Lug 02

Il supplente: dramma dell’io e della comunicazione

(di FEDERICO LA MATTINA)

Il romanzo si configura come un viaggio attraverso l’io e oltre: esplorazione del mondo, tramite l’osservazione di situazioni e individui e soprattutto attraverso l’esplorazione di se stesso, quest’ultimo un esperimento non privo di inganni e rischi.
Nella prima parte del romanzo fa da sfondo il mondo della scuola in una sede di passaggio, provincia scomoda denominata B…, quale poteva essere Bisacquino, sede di lavoro dell’autore. Viene chiamata tana, pertugio, mortorio. “Vado errando peggio degli zingari”, dice la Cammelli riferendosi al disagio che quella sede di lavoro le procura. In questo scenario si muove il mondo degli insegnanti di un tempo: vivono in camera affittata, le donne sferruzzano per passare il tempo, cercano amicizie per combattere la noia, gli uomini frequentano il circolo.
Luogo di incontro per le figure autorevoli del posto è il circolo frequentato da individui stereotipati della piccola provincia: il dottore che parla dei suoi studi a New York, vista come un altro mondo, il farmacista, il preside, il tenente dei bersaglieri.
Sin dalle prime pagine si legge la difficoltà del protagonista a comunicare: “silenziosità”, “immobilità”, “inerzia” caratterizzano la sua condizione. Egli stesso dirà: “Non mi crederebbero neanche qui. Non sono mai riuscito a rivelarmi pienamente: mi hanno sempre interrotto e impedito” (pag. 12). Comunque con il procedere della narrazione B… diventerà luogo di emozioni: “Forra guardava attento; e in lui era un senso di letizia:gente che credeva, che aveva passioni, quella di B…; B… era il luogo che gli si confaceva; vi avrebbe prosperato…” (pag. 40). A B… gli si apre un mondo ricco di opportunità comunicative, di confronti e reazioni. E’ un grande scenario in cui Attilio sperimenta pensieri ed emozioni e mette in scena le sue intuizioni. Il ruolo di insegnante lo mette in comunicazione con gli altri, e ciò gli permette di arricchire se stesso. “Ora che faccio il professore, i libri non mi interessano più” (pag.52) dirà Forra tentando di leggere invano. Ed è qui a B… che prolifera tutto il mondo interiore dell’autore fatto di relazioni vere ed immaginate, che si inscrivono in una visione personalissima dei rapporti umani in cui la comunicazione viene filtrata dal suo io, vera voce narrante della prima parte del romanzo.
Ed il mondo entra nel suo mondo, mediato da istinto, percezione, intuito. Viene reinterpretato e tra le interpretazioni eccessivamente personalizzate si colgono intuizioni geniali, percepite con quel sesto senso che è l’ipersensibilità che viene fuori quando si è soli e in silenzio. Attilio si fida solo delle sue intuizioni che diventano parte di sé arricchendo lo scenario che lui si fa della vita. In lui si ritrovano i sentimenti di tutti gli uomini, ma ricreati e vissuti in solitudine.
Così ad esempio la gelosia nei confronti della Cammelli e che nasce dall’osservazione di casuali scene quotidiane vissute drammaticamente. “Forra la guardava, preoccupato: la gelosia che la regina di Saba, la maestra di vita, si desse ad altri problemi e trascurasse lui” (pag. 41). O quando proponendosi di riprendere la lettura ne avverte di fatto la difficoltà: “A stento e con riluttanza seguiva il pensiero formulato in quei libri, in quelle pagine” … ”Ma, a forza di insistere, finirò con l’appassionarmi e col credere inutilmente” (pag. 47). L’autore nell’esternare i pensieri di Attilio li introduce utilizzando spesso espressioni del tipo: “coglieva”, “intuiva”, “era facile intuire che “, ciò per enfatizzare il vissuto del protagonista filtrato dalle sue interpretazioni e quotidiane epifanie. Sono le sue intuizioni a dare il via alle sue passioni, relazioni immaginarie che egli stesso definisce “esperimento”:

Forra non sperava più di ottenere l’amicizia della regina di Saba, ma aveva risolto di continuare l’esperimento, proprio come dovesse percorrere la nuova strada (pag. 46).

Nella prima parte del romanzo il sistema relazionale del protagonista presenta diversi livelli di comunicazione: i dialoghi filosofici, le discussioni al circolo, i discorsi inquietanti con Palumbo, l’alunno a cui dà lezioni private, ed anche il “ruminare” da solo. Alla sua condizione di supplente non ancora pagato, costretto ad andare a credito, si contrappone un io altro, un io gigante, un io Gulliver, personaggio citato dall’autore, che emerge non da quello che lui dice di sé, ma dall’opinione che gli altri hanno di lui. L’elogio che si fa di lui diventa eccessivo e per questo artificioso. Si ritrovano diverse frasi del tipo: “lei ha una cultura vasta e varia”; “lei è un uomo di spirito….e dice verità profonde. Io l’ammiro” (pag. 72-73); “Potessimo vivere ascoltando Forra: è una delizia” (pag. 103). Tutti parlano e si interessano di lui.La prima parte del romanzo si chiude con la lettera di dimissioni inviata all’ufficio in cui Attilio prestava servizio. Egli sceglie il mondo della scuola. Quello della scelta costituisce un punto cruciale per Attilio. L’avere scelto costituisce un drammatico limite per lui. “Col venir menodella possibilità di scelta, si accrebbe la sua tristezza e il senso di miseria.” (pag. 108). La scelta come momento angoscioso riecheggia la dimensione sartriana del vivere.
La seconda parte del romanzo è ambientata a Palermo “qualche anno dopo”. Dal mondo compatto di B… si passa al mondo dispersivo della città. L’io del protagonista si allontana, non più assoluto ed invasivo, emerge di tanto in tanto per poi implodere in se stesso. Descrizioni di situazioni diverse (incontri nella sala professori, la festa di fidanzamento, incontri casuali, discussioni familiari ecc.) si alternano con momenti sigillati in se stesso, implosioni dell’io. Spazio intimo particolare è rappresentato dall’inserimento delle pagine di diario (dall’8 al 25 luglio), intermezzo lirico e filosofico. Il malessere segnato dal caldo, dalla stanchezza, dalla vertigine, lo inducono ad allontanarsi dalla città in prossimità della festa della Santa Patrona. Oggetto di comunicazione diventa il suo corpo e tutto se stesso, e più si immerge in se stesso più si allontana dalla comunicazione con l’esterno: “Qualcosa ondeggia dentro di me, un mancamento, un urto, una vertigine… il caldo opprime… uno squilibrio un dissesto; la conseguenza è un’ansia, un timore degli uomini….nel corpo e nello spirito è mollezza, ripudio, nausea”. La nausea viene vissuta in una dimensione esistenzialista, ancora una volta si percepisce l’eco di Sartre. Allo stato di inettitudine si contrappone comunque il proposito di “collaudare la validità o la durevolezza di un principio filosofico”. Dialoghi occasionali e quotidiani, caratterizzati da una comunicazione formale, cui fa spesso da sfondo il fare della politica locale, si alternano a passi sull’evoluzione della sua vita interiore che diventa sempre più complessa. La barriera tra vita sociale e vita interiore è netta, sono ora due dimensioni diverse e non comunicanti. Il muro che lo separa dal mondo si ispessisce con l’avanzare del senso di oppressione che cresce nel suo animo, potenziata dalla sensazione prima, e certezza dopo, che individui, che egli chiama “gli invisibili”, lo abbiano invaso, dominando la zona incorporea e privandolo dell’energia. Sentiva che percezioni e pensieri gli venivano carpiti. Ritorna l’idea della comunicazione come “esperimento”, in questo caso da parte di “qualcuno capace di trasmettere a distanza la propria volontà” (pag. 145). Definisce il suo stato “cattività interiore”, “una prigionia che coincideva con la decadenza dello spirito”.
La comunicazione con il mondo si riduce all’assimilazione dell’animo altrui, massa amorfa in cui l’io si perde. “Più che indovinare o intuire, assimilo l’animo altrui, massa amorfa, mutevole; e non distinguo più la parte mia da quella altrui. Il che ribadisce il sospetto, già avuto a Catania, della perdita dell’io”. “Gli invisibili” diventano sempre più numerosi e più invadenti, “non si quietavano mai, sempre all’opera”.
Si assiste a una teatralizzazione interiore sempre più drammatica e inquietante, un universo di figure più o meno definite abitano la sua mente, agiscono, parlano, hanno una loro vita fatta di relazioni violente, morbose, crudeli. Forra li vede, li ascolta, ne è assediato e in seguito matura in lui “la volontà di mettersi in comunicazione con gli invisibili; di rendere nota la sua presenza”. La comunicazione si sposta “oltre”, diventa gioco, esperimento pericoloso: “Forra sentì una grande curiosità, aveva il desiderio di vedere e conoscere gli invisibili” (pag.178). Comincia a conoscere quel mondo “nato in lui o attorno a lui”, ora li accusa di malignità, ora li dichiara buoni e utili, e quelli finiscono con l’acconsentire a tutto e venerarlo. Allegorie e scene simboliche si susseguono, e il loro muoversi ed agitarsi davanti ad Attilio, che poi chiamano Maestro, li fa sembrare simili a marionette impazzite:

Si avvinghiavano uno all’altro, si stringevano, si schiacciavano, fiottando, muggendo, delirando. Gemiti di dolore e di voluttà si udivano in quel tramestio; e un ansimare rabbioso; una mischia in cui si dibattevano e si stritolavano corpi convulsi di adulti e di giovani, di bimbi e di vecchi.

Il mondo invisibile disordinato e imprevedibile vive parallelo a quello visibile convenzionale, ordinato e prevedibile. L’essere riuscito a penetrare l’animo e a valutare gli uomini lo aveva reso “solo e intollerante”, questo è il giudizio finale che la maestrina, una degli invisibili, dà di lui. “Solo e intollerante, presumi di vivere, sollecito e geloso della vita. E’ la tua condanna” (pag.238).

La solitudine tuttavia fa di lui un grande: è la solitudine di chi conosce o crede di conoscere, conoscenza a cui Attilio perviene, o crede di pervenire, sperimentando forme diverse di comunicazione, anche altre.

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