Lug 02

Analisi della scrittura de “Il supplente” di Angelo Fiore

Leggendo il romanzo Il Supplente di Angelo Fiore si rimane sorpresi e affascinati dalla sua scrittura. Essa esprime la complessità psicologica e culturale dell’autore, al punto tale che, proprio come scrive Natale Tedesco, “[…] lo scrittore avverte che la lingua deve dare forma all’informe”. (cfr. N.Tedesco, Introduzione a Il supplente, ed. Pungitopo, 1987, pag. IV).

Quella di Fiore “è una scrittura spigolosa, a volte ruvida, con un periodare ansimante e ossessivo”, come dice Salvatore Ferlita (S. Ferlitta, Angelo Fiore e il signor K, «La Repubblica», del 29 marzo 2006), o come scrive Silvio Perella “Per il resto prevale il nervosismo, l’insofferenza […]” (S. Perella, Introduzione a Un caso di coscienza, ed. Mesogea, 2002). Questo scrivere ansimante, ossessivo e nervoso si coglie sia nella sintassi sia nell’utilizzo della punteggiatura. Per quanto riguarda la sintassi, i periodi si alternano tra semplici e complessi. Ma è con l’uso eccessivo della punteggiatura che Fiore crea il suo stile personale, uno stile ansimante e nervoso.
Fin dalle prime pagine del romanzo, la punteggiatura cattura l’attenzione del lettore: l’uso della virgola, del punto e virgola, del trattino e delle virgolette è spasmodico.
Il punto e virgola è introdotto: a) quando si compie il passaggio ad un soggetto diverso (es: Infatti questa fece a Forra un’accoglienza calorosa e mostrava una gran premura; ed egli diventò allegro e loquace …., pag. 23); b) quando, all’interno dello stesso concetto, se ne descrive una variante (es: – M’ingegno; mi barcameno. pag. 34); c) quando si vuole evitare la proliferazione di virgole all’interno di una stessa frase (es: Male, male; male, i vivai…, pag. 19); come osserva Perella “Ogni sua riga abbonda di punti e virgola. E’ così che viene scandito il ritmo nervoso […]. Il suo punto e virgola è come un singhiozzo, un singulto, una risata trattenuta che sommuove il corso della frase […]”.
Le virgolette, invece, sono utilizzate dallo scrittore per mettere in risalto il pensiero, l’arrovellarsi del protagonista, le sue focalizzazioni interne: (es: «Quantunque stanco, non sono ancora vissuto», «E’ una specie di carriera», …….. pag. 3; «Perché si rivolge a me, se non mi crede?» pensava. Pag.38; «E’ ridicolo» Forra pensava. pag. 136; «E’ una conseguenza della mia vita; ormai non posso vivere che a questo modo» pag.175).

Quello dello scrittore è “un lessico di gusto e dai sapori letterari”, proprio come Tedesco scrive nella Introduzione del romanzo. Questo tipo di lessico si riscontra in moltissime parole disseminate in tutto il romanzo e fanno sì che la scrittura diventi colta, e a volte difficile. Sono lemmi che possono sembrare in disuso, ma, al contrario essi danno spessore al romanzo; sembrerebbe che lo scrittore sia andato alla loro ricerca nella letteratura italiana, e che abbia attinto anche da altre lingue (spagnolo e greco).

A titolo esemplificativo si propone un campionario di parole che si trovano nel romanzo di Fiore che lo collegano ad alcuni rappresentanti della letteratura italiana:
Neglètta –pag.17- agg. [dal lat. neglectus, part. pass. di negligĕre: v. negligere]. – Trascurata, non presa in considerazione. Un autore così al tutto sconosciuto e così ingiustamente negletto. (Carducci); Non curato, lasciato in abbandono: un giardino folto e negletto. (Moravia);
Arrangolare –pag.23- v. intr. [der. di rangola] – Parlare con voce affannata, rantolosa: come se la corsa della pallottola d’avorio gli promovesse l’asma, egli si metteva ogni volta ad arrangolare, forte, irresistibilmente (Pirandello).
Anfanare –pag.39- v. intr. [forse affine ad affannare] non com. – parlare a vanvera, a sproposito. Tu farnetichi … e anfani a secco (Boccaccio); poi anche affaccendarsi, affannarsi inutilmente: che cosa è tutto questo anfanare, gridare, rissare? (Pascoli).
Ìmprobo –pag.56- agg.[dal lat. imprŏbus, comp. di in- e probus «probo, onesto»], letter. Disonesto, malvagio: uomini improbi, costumi improbi; anche sostantivato.
Sagrare –pag.59- (meno com. sacrare) v. intr. [der. di sagro1 o sacro1, come elemento di esclamazioni blasfeme]. Bestemmiare, dire bestemmie o parole irriverenti verso la divinità. Qui alcuni cominciarono a brontolare ….. altri a sagrare (Manzoni); Il bottegaio di faccia, poverino, sacrava tutto il santo giorno peggio d’un turco (Capuana).
Peritóso –pag.60- agg. [der. di peritarsi], letter. esitante, timoroso. Lo schianto di quel dolore timido e peritoso, le toccò il cuore (Verga).
Ponzato –pag.81-. fig., scherz. Spremere il cervello, meditare intensamente, sottoporsi a uno sforzo mentale, per trovare una soluzione, per comporre o creare qualche cosa. Ei cova, ei ponza, il vate, Lo stil nuovo latino (Carducci); si mise a ponzar la risposta, che infine, dopo molto stento, gli uscì in questi termini (Pirandello).
Sollùchero –pag.81- s. m. [der. di sollucherare]. – Sensazione e stato di grande soddisfazione, compiacimento e godimento, per parole o fatti che rispondono alle proprie aspirazioni e ambizioni, e lusingano la propria vanità.

Esempi di prestiti dalla lingua spagnola e greca:
Rubizzo –pag.15- agg. [dallo spagn. roblizo, propr. «saldo come rovere»] – Di aspetto sano e vigoroso, ancora fresco; arzillo; si dice in genere di persona anziana. Alta, stecchita, piena di rughe ma ancora rubizzo., con capelli bianchissimi (Capuana).
Fanfaronésco –pag.22- agg. da fanfarone [dallo spagn. fanfarrón (der. attraverso incrocio con altre voci, dell’arabo farfār «loquace, leggero, incostante»), prob. per il tramite del fr.fanfaron]. – Chi si vanta di aver compiuto o di poter compiere grandi imprese di cui non è realmente capace; spaccone, millantatore, smargiasso. Il generale era uno sveltissimo toscano sui trent’anni, chiacchierone ed alquanto fanfaronesco (Tomasi di Lampedusa).
Baṡilissa –pag. 23- s. f. [dal gr. βασίλισσα «regina», femm. di βασιλεύς «re»]. – Nell’antica Atene, moglie dell’arconte basilèus: aveva mansioni ufficiali e partecipava alla cerimonia delle mistiche nozze con Dioniso durante le feste Antesterie. Titolo delle imperatrici nell’Impero bizantino.
Tomàia –pag.72- s. f. [dal gr. mediev. τομάρι «pezzo di cuoio», pl.τομάρια, der. di τέμνω «tagliare»] – La parte superiore della scarpa, che fascia il piede; se formata di più pezzi, il nome può indicare anche la sola parte anteriore: mi andavo arrabattando con le dita intorpidite, e con certi pezzi di fil di ferro che avevo trovato per strada,per legare almeno provvisoriamente le suole alle tomaie. (P. Levi).
Copròfago –pag.159- agg. e s. m. [dal gr. κοπροϕάγος, comp. di κόπρος «sterco» (v.copro-) e -ϕαγος «-fago»] (pl. m. -gi). 1. Nel linguaggio medico e dotto, detto di individuo affetto da coprofagia.

Altri elementi particolari della scrittura di Fiore sono:
A) Similitudini
ES: […], ma in quell’incarnato vivo si distingueva una ramificazione di venuzze, come un principio di tumefazione e di corrompimento, pag. 37; Dicono che lei sia come un albero senza ombra, pag. 63; Zappulla il giovane non lasciava Forra: un infermiere al capezzale di un ammalato, pag. 75; Talvolta risuona come di un’eco tardiva, la cui origine […], pag. 90; […] la notte diviene come la bocca di un forno spento, un forno grandissimo […], pag. 95.
B) Particolari accostamenti:
ES: luce metallica, pag.21; meccanica allegria, pag. 38; rideva amaro, pag.5; inquietudine allegra, pag. 54; felicità inquieta, pag.67; irrequietezza elettrica (pag.74);
C) Richiami cromatici:
ES: […] i baffetti nereggiavano[…], alla chioma bianca, All’imbrunire[…], pag. 4; […] la carnagione, bianca, cerea; i capelli […] d’un bruno d’orato[…], pag. 84; […] d’un bruno nero[…]. pag. 98;
D) Richiami musicali: […] una chioma da direttore d’orchestra; il fungente parlava con soavità, un fluire di suoni musical, pag. 4; La signora si volse a Forra e strombettò […], pag. 22; […] voce flautata, pag.27; i baffetti gli vibravano, pag. 29;
E) Richiami ai versi degli animali: […] e si mise a sfringuellare con gli amici, pag. 73; Zappulla aveva afferrato[…] gracidando […], pag.74;
F) Parole chiave: supplente, carriera, fallimento, coscienza, desiderio/non desiderio, voci, inerzia, immobilità, fiacchezza. Parole che mettono in luce l’essere di Attilio Forra.
G) Giochi di Parole: Lo scrittore gioca con le sue iniziali: A – F: Angelo Fiore e Attilio Forra. Egli crea una sorta di gioco, ma non intende assolutamente identificarsi con il protagonista. E crea anche un ampliamento semantico del termine supplente: non solo come colui che sostituisce provvisoriamente un altro impiegato o funzionario nel suo ufficio e nelle sue funzioni, o insegnante che presta servizio nelle cattedre prive di titolari; ma, anche, come colui che vorrebbe supplire, provvedere a colmare una mancanza, a completare ciò che è insufficiente. Attilio Forra, insegnante d’inglese, intraprende un cammino per cercare di completare la sua vita, di supplire alle sue mancanze spirituali, morali e sociali ma il suo movimento viene vinto dall’inerzia, dall’angoscia, forse anche dalla solitudine che pervade la sua vita.

Per Fiore, scrivere era “una disciplina e insieme uno sfogo” (Diario d’un Vecchio, pp. 130-131), ma uno sfogo operato nel segreto al punto da nascondere la sua attività anche alla famiglia: il fratello, per caso, vede il suo primo libro esposto in una libreria. Egli era geloso delle sue carte tanto da portarle sempre con sé.
Mettere nero su bianco le sue parole significava farsi conoscere, rivelarsi agli altri, e quindi per lui che aveva un carattere chiuso, introverso, riservato, a volte estraneo alle cose del mondo, fu difficile e penoso uscire dal guscio (cfr. Intervista a Mario Luzi, pag.136; Mario Luzi, Uno stile riservato, “La Sicilia”, 4 giugno 1987, pag. 3). Infatti quando accettarono di pubblicare Un caso di coscienza, lui dichiarò: “[…] Sembra che mia madre approvi quest’attività. Ma io non l’approvo; nell’intimo, il pentimento, il senso d’aver perduto l’autonomia; […]. Mi sembra di avvicinarmi all’impotenza, alla paralisi totale dell’animo” (cfr. Diario d’un Vecchio, pp. 225). Ecco spiegato il motivo che spinse Perella ad affermare che “per Fiore scrivere è come scorticarsi, levarsi la pelle di dosso, ma se avesse perso la scrittura, avrebbe perduto il suo mondo, non sarebbe stato più lui…” (cfr. S. Perella, Introduzione a Un caso di coscienza, ed. Mesogea, 2002).

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