Lug 02

Confronto tra il primo e l’ultimo romanzo di Fiore

(di GABRIELLA PARRINO)

L’erede del Beato, scritto da Angelo Fiore nel 1981, non sembra essere “figlio del suo tempo”. Se lo si leggesse senza sapere l’anno in cui fu pubblicato, si penserebbe alla letteratura italiana dei primi anni del ‘900.
Il romanzo narra le vicende di Andrea Bernava e del figlio Pietro, in un arco di tempo che va dall’età guglielmina alla seconda guerra mondiale. Tutto inizia quando Andrea scopre il testamento di un suo avo, il quale designava un erede che avrebbe portato a termine ciò che egli non era riuscito a conseguire in un passato remoto indefinito. Egli era Filippo Bernava, detto il Beato, un sacerdote, il quale voleva realizzare uno Stato ideale, seguendo le sue convinzioni filosofiche e religiose. Dunque il tema principale del romanzo ruota intorno a quest’ambizione e ossessione di Andrea di portare a termine il progetto dell’avo, decidendo di sposare una donna qualsiasi, purché in salute, pur di avere un figlio, ovvero il predestinato.

Tutti i personaggi sono pedine e vittime di un destino che per quanto ci si sforzi di cambiarlo, resta immutabile. In realtà, il predestinato è il nipote Paolo, figlio del fratello Lorenzo, che Andrea ignorava di avere, non istruito e preparato come suo figlio Pietro. L’ossessione di Andrea di voler avere l’eredità per il proprio figlio, comporterà ad affermare che il nipote non è figlio del fratello Lorenzo, bensì un impostore che si era finto tale solo per ottenere la cospicua eredità.
Sin dalle prime pagine, il tema della predestinazione e della ricerca di un senso di questa vita, si trova in una lettera ritrovata da Andrea e scritta da suo padre prima che morisse, incentrata sulla forza oscura che rende l’umanità inetta, infelice e condannata all’immobilità: “Non avrò mai, mai avremo quel che cerchiamo, è impossibile. Allora perché cerchiamo? E che cosa?” tale citazione che si ritrova in quella lettera, ci fa comprendere meglio il tutto.
Ritorna, inoltre, in questo romanzo, quella filosofia che si interroga sul senso della vita, delle cose e sull’esistenza di Dio; in particolare quella di Sant’Agostino e di Pascal, ma anche quella di Nietzsche. Interessanti sono le due forme di “ribellione” verso quel destino che si vuole cambiare, ma invano; quella di Paolo, che si uccide per non vivere la sua vita secondo ciò che il suo destino aveva stabilito, e quella di Pietro che per un periodo si finge malato di un male ignoto e immaginario. Tale malessere di Pietro, ricorda molto l’Enrico IV di Pirandello, in cui il protagonista preferisce rifugiarsi in un mondo parallelo, al riparo dalle chiacchiere e dalle critiche della gente.

Sono riscontrabili inoltre, anche echi tozziani; in particolare come per quanto riguarda il tema del romanzo, il richiamo è al “Podere”, nel quale vi è una storia analoga per un’eredità contesa, e ritorna il tema del conflitto tra padre e figlio, che in Fiore si trasforma in uno scontro tra patrigno e figliastro.
Fiore pur cambiando le storie, gli scenari, i personaggi, tende a mettere qualcosa di lui che lo rappresenti. Molte sono le analogie autobiografiche in questi e in altri suoi romanzi, come la formazione scolastica, i lavori svolti, i luoghi in cui vive o si sposta.

L’autore descrive nei suoi romanzi un universo in decadenza, nel quale l’uomo vive con meschinità, raggiri, sospetti, solitudine e avidità. Il personaggio principale si presenta sempre come un uomo dalle straordinarie capacità, ma che per inettitudine tenderà ad autodistruggersi e a vivere un’esistenza all’ombra di quella che poteva essere per lui una vita più produttiva e più felice.
Facendo un paragone tra i due protagonisti del primo romanzo (Il Supplente) e con quest’ultimo (L’erede del Beato), notiamo che all’apparenza i due giovani sembrano essere molto diversi tra di loro; Attilio Forra è un inetto, mentre Andrea Bernava è avaro di potere e di denaro.
In realtà essi hanno la stessa insicurezza sulle proprie doti e capacità, e per tale motivo non saranno mai dei vincitori e mai felici di se stessi. Entrambi sono istruiti e amano la filosofia, si interrogano sul senso della vita e sull’esistenza di Dio. Tutti e due avvertono la necessità di sostituirsi in qualche modo alla figura del profeta, il quale dia una spiegazione filosofica di tutto ciò che accede nel mondo, e cercano di diventare una sorta di demiurgo, che interpreti il legame tra uomo e i vari fenomeni ignoti che gli accadono attorno. Andrea e Attilio comprendono che per arrivare a una forma di filosofia spirituale, devono comprendere innanzitutto, le avidità, le pulsioni e le durezze degli animi giovanili.
I protagonisti avvertono di avere il ruolo di portare a compimento quella ricerca assoluta, sotto un’ottica dei bisogni elementari dell’uomo. Entrambi i personaggi, come in tutti gli altri romanzi di Fiore, hanno un compito ben preciso da portare a termine, arrivando sempre a conoscere la vera sofferenza esistenziale dell’umanità intera.
Vi è un’incapacità dell’uomo di amare e di relazionarsi con gli altri. Dunque, non il singolo uomo, ma l’intera umanità, secondo Fiore, è inadatta a vivere e a trovare un senso al non senso della vita.

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