Giu 29

L’autobiografismo ne “Il supplente”

(di SILVIA CIVELLO)

Il critico francese Philippe Lejeune ha definito l’autobiografia come “il racconto retrospettivo in prosa che un individuo reale fa della propria esistenza, quando mette l’accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della propria personalità” (P. Lejeune, Il patto autobiografico, Bologna 1986, p.12). E’ evidente che il romanzo d’esordio di Angelo Fiore non possa essere accostato totalmente a tale definizione, giacché non è il resoconto dell’esistenza dell’autore bensì la sua “trasfigurazione estetica” (G. Franchi, “L’inquietudine di Fiore: se il senso della vita è un posto da supplente”, Secolo d’Italia, 14/10/2010, p.8) nelle vicende del protagonista. Attilio Forra è un impiegato qualunque, profondamente insoddisfatto, che decide di tentare una nuova avventura professionale nell’attesa di “uno straordinario avvenimento metafisico o di uno straordinario risultato etico” (A. Fiore, Il supplente, Marina di Patti 1987, p.6), che possa placare la sua inquietudine. Approda così all’insegnamento della lingua inglese, e già in questo primo dato è possibile intravedere un frammento della biografia dell’autore: anche Fiore, infatti, dopo aver lavorato per un decennio al Genio militare, intraprese la carriera di docente nel paese di Bisacquino, lo stesso in cui plausibilmente si svolge la vicenda tormentata del supplente. A proposito della sua esperienza scolastica lo scrittore palermitano racconta, in un’intervista rilasciata nel 1964 a Mario Farinella dell’“L’Ora”:

Professori, presidi, bidelli, ragazzi non sono cordiali con me, forse diffidano del mio carattere chiuso. Non mi considerano dei loro, eppure io tengo molto alla scuola. […]Credo che in questo dipenda anche dal mio desiderio di onestà.

Da tale estratto emergono con nettezza alcune analogie con la personalità di Forra: innanzi tutto il rapporto indifferente e ostile con i colleghi e con gli alunni, i quali sono attratti e insieme turbati da “quella sua smoderatezza, quelle reazioni inaspettate, smisurate” (Ivi, p.36), e poi, in stretta correlazione con questo primo aspetto, il desiderio di onestà e di verità che anima Forra e che lo porta a scontrarsi con l’ipocrisia e la meschinità dei concittadini, adulti e imberbi, i quali “dalla scuola si aspettano il benessere e la felicità” (Ivi, p.47). E infatti l’unico interlocutore sincero di Forra, Tambri, avvisandolo di un partito, formatosi in paese, per chiederne la destituzione dall’incarico, gli dice: “I ragazzi non capiscono, e mormorano. […] I giovani ci vogliono ipocriti, noi insegnanti; a loro non garba che li si molesti e soverchi con la verità.” (Ivi, p.36). Ma la smoderatezza, l’incapacità di simulare e di dissimulare, la visione disturbata della vita, che contraddistinguono Forra e ne influenzano il metodo didattico, appaiono meno esasperate nell’insegnamento di Fiore, il quale, nonostante una difficile interazione con gli altri, continuava “a credere che a scuola si andasse per apprendere con profitto non solo le materie insegnate, ma possibilmente la via per diventare soggetti pensanti e liberi” (Ricordo della nipote Emma de Giacomo, www.angelofiore.com) e, per tali motivi, parlava agli alunni anche di storia, di filosofia e di molto altro. La situazione di disagio costringe gradualmente Forra a vivere in solitudine, “ignoto e inconoscibile” (Ivi, p.12), isolato dalla mediocre società di B., come sottolinea Luna: “Noi viviamo, ma tu non puoi partecipare alla nostra vita e ai nostri interessi, sentire le nostre sensazioni” (Ivi, p.67). Parallelamente Forra si lacera e si consuma in attesa di un messaggio, di un’illuminazione spirituale che però non sopraggiunge, accentuando quel turbamento innato, specie nella seconda parte del romanzo, che sfocia in nevrosi, paranoia e allucinazioni a sfondo erotico. A tale proposito si veda la corrispondenza tra il diario di Forra laddove dichiara:

Quando, sul far della notte, mi avvio a casa, temo agguati, offese, assalti; e prevedo con angoscia[…]rumori monotoni e continui, una delle attività dell’uomo, interminabili, sconcertanti. […]Cerco di reagire, il tedio e l’ira mi rendono disperato, ma la volontà è sopraffatta. (Ivi, p.90/93)

e quello di Fiore, avvalorato dal ricordo della nipote Emma de Giacomo:

Eternamente timoroso e irato; le minacce si alternano al tremito, la violenza al terrore. Nell’androne, a notte, allorché rincaso, lo sgomento mi paralizza: qualcuno è in agguato per ferirmi. […]Dietro l’astinenza, un fermento d’immagini, improvvise, fulminee: gli atti della lussuria, le combinazioni erotiche più strane. (S. Collura, Un Angelo ignorato, “Plumelia. Almanacco di cultura”, Bagheria 2005, p.153).

In queste e altre pagine del Diario d’un Vecchio di Fiore si ritrovano, dunque, le ossessioni, i rovelli, gli anni “di vigilanza e di studio” (Ivi, p.153), il senso di estraneità, che poi sono condotti a un estremo patologico nelle pagine del romanzo e nella personalità di Forra. Si potrebbe, quindi, sostenere che Fiore abbia selezionato, “scorticandosi”, come nota il critico Perrella (2002), quegli aspetti più inquietanti e tormentati della propria vicenda esistenziale, inserendoli nella struttura fittizia del romanzo. Ritornando, dunque, all’autobiografismo ne “Il supplente”, lo si potrebbe definire come un racconto introspettivo, una valvola di sfogo e infine un mezzo per elaborare, e di conseguenza per condurre su un piano trascendente, quel turbamento che appartiene all’autore stesso e, in generale, all’uomo moderno. In questo senso, tuttavia, “Il supplente” non è un romanzo risolutivo e il protagonista perviene infine a un ulteriore fallimento, preannunziato già dalla pagina iniziale: “Debbo fallire; a me il fallimento è necessario.” (Il supplente, p.3). D’altronde dichiara Fiore nel suo diario: “Ho l’abitudine, la consuetudine del fallimento. Agisco per chiudere ogni opera col fallimento.” (S. Collura, p.152).

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