Giu 30

Il diario di Attilio Forra nel Supplente

(di DORA GENOVESE)

«Era venuta l’estate e le scuole erano chiuse… In quei giorni riprese l’abito di scrivere annotazioni sul diario» (Il supplente 2010, pg.121). Il lettore si trova quasi a metà libro quando l’autore muta totalmente stile di narrazione: dalla terza persona si passa alla prima persona e il genere letterario sembra trasformarsi. A mettere sull’avviso un brevissimo incipit: «Dal diario di Attilio Forra» (pg.122). Del Supplente non si può certamente dire che sia un romanzo monotono: quello in forma diaristica è solo il primo cambiamento, che precede la seconda e decisiva parte visionaria. Eppure non può definirsi di minore importanza. È con questo espediente infatti che l’autore accompagna il lettore dalla dimensione alla quale si è abituato ad una dimensione onirica e metafisica già preannunciata fin dalle prime pagine: «L’attesa o la speranza di uno straordinario avvenimento metafisico o di uno straordinario risultato etico, era stata delusa fino a quel giorno» (pg.10). È straordinario come Fiore utilizzi questa forma narrativa, che per definizione necessita di riferimenti temporali, per introdurre una dimensione in cui il tempo non conterà più nulla.

«…la stanchezza, da più ore non prendo cibo…» e ancora «Mi sembra di star bene, talvolta mi sento veramente bene: un tepore, una compattezza, lo spirito comodo e agiato nella fascia di carne che lo protegge. Sembra che il cibo e i liquidi, e perfino le sigarette che fumo, contengano sostanze graditissime e procurino un piacere tranquillo e squisito» (pg.123).

Il diario inizia con descrizioni puramente fisiche, come se il protagonista avesse coscienza del suo corpo più di quanto accadesse in precedenza, come se questo iniziasse a pesargli. Sembra quasi un referto medico, ricco di annotazioni, con dovizia di particolari. E anche in questo contesto è emblematica la forma del diario: il corpo di Forra, protagonista in questo tratto del romanzo, sparirà o verrà messo in secondo piano e lascerà il posto alle visioni dello stesso, incentrate sì sulla fisicità, ma una fisicità pensata o immaginata. Nel caldo di luglio, probabilmente elemento determinante è la chiusura delle scuole e la maggiore quantità di tempo a disposizione del supplente per riflettere e pensare; il distacco dalla realtà si va ampliando e nella vita del protagonista si delinea sempre più il proposito di «collaudare la validità o la durevolezza di un principio filosofico» (pg.124). È in questo contesto che Fiore ci presenta “gli invisibili”: sempre al confine tra realtà e sogno. È nelle pagine del diario che sono presenti i primi accenni ai rumori e alle voci che il protagonista sentirà e vivrà nella dimensione onirica. «E mi sembra di udire una voce o più voci; o è uno scricchiolio, un rumore di passi; o è il fluire dell’acqua nella tubatura; o un vago, lontano, battito; o una folata di vento, fuori» (pg.126). La presenza delle voci nella prima parte del diario è legata ad elementi reali, come se inizialmente il protagonista cercasse di giustificare queste sue sensazioni: che siano i vicini o, appunto, semplici rumori che vengano dalla strada: «Il vano del cortiletto accoglie voci, un mormorio, un rumorio; le voci par che dicano tutto e di nulla parlano; ma io tendo l’orecchio e più, l’animo» (pg.127).

In questo modo il lettore non si trova in un contesto drasticamente onirico, al contrario Fiore sembra volerlo rendere partecipe dei dubbi dello stesso Forra che probabilmente ancora non sa, o non accetta, che le sue siano sensazioni scisse da elementi reali. Tuttavia passano solo tre giorni, per il lettore soltanto due pagine, e il protagonista sembra già abbandonare il proposito di giustificare le sue impressioni per dare il via ad un decisivo allontanamento dalla realtà: «Attendo alla stesura di un dialogo fra interlocutori immaginari; un dialogo che verte sull’esistenza di Dio, la sua opera, e il divenire della vita» (pg.130). È la fine di luglio quando Forra scrive: Talvolta odo frasi come questa:

“Ecco il professore che ha trovato Dio”. Non mi meraviglio, non mi viene in mente che dicano per burla; mi secca però che i fatti miei corrano sulla bocca degli estranei. […] Gli uomini non ascoltano ne capiscono; si può togliere loro tutto, essi non se ne accorgono; ogni cosa è in me: la vergogna e la dignità; la libertà e la servitù; gli altri non hanno più nulla (pg.131).

Il distacco dagli ideali e dall’apparenza borghesi, che è presente in tutto il libro e in generale nelle opere di Angelo Fiore, viene ribadito nel diario di Forra anche per giustificare la scelta del protagonista, una scelta fatta con cognizione di causa: il supplente preferirà il disturbo alla percezione della realtà.

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