Lug 02

Correlazioni tra realtà e visioni ne “Il supplente”

(di MARIA PIA D’AGATI)

La vicenda de Il supplente di Angelo Fiore, all’incirca a metà libro, subisce un improvviso cambio di tono. Ciò nonostante, è possibile individuare diverse corrispondenze tra gli atti e le parole del protagonista Attilio Forra, narrati nella prima parte del romanzo e le visioni che lo tormenteranno nella seconda parte. Tale corrispondenza si spiega col fatto che le voci degli invisibili altro non sono che proiezioni della sua stessa coscienza, ma che talvolta si manifesta nella sua forma più bieca, amplificando ogni genere di sensazione o stato d’animo provato nella vita reale.
Forra viene presentato fin dalle prime pagine del romanzo come un individuo destinato al fallimento e incapace di esercitare qualsiasi potere sugli altri uomini. Lui stesso, infatti, dice: “Il mio posto è in quell’ufficio, sottomesso agli uomini, […], come sono stato sempre” (Il supplente, Pungitopo, Marina di Patti 1987, p.6); “Non sono mai riuscito a rivelarmi pienamente: mi hanno sempre interrotto e impedito” (p.8). Nella seconda parte del romanzo, invece, egli cerca di trovare una sorta di riscatto a questa sua costante sottomissione agli altri, tant’è vero che uno dei personaggi che prendono forma dalle sue visioni, la maestrina, si rivolge agli altri invisibili con una battuta tagliente relativa al comportamento di Forra nei loro riguardi, dicendo: “A Forra piace comandare. Un’ambizione inacidita; non potendo far altro, si contenta d’impartire ordini alle ombre. Il deluso, il fallito si rivale a questo modo” (p.154).

Ma il fallimento nella vita di Attilio Forra si ravvisa anche in qualcos’altro, come nelle varie delusioni capitategli con le donne. Appena Attilio conosce la nuova collega, la signora Cammelli, si sente immediatamente attratto da lei e pensa che sicuramente diventerà la sua amante, ma, nonostante questa sua convinzione spavalda, proverà anche con lei la “vergogna del […] fallimento” (p.31). Dice egli stesso di sentirsi “attirato dalla persona che incarna ed esprime il mio fallimento” (p.38). Ottiene rifiuti da parte dell’altro sesso anche quando due giovani fanciulle di bell’aspetto non accettano di prendere lezioni private da lui o ancora quando stabilisce di prendere moglie, ma anche in questo caso ogni tentativo risulta vano. A differenza sua, l’insegnante di ginnastica Grippa gode di quel successo che a Forra manca, per cui qualcuno al circolo insinua che Forra provi gelosia nei suoi confronti. Viene detto a proposito di questo bizzarro personaggio: “Grippa si introduce nelle case, o lo invitano; un armeggio, un perpetuo carnevale. Lo cercano, se lo contendono; ovunque è lui si balla […] Lo chiamano «Priapo» e ridono come impazziti” (p.62); e ancora: “Ballano in modo frenetico tutt’intorno a Grippa; come se lo adorassero o come se lui fosse un simbolo. Si direbbe un goffo tentativo di culto.” (p.66). Grippa, quindi, viene descritto come una sorta di rappresentante del culto dionisiaco, che, come Priapo, sembra essere simbolo della carica sessuale e della manifestazione degli istinti. Alla luce di queste osservazioni si può interpretare meglio la figura di un personaggio inquietante come Alberto, del quale Forra pensa da subito che “in costui si configurava uno dei simboli che […] non aveva saputo interpretare” (p.115). Viene descritto come volgare e balordo, tenace, sicuro di sé e dedito alla venerazione della carne, infatti: “Le donne fingevano di inorridire; poi si piegavano, si rassegnavano, veneravano; incredibili il rispetto e l’adorazione di cui lo circondavano” (p.117-118), ma dedito anche a vizi aberranti: “Alberto violentava, stuprava, uccideva; seviziava bambine e bambini…” (p.118). Probabilmente si può credere che il personaggio di Alberto, creato dalla mente di Forra, sia l’espressione della parte più bieca del suo essere, da cui Attilio prende le distanze. Si verifica, cioè, un rispecchiamento di Attilio con questo rappresentante degli invisibili, che però appare in forma rovesciata.

Un altro personaggio inquietante che compare tra la schiera degli invisibili è la figura del vescovo. Molto significativo appare il dialogo proprio tra il vescovo e Forra nella seconda parte del romanzo. Il prelato dice al protagonista: “Ella non ha saputo godere […] e ora se ne risente […] Gli uomini come lei e come me non possono godere. Io ho sempre disprezzato i piaceri della carne; ma questa si rivale con le immagini tormentose, con le aberrazioni, la follia, le infermità. Noi ci coglie il tedio e la paura; non siamo nati a godere” (p.133). Proprio il fatto di rivolgersi ad Attilio usando il pronome “noi” significa che la sua esperienza va correlata a quella del protagonista. Lo stesso Forra, infatti, aveva provato l’impossibilità di abbandonarsi ai piaceri della vita in generale, in quanto, come si apprende nella prima parte del romanzo, egli in passato aveva preso i voti diventando un frate cappuccino. E il fatto stesso che queste forze si rivelino con immagini tormentose e visioni allucinate è proprio quanto accade allo stesso Forra; del resto tra i due personaggi c’è un’affinità proprio perché il vescovo, come gli altri invisibili, è una proiezione della coscienza di Forra.

Le visioni degli invisibili continuano a manifestarsi prepotentemente nell’inconscio del protagonista, anche quando egli vorrebbe liberarsene, ma capisce che la loro forza si era sviluppata proprio a causa della sua disposizione d’animo, infatti fin dalle primissime pagine del romanzo Forra dice di ambire a ”l’attesa o la speranza di uno straordinario avvenimento metafisico o di uno straordinario risultato etico” (p.6) e anche di prepararsi alla rivelazione. Ed è proprio l’attesa della rivelazione che gli fa credere che il risultato metafisico tanto atteso sarebbe derivato da quelle apparizioni, ma poi riconosce che “non bisognava attendersi alti significati né profonde rivelazioni; appunto da questo equivoco e da questa sua speranza era nata la forza di quelli” (p.152).

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