Giu 29

Il cronotopo ne “Il supplente”

(di GAIA PISANO, ERIKA MESSINA, CONCETTA VARIO)

Ne Il Supplente risaltano cronotopi biografici e storici. Dimensione spaziale e temporale risultano come assimilati dalle pagine di Fiore: due dimensioni comunque inscindibili che forniscono indubbiamente una delle molteplici chiavi di lettura del romanzo.

Sin dall’incipit dell’opera si impone un senso di indeterminatezza spazio-temporale cui fa da contraltare la dimensione spaziale. Come scrive lo stesso Fiore: Un pomeriggio di novembre, la corriera automobile scaricò nella piazza di B … insieme con gli altri viaggiatori e i bagagli, Attilio Forra, venuto a fare il supplente (Il Supplente, ed. Pungitopo 1987, pag.3).

Fiore si rivela più scrittore che narratore. Nonostante l’episodio sia ben definito l’impostazione, “un pomeriggio di novembre”, esprime l’indeterminatezza di un giorno qualunque.

Il tempo è sottoposto ad un trattamento nuovo, fondato sulle rifrazioni che esso ha nella coscienza del protagonista. Modalità e misure obbediscono ad un preciso schema. Vi è, infatti, la precisa volontà di lasciare il lettore come disorientato. Questa volontà si respira nelle pagine esprimendosi in una non-percezione di un vero e proprio ordine cronologico.

Nelle prime pagine del romanzo la cronologia è assente. Ciò proietta il lettore in una visione altra che a sua volta riflette appieno il caos di Attilio. Nelle sequenze narrative attraverso cui si dipana la storia, tutta interiore, di Attilio, il senso del tempo c’è, sebbene non in termini di scrupolosa scansione cronologica. Infatti il lettore si imbatte, attraverso allusioni, in vaghi riferimenti storici legati alla questione agraria e alla seconda guerra mondiale. La più provocatoria e attuale è forse l’idea sulla speculazione espressa attraverso le parole di Tambri:

I produttori dovrebbero osservare le leggi; ma si illudono di trarre profitto dalla situazione odierna. Già sperano di rifarsi delle perdite e dei danni subiti a causa della guerra e della svalutazione della lira. Ma è un profitto apparente, illusorio: l’alto prezzo del grano automaticamente determina il rincaro di tutti i beni di consumo; (pag. 13).

Più avanti: “le innovazioni e le riforme li gettano nell’angoscia” (pag.20). E ancora: “Allontanatasi la minaccia dei separatisti e partite le soldatesche scoppiò la sommossa dei braccianti[…]” (pag.56). Riferimenti alla guerra sono riportati dal personaggio della Cammelli: “nell’ultimo anno di guerra, mi scaraventarono a Roma, dove mi sorprese l’armistizio: un inferno […]” (pag.21).

Il tempo non ha uno svolgimento lineare, ma si dilata, si restringe, si sovrappone a se stesso, si annulla, proprio secondo i ritmi della coscienza e della narrazione. Così si alterano anche i rapporti tra la durata oggettiva degli eventi e la durata della narrazione: un evento apparentemente insignificante, filtrato attraverso tutto ciò che passa nella coscienza di Attilio, è in grado di dare vita a immagini ed idee che possono dominare svariate pagine.

Se il tempo sembra perdere il suo senso canonico, i luoghi, al contrario, sono estremamente definibili, chiusi e, in quanto tali, si configurano come limite. I luoghi diventano confine trasmettendo al lettore un senso di claustrofobia, riflesso della sconfitta della guerra esistenziale di Attilio che avrà come unico approdo l’agognato fallimento.

Paradossalmente però questi stessi spazi appaiono al lettore come attraversati e mai vissuti concretamente: non c’è alcuna descrizione, alcun dettaglio, nulla. Per dirla con le parole di Attilio, sono immagini “sfocate e confuse” (pag.44 ).

In primis il nome della città, B…, quasi taciuto o meglio non esplicitato appieno, dietro il quale, presumibilmente, si riconosce Bisacquino, acquista la fisionomia di un’indefinita provincia metafisica. Intorno ad Attilio quei luoghi che rappresentano una costante indefinita, presente ed assente insieme nella loro specificità topografica, sono volutamente spazi chiusi. Luoghi visitati più che vissuti: l’albergo, la scuola, la casa della Cammelli, la biblioteca, il greve ufficio anagrafe, luogo pensato e rimuginato.

Spicca su tutti il circolo, crocevia di incontri e rapporti superficiali e metafora dell’intera società di provincia che se ne sta lì rintanata. E’ qui però svincolato rispetto al tradizionale topos del circolo di conversazione. Unico elemento descrittivo è il canapè, il suo ruolo è significativo, è il cantuccio del protagonista dove può ripiegarsi su se stesso pur rimanendo fra la gente, è l’angolo più appartato e isolato.

Nel corso dell’intera narrazione è ravvisabile una circolarità nell’attraversamento dello spazio. La città di partenza corrisponde a quella di arrivo: Palermo; al contempo però si impone una contrapposizione fra luoghi chiusi, che fanno da cornice ad episodi quotidiani e concreti, e luoghi paradossalmente più aperti che fanno da sfondo ai deliri onirici del protagonista.

Il romanzo potrebbe essere interpretato come un percorso che mostra al lettore il progressivo disadattamento di Attilio Forra alla realtà in cui vive. Si assiste, infatti, al passaggio dal piano del reale, caratterizzato da personaggi più o meno eccentrici, colleghi e parenti del protagonista, a quello onirico e metafisico, popolato da grotteschi personaggi.

Tale passaggio avviene in maniera graduale. Tra la prima e la seconda parte del romanzo Fiore introduce, con l’espediente del diario, una sezione in cui sono ravvisabili i primi segni del mutamento. Da indicazioni vaghe, del tipo “qualche anno dopo”, i riferimenti temporali e perfino quelli spaziali diventano sempre più precisi (ad ogni paragrafo è premessa la data, anche se non compare mai l’anno di riferimento), pur non allontanandosi troppo dalla indeterminatezza che caratterizza la parte iniziale. Questo dato è tanto più inusuale e addirittura paradossale se consideriamo che ci si avvia verso l’irrompere dell’elemento metafisico ed astratto del romanzo.

Nella sezione dedicata al diario le giornate vengono suddivise in momenti salienti, ben specificati, “sul far della notte” (pag. 90) o ancora “avanti l’imbrunire” (pag. 91), creando un ritmo incalzante che, oltre a contrastare con la narrazione precedente, serve a rendere più manifesta l’inquietudine del protagonista. Il luogo che fa da sfondo al soliloquio interiore di Attilio Forra è il giardino pubblico che dovrebbe essere lo spazio della socializzazione, dell’apertura verso l’altro, mentre qui si fa scenario del trionfo della solitudine.

Alle precise indicazioni temporali si accompagnano quelle spaziali in un susseguirsi di città: Palermo, Messina, Catania. La narrazione è arricchita dai dettagli dei nomi delle vie, delle piazze e dell’accenno alla festa della santa patrona di Palermo. Ancora una volta lo spazio viene più pensato che vissuto fisicamente:

Sono incorporeo, invisibile, un essere indefinito. […] e mi sembra di muovermi con la brezza e di percorrere lo spazio. […] ed è difficile ricondurre lo spirito nei confini del corpo (pag. 92).

Alla chiusura degli spazi della prima parte corrisponde, adesso, una loro parziale apertura. I contesti urbani, che si contrappongono a quelli paesani, ben rappresentano questa apertura. La città diventa un “labirinto simbolico” (pag. 83) entro cui ci si può smarrire in un infittirsi di vie e strade, una trasposizione metaforica dell’universo e dunque della vita. Con il passaggio dal piano reale a quello dell’immaginazione, sancito dalla comparsa degli spettri che accompagneranno Forra, assistiamo al ritorno dei luoghi chiusi e della originaria indefinitezza temporale. Il giardino pubblico e le passeggiate serali lasciano spazio alla pensione che si fa scenario indiscusso delle inquietudini di Attilio fino a quando l’approdo al mondo onirico è completo:

gli avvenimenti duravano la notte e il giorno; e poi da capo, il giorno e la notte, una vicenda eterna (pag. 121).

Nell’ultima parte del romanzo si impone la presenza degli invisibili e il tentativo di Forra di liberarsene. In essa domina maggiormente il tempo notturno, le ore della notte vengono preferite a quelle del giorno, come si può ravvisare dalla ripetizione di termini quali “la notte”, “nel silenzio notturno”, “la notte seguente”.

L’autore sceglie proprio questa parte della giornata perché è quella dominata dall’oscurità che ben si adatta alla presenza di creature demoniache, quali gli invisibili, e perché nel silenzio della notte, quando le loro voci si sentono maggiormente, Attilio può interrogarle e riflettere sulla vita.

La notte quindi si configura come tempo d’oscurità ma anche come tempo di riflessione e di possibili rivelazioni. Il giorno invece rappresenta il tempo della luce, quello in cui il protagonista cerca il modo di liberarsi degli invisibili e incontra personaggi reali e concreti. Il tempo- a volte più scandito, altre volte più vago, altre ancora neppure indicato- è sempre indeterminato.

Con gli invisibili, personaggi la cui storia si perde nella notte dei tempi, si accentua la dimensione atemporale della narrazione. Essi riescono a malapena a ricordare l’attimo:

Noi non abbiamo né pensiero né memoria attiva: passato, presente e futuro si fondono in un tutto impenetrabile, inconoscibile. Ogni atto è nuovo, nuovo per noi […] (pag. 155).

Quando la narrazione sta per concludersi, il lettore si ritrova nella pensione dove abita Attilio, un luogo chiuso che rappresenta l’interiorità del protagonista, e dove avviene il colloquio con gli invisibili che simboleggia il travaglio per un discernimento tra bene e male, tra moralità e depravazione.

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