Giu 29

Eccesso di coscienza e inerzia cosciente: parallelismi tra “Il supplente” e “Memorie del sottosuolo”

(di GIUSEPPE MONASTRA)

“Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia.[…] Sono fermamente convinto che non solo la troppa coscienza, ma anche qualunque coscienza sia una malattia.” (Memorie del sottosuolo, ed. Einaudi Tascabili, pag. 8) Queste parole, tratte dal romanzo Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, esprimono la tematica fondante dell’eccesso di coscienza.
Attilio Forra, protagonista del Supplente di Fiore, è un personaggio che incarna perfettamente la condizione di uomo cosciente, dotato di una superiore percezione del mondo e degli uomini. L’aver coscienza delle cose porta con sé degli effetti che costituiscono il filo conduttore e risolutivo delle vite dei protagonisti di entrambi i romanzi, ed offrono significativi paralleli tra le loro storie. Forra è un uomo che non riesce a rivelarsi, impedito dall’incomprensione altrui, interrotto dalla propria instabilità, dal saper vivere esclusivamente a sbalzi ed impeti.
“Attilio si stimava ignoto e inconoscibile; ma credeva di sapere tutto di quegli altri” (Il supplente, Isbn Edizioni, pag. 18) : qui entra in gioco il fattore predominante, condizionante: Attilio conosce, sa, nulla gli è precluso. E’ una coscienza talmente forte da divenire paralisi, ma anche eccesso, da generare contraddizioni insolubili; gli stati d’animo guerreggiano in lui: baldanza, ubriachezza mista alla nausea e alla vergogna, eccitazione, smoderatezza, risolutezza, incertezza. Ciò che però maggiormente agisce nell’esistenza del supplente è il senso d’inerzia, una tara che gli impedisce finanche di pensare se stesso, che lo distoglie dai suoi tentativi di trovare collocazione nel mondo e scandisce i singoli atti della vita.
Questo concetto trova una puntuale anticipazione nel testo di Dostoevskij, che lo elabora in questi termini: “Il diretto, legittimo, immediato frutto della coscienza è l’inerzia, cioè il cosciente starsene-a-mani-conserte.[…] Tutti gli uomini immediati e d’azione sono attivi appunto perché sono ottusi e limitati” (M. D. S. pag. 18). Tutta la vita di Forra, l’intero significato della sua esperienza, risiede nel dualismo tra onniscienza e inettitudine, tra la propria inerzia cosciente e l’altrui limitatezza attiva: ”Egli tutto sa o tutto comprende. Ma poco, anzi niente, riesce a fare e a dare” (I. S. pag. 182).
Il romanzo di Fiore pullula di cosiddetti uomini d’azione: ”Oltre che medico e insegnante, Bozzi è autore” (I. S. pag. 7). La Cammelli è colei in cui maggiormente si manifesta, quasi in modo maniacale, la necessità di agire, sintetizzabile in queste parole: “Venite a trovarmi, oggi; qui si crepa di noia. Io ho bisogno di amicizie, nella solitudine impazzirei. Debbo muovermi, condurre vita attiva.” (I. S. pag. 33) La solitudine è proprio quel sottosuolo a cui è destinato l’uomo consapevole, e a cui egli, una volta sperimentato il proprio inevitabile fallimento, si abbandona.
Il protagonista del romanzo di Dostoevskij pronuncia queste parole:

Non solamente non sono riuscito a diventare maligno, ma niente addirittura: né cattivo né buono, né mascalzone né onesto, né eroe né inetto. Ora poi concludo l’esistenza nel mio angolo, stuzzicandomi con la rabbiosa e del tutto inutile consolazione che una persona intelligente non può nemmeno diventare seriamente qualcosa, ma diventa qualcosa solo chi è stupido (M. D. S. pag. 7)

In modo analogo, Forra si sforza fino allo sfinimento nello strenuo e inutile tentativo di divenire qualcosa, di prendere una qualche forma, comprendere il suo destino:

Un fallimento, la vita di Forra; e ora al fallimento segue la menzogna e l’impostura. La sua esistenza è un enigma: da un pezzo egli non dovrebbe più essere. Da un lato non desidera e non ambisce nulla, dall’altro non si dà pace che per lui sia finita, che vano sia stato il suo vivere. Sempre alacre e disposto a ricominciare, e insieme concluso e rassegnato. (I. S. pag. 213-214)

Ma egli non è in grado di concludere nulla, ogni proposito cede sotto i colpi dell’inerzia che lo genera, ed egli contempla le possibilità che gli restano, valuta le alternative, conteggia i guadagni che potrebbero derivargli. Rumina, invano. Non diversamente l’uomo di Dostoevskij, il quale ha più esplicitamente acquisito una certezza che in Forra si presenta ancora in forma latente; egli sostiene: “Signori, io, forse, per questo solo mi stimo un uomo intelligente, perché in tutta la vita non ho potuto né cominciare, né finire nulla.[…] Ma che fare, se l’immediata e unica destinazione di un uomo intelligente è la chiacchiera, cioè un premeditato perdersi in sciocchezze?” (M. D. S. pag. 20). Forra è già pienamente all’interno di questo meccanismo, interprete di una carriera (egli la chiama “spirituale”) che lo porterà a non concludere nulla, intento a cavillare, a indagare le sottigliezze, e intanto chiuso in un’immobilità tangibile: egli “fa scempio della vita, a guisa di liquidazione” (I. S. pag. 77). Le sue decisioni, i tentativi di indirizzare la vita verso qualche attività che lo sorregga, che lo faccia diventare un individuo definito, sono fulminei, momentanei; sembra che essi traggano linfa dalle pause che l’inerzia gli concede, e invece sono proprio gli atti che maggiormente ne sono avviluppati, che scaturiscono direttamente da essa.
L’uomo di Dostoevskij desidera talmente essere un individuo da dire:

“Oh,se non facessi niente solamente per pigrizia! Come mi rispetterei allora! Mi rispetterei perché sarei in grado di avere in me almeno la pigrizia; almeno ci sarebbe in me una qualità della quale io sarei certo. Domanda: chi è costui? Risposta: un pigro.” (M. D. S. pag. 20)

Due uomini alla ricerca di una qualità, anche solo un aggettivo, che li definisca, che li faccia diventare qualcosa. Forra ci prova in tutti i modi: “Stabilì di dedicarsi allo studio, di approfondire la sua cultura” (I. S. pag. 46). Il suo “ritorno” alla cultura cesserà due giorni dopo, bollato come una perdita di tempo. E’ una continua, spasmodica ridefinizione di sé. Forra non si rassegna. Decide di innamorarsi della Cammelli, perché in essa vede ciò a cui anela: l’uomo normale, d’azione, che agisce. Egli la invidia, la idealizza: “Diventerà la mia amica; lo intuisco, lo sento. La prima persona a stimarmi, ad amarmi. Non potrà sfuggire, è destinata ad amarmi” (I. S. pag. 29). E, allo stesso modo, l’uomo del sottosuolo inventa le proprie avventure e compone la propria esistenza: “Un’altra volta mi volli innamorare per forza. E soffrivo, signori, ve ne assicuro. […] e per di più in modo vero, autentico; sono geloso, vado fuori di me. E tutto per la noia, signori, l’inerzia mi aveva oppresso” (M. D. S. pag. 18). Forra stesso si innamora per noia, si ingelosisce irrazionalmente proprio perché, citando Dostoevskij, “era un po’ troppo noioso starsene a mani conserte” (M. D. S. pag. 18) , e così si dava “ai contorcimenti”. Ma, com’è naturale, il supplente “ una donna non la trova, né mai la troverà. Non troverà mai nulla” (I. S. pag. 104).

La sua volontà inizia ad attenuarsi, l’inerzia si impossessa del suo corpo, lo contrasta, lo avvince, e la fatalità lo irretisce. Forra si propone di star lontano dalla birreria in cui incontrerà Colonna, il suo molesto avventore: alla fine, pur scocciato, vi si reca, adducendo come motivazione che “del resto quello lo avrebbe scovato ovunque, prima o poi.” Ormai predominano la solitudine, l’isolamento, l’estraneità, stadio finale derivante da un’intensa coscienza: “Sono costituzionalmente inadatto, incapace; predomina la superbia e la diffidenza; nulla -io penso- mi può venir comunicato che io non sappia o non abbia intuito” (I. S. pag. 152). Subentra la rinuncia: “Bisogna che io rinunzi e dimentichi” (I. S. pag. 109). L’uomo consapevole finisce col rinunciare, perché è afflitto dal dubbio, perché non riesce a rintracciare le cause originarie necessarie a dare forma ai suoi propositi. L’uomo del sottosuolo lo sa, e si chiede: “Gli uomini che sanno vendicarsi e, in generale, difendersi, come fanno, per esempio?” (M. D. S. pag. 11). Egli, subita l’offesa, non potrà mai vendicarsi: accumulerà problemi, dubbi e altre infamie, sguazzerà nella propria melma, come un topo. Infine, alzerà la sua zampetta in segno di rinuncia a tutto. ” Magari comincerà a vendicarsi, ma a tratti, a briciole, in incognito, senza credere né al suo diritto di vendicarsi, né alla riuscita della sua vendetta e sapendo anticipatamente che di tutti i suoi tentativi di vendicarsi esso stesso soffrirà cento volte più di colui del quale si vendica”(M. D. S. pag. 13).

Analogo è l’atteggiamento di Forra, il quale analizza di sé: “D’altra parte, ad onta dell’impegno, non mi sembra che io voglia giungere a una conclusione; vi è anzi la segreta volontà di equivocare, prolungare, complicare” (I. S. pag. 130). Il distacco dagli altri è compiuto del tutto: “Gli uomini non ascoltano né capiscono; si può togliere loro tutto, essi non se ne accorgono; ogni cosa è in me: la vergogna e la dignità; la libertà e la servitù; gli altri non hanno più nulla” (I. S. pag. 132). Egli vive e “ nulla basta alla sua vita “. La coscienza si è dischiusa, egli “E’ Forra, il supplente. Sa tutta la vita” (I. S. pag. 74), tormentato dal dover restare inconoscibile. Gli altri, coloro che si reputano idonei alla vita, e anche Forra si reputava tale, non capiscono né vogliono capire: sono sordi, inerti. Egli li invidia “fino a scoppiar dalla bile” ma non vorrebbe essere come loro. Non può esserlo. Anche Attilio è piombato in un sottosuolo fatto di forme vaghe, di fantasmi, lacerato dal desiderio di essere altro, teso verso l’avvenimento metafisico che aveva prospettato e nel quale, credeva, si sarebbe risolta la propria esistenza.

La maestrina si rivolge a lui, dicendo: “Ai tuoi occhi, l’universo è un villaggio, di cui tu enumeri le case e gli abitanti; e d’ognuno di questi abitanti tu conosci o immagini le vicende e penetri l’animo. Tu sai di non poter sbagliare: hai scoperto il modo e la maniera di valutare gli uomini. Solo e intollerante, presumi di vivere, sollecito e geloso della vita. E’ la tua condanna” (I. S. pag. 238). Una condanna, identica a quella di cui Dostoevskij parla in prima persona, dominata da desideri più alti, più grandi, ma sottomessa alle leggi del due per due quattro (le leggi di natura). Egli dice: “Il sottosuolo in ogni caso è più vantaggioso.[…] Ma del resto anche qui dico il falso! Dico il falso perché so anch’io che non è affatto il sottosuolo che è meglio, ma qualcos’altro, tutt’altra cosa, a cui anelo, ma che non troverò mai.” (M. D. S. pag. 38) E Forra gli fa eco.

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