Lug 16

Attilio Forra, o le disavventure della virtù

(di MARCO PRIULLA)

Chi, nel capovolto universo sadiano, può rappresentare a buon diritto figure vittoriose? Chi raccoglie i frutti della vita e s’inserisce nel tessuto sociale con la bramosia di un monarca?
Pensiamo a Juliette e al Conte de Dolmance: individui la cui bassa moralità, la sfrenatezza, la programmatica scelleratezza e l’orgoglioso egoismo pongono ai vertici della scala sociale. Sono essi privilegiati, arrampicatori sociali disposti a tutto, a distruggere, a scavalcare tutto pur di vedersi vittoriosi nelle vetrine della società del loro tempo.
La prosperità del vizio, la vittoria dei peggiori, il perseguimento quasi scientifico di una moralità abietta e meschina si contrappongono così alle disavventure delle virtù, virtù morali, intellettuali, sentimentali. E non è forse questa la crudele cornice in cui si muovono i personaggi claudicanti e controversi di Angelo Fiore?
Attilio Forra de Il Supplente è individuo dal forte dissidio interiore, una personalità totalmente virtuosa, potenzialmente foriera di grandi sogni, di universali speranze, di vita felice, e possiede tutte le qualità intellettuali, morali e culturali per potersi inserire con facilità entro le dinamiche grette delle società in cui si trova ad operare, e a dominarle, in virtù (è proprio il caso di dirlo) della sua diversità, della sua unicità di fronte agli altri.
Decide, invece, di rinunciare, di soffocare ogni buon proposito, di capovolgere l’aspettazione di una rinascita metafisica in un tormento interiore che lo porterà alla chiusura, all’interruzione dei rapporti col mondo esterno, alla rinuncia assoluta di una dimensione naturale, di più, al rifiuto della propria dimensione naturale, che finirà per introiettarsi e svolgersi perversamente in deliri allucinatori abominevoli.
Ciò che in Sade è il trionfo orgoglioso del Male, diventa in Fiore l’ennesimo fallimento della creazione: il Male rimane sostanza dominante, la Natura sprezzante matrigna, ma il fallimento assurge a cifra stilistica del tutto.
Non è, quindi, un sistema del Male, ma un sistema della disfatta, disfatta aprioristica e ontologica, mediocre e surrettizia anche nel Male, come specifica il Tizio “Sembra che qui, in questo luogo, il male non esista. Invece esiste; ma è difficile scoprirlo, individuarlo. Sfugge, si sottrae alla classificazione”.
Se in Sade la virtù è violentata, percossa, uccisa e fulminata, a fronte di una sua fede (e quindi potenza) intrinseca e incrollabile, e per questo più umiliata, in Angelo Fiore e nel suo Attilio Forra il fallimento ha perso anche la sua potenza.
Siamo di fronte ad un inetto che aspetta, aspetta un momento metafisico, un passaggio illuminante che gli restituisca il senso ultimo del suo agire. Ciò che gli manca, però, è la fiducia, la fiducia propria di chi ripone le proprie speranze entro i confini resi noti da riferimenti forti. Forra non crede in nulla, e ciò che ancora gli rimane dentro il pensiero di positivo e costruttivo è anch’esso destinato non solo a fallire, ma a scomparire, a vedersi umiliato da se stesso più che da un mondo verso cui già da prima non prova alcun entusiasmo.
I soli sorrisi di Forra sono il frutto di un pervertimento, di una nervosa agitazione, di una capacità delusa e interrotta, quindi di un’incapacità, diventata nevrosi. In questa condizione emotiva e psicologica, la virtù di Forra si lascia intorbidare, trova ammiccamenti amorali dentro l’assurdità, lascia che bene e male si lambiscano. A testimoniarlo è l’alter ego Tambri:

Il mio timore, la mia angoscia è che lei possa e voglia trasgredire.(…) la sua perfezione declina; lentamente declina. Io l’osservo. L’altro giorno dissi che dalla guerra contro il male e le sfortune degli uomini ha tratto una strana curiosità; come un avvelenamento, un contagio non del tutto vinto o domato.

E continua dopo “Io partecipo alla sua vita, rivivo i suoi gesti e atti, me ne struggo. Temo che lei qui bene non farà; altrove, e in un tempo favorevole, forse potrà; altrove.”
Al confine col decadimento, Attilio Forra, come i personaggi di Sade, ha scelto di non farsi illusioni nella realtà, di essere vero; Fiore, come il Marchese, non teme di adoperare “un linguaggio cinico” per la volontà, la “coraggiosa audacia” di rappresentare la verità effettuale dell’inquinamento di un’anima.
Ed è lo stesso Forra a confermarlo in seguito “Non possiamo scegliere tra lecito e illecito, tra il reale e l’irreale, o come lei dice, l’assurdo: c’è angustia e povertà, e tutto occorre”.
È la virtù che si ritira, che per proteggere se stessa integra dentro di sé il suo contrario, relativizza i suoi valori per meglio sopravvivere, anche se nascosta, isolata, ritirata dalla luce. E sembra di sentire Saint-Ange nella Filosofia del Boudoir affermare che “la distruzione è una delle leggi della natura come la creazione”, oppure uno dei carnefici di Justine quando ammonisce la ragazza che “la virtù non conduce ad altro che all’inazione più stupida e più monotona, il vizio a tutto ciò che l’uomo può sperare di più delizioso sulla terra”.
Così Forra, inetto anche nelle sue pulsioni, fallimentare anche nel sostenere le derive inquinanti dei pensieri bruti o istintivi, proietta il vizio dentro di sé, ne fa un teatro di pervertiti e malati.
L’incapacità e l’inazione della virtù trionfano, tutte le speranze piantano un vessillo nero, la disperata sottomissione della conoscenza all’angoscia è compiuta: l’ultimo residuo di vita interiore di una qualche dinamica è per Forra l’osceno spettacolo dei suoi invisibili, che non tardano a ricordarci i malati del manicomio di Chareton, scelti dal De Sade ricoverato come attori per le sue storie.
La rinuncia alla vita di Attilio Forra avviene in due fasi: prima egli decide consapevolmente di annientare il buono in sé, di disperderlo, di sprecarne le virtù. Già morta una parte del proprio io, Forra attenta all’altra, a quella parte che ancora crede, che avrebbe potuto contribuire alla vita degli altri, ad elevare gli altri proiettando se stessa. Questa facoltà e queste speranze cadono nel momento in cui il nostro eleva Grippa a simbolo di vita per la collettività, rinunciando a più alte, profonde e utili prospettive di influenza.
Disperdere e annientare le proprie virtù perché costretti a muoversi in un mondo che non concede ad esse reali visioni di soddisfacimento e validità: siamo al limite del nichilismo, al confine col Sade che, nel suo ateo panteismo del Male, concede ai propri personaggi di discendere lungo i sentieri del vizio e della brutalità perché una Natura matrigna non ha concesso altra opportunità all’individuo.
La seconda fase corrisponde alla terrificante caduta psicologica di Attilio Forra, alla sua nevrotica solitudine che diventa delirio allucinatorio di presenze inquietanti. Delle presenze che, come abbiamo già specificato, sono quasi ricalcate sull’esempio dei personaggi sadiani e ne imitano gesti e pensieri.
La vita rimane inquinata dentro Forra, diventa uno sporco fantasma nella sua mente, tutto cade ed egli si lascia vivere come qualcuno che aspetta di cancellare dal mondo le tracce del suo passaggio.
Proprio come nell’universo del Marchese, fine unico ed ultimo non è altro che l’autodistruzione.

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