo della sepoltura fuori dal cimitero, nel cosiddetto “prato delle Balenghe”:

[…] Ché da quella parte, sotto il prato chiamato “delle Balenghe”, la parete della montagna è tutta un traforo: un posto da cui la gente della valle si tiene lontano, perché si dice – le leggende dicono – che sia zona maledetta in cui nei seculòrum venivano sepolte le strìe. (p. 39)

Pur con la consapevolezza che “non sono memorie liete, ma nel momento in cui si tramutano in parole sembrano diventare più leggere” (p. 170), la Fenìsia è colei che assolve magistralmente al compito di mettere in salvo la memoria delle “donne lupo” dall’oblio e, dal momento che le conosce “intimamente” poiché fa parte integrante della loro vasta schiera, il suo racconto si dirama a partire da una posizione privilegiata:

Le sembra di conoscerle una per una, intimamente, essendo venuta su dalla stessa ceppaia; epperciò quasi se le figura nell’aspetto: donne di ogni età, dalle giovinette alle vecchie, tutte falciate dalla stessa sentenza di emarginazione. Quando dalla cucina guarda verso il prato che porta il loro nome, sente che dentro le rinfocola un crudo sentimento di rabbia. […] E in questo ripetersi di ribellioni e condanne ha l’impressione di occupare – lei, Fenìsia, la strìa, la pelamòrti, la “Lupa” – un posto preciso: con la certezza di essere transitata in questa lagrimarumvalle per provare che è sempre possibile andare controcorrente. (p. 233)

La vicenda principale si snoda entro un lasso temporale che va dalla nascita della protagonista, nel 1928, fino alla sua morte, nel 2007. A parte due brevi periodi di allontanamento, prima nelle vesti di mondina e poi durante i quattro anni di collegio, Fenìsia trascorre la sua intera esistenza in un imprecisato Paese Piccolo di montagna. Essendo una “pelamorti” e dovendo custodire il cimitero, accudito dalla sua famiglia da intere generazioni, intrattiene con la morte un rapporto sereno e ne comprende l’ineluttabilità sin dalla più tenera età. Non a caso il romanzo è interamente dominato da una persistente tematizzazione della morte, declinata attraverso le vicende, i racconti, gli aforismi che la vecchia protagonista consegna alla sua ascoltatrice.

Avvalendosi del ritmo ipnotico delle sue narrazioni – immortalate dal registratore della “sciura” milanese – la Fenìsia sottrae alla dimenticanza le esistenze delle donne della sua famiglia, accomunate tutte dallo stesso destino, a partire dalla madre, la Ghitìn, morta prematuramente di “mal sottile” ma non prima di aver “passato” alla figlia il “segreto” che va tramandato di generazione in generazione. Ancor più intensa è la figura della Malvina, la nonna, colei che ama trasmettere le leggende delle balenghe e le ricette magiche alla nipote.

Ma su tutte spicca l’incredibile storia della Grisa, la bella e tenera cugina, devastata dalle violenze di un padre-padrone che non esita a farla rinchiudere in manicomio. Proprio a lei è dato di sperimentare, all’età di tre anni, un incontro destinato a lasciare un segno indelebile nella sua anima: allontanatasi da casa e scomparsa per alcuni mesi, la bambina viene ritrovata in una tana di lupi e da allora comincia ad emettere “un verso che non è umano”. L’incontro col mondo dei lupi, al di là delle più svariate suggestioni antropologiche che può sollecitare, costituisce per la Grisa un punto di non ritorno, l’inizio di una metamorfosi progressiva ed ineliminabile, e di questo è ben consapevole anche la Fenìsia allorché riconosce, dopo la morte della fragile cugina, che “chi ha bevuto latte di lupa sarà lupa per sempre” (p. 209).

Tuttavia, tale incontro non costituisce un caso isolato nel corso del romanzo, ma si pone al centro di un più ampio raggio intorno al quale ruotano altre figure leggendarie, come la vecchia Pantalea, soggetta a veri e propri fenomeni di licantropia, o la struggente vicenda di Anna e del suo “canlupo”, quasi delle novelle indipendenti nel corpo del testo.

E a questo punto non si può fare a meno di notare che ad intrattenere un rapporto privilegiato col mondo dei lupi sono soprattutto le donne. Né, del resto, le cause di un legame tanto speciale vengono sottaciute da Fenìsia, ben consapevole di come le sue storie si pongano ben oltre le suggestioni del sostrato folklorico. Incalzata dalle domande dell’intervistatrice, è proprio l’anziana protagonista ad esplicitare in termini inequivocabili come le “donne lupo” siano semplicemente tutte quelle donne che, gravate dal “fardello” di un’oppressione secolare e insostenibile, hanno deciso di ribellarsi e di cercare rifugio tra i lupi:

[…] Ma è più difficile che un uomo vada coi lupi. Il perché? Forse il maschio è più indifferente alla so vita, forse spadroneggia di più, o magari è solo più pantofolaio nelle so abitudini. La donna invece, manmano che invecchia, ha un fardello sempre più gramo da portare sulle spalle – più imposizioni, più sofferenza, più solitudine – e qualche volta è davvero troppo: allora si ribella, se li scuote dalle spalle, e va via coi lupi. Ché allora i lupi la accolgono a braccia aperte, la trattano alla pari, senza superbia. Uuuuuh… (p. 185)

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