Giu 29

“Il supplente” di Angelo Fiore, due inetti a confronto

(di LAURA RESTIVO)

“Debbo fallire; a me il fallimento è necessario” (Il supplente, 1987, p. 3). Già nella pagina iniziale del suo primo romanzo Angelo Fiore riassume la tormentata vicenda esistenziale del protagonista, Attilio Forra, che abbandona l’impiego nell’ufficio d’anagrafe per intraprendere la carriera d’insegnante, accettando una nomina da supplente in una sperduta cittadina della provincia siciliana. Il nuovo impiego rappresenta una via di fuga da un’esistenza ritenuta insoddisfacente, un tentativo di dare una svolta alla propria vita. C’è tuttavia nel protagonista la consapevolezza che il proposito d’incamminarsi su una nuova via è destinato al fallimento. È persuaso che si avvicini per lui un’età di “straordinari mutamenti spirituali, di rivelazioni importanti” ma nell’attesa si lascia sopraffare dall’inerzia. In Attilio, dunque, si scontrano due forze opposte: da una parte lo slancio verso una nuova esistenza, il bisogno di attingere a verità fondamentali, la vocazione al metafisico; dall’altra un’indolenza, una condizione di immobilità che sembrano non abbandonarlo mai.

In un primo tempo Forra è attratto dalla comunità nella quale si trova a vivere, è in lui “un senso di letizia: gente che credeva, che aveva passioni, quella di B…; B… era il luogo che gli confaceva; vi avrebbe prosperato” (p. 28); è convinto che l’instaurazione di nuovi legami favorisca l’avvento della tanto attesa rivelazione. In particolare scorge in Rosalia Cammelli colei che potrebbe simboleggiare “il nuovo inizio”. La spregiudicatezza della donna, tutta volta all’azione, capace di “prendere energia dalle cose e dalle condizioni presenti” (p. 32), lo affascina; ben presto però la grettezza di Rosalia suscita in lui un disgusto, un odio che lo inducono ad allontanarsene. La delusione subita lo porta ad intraprendere una nuova strada che faciliti “lo straordinario avvenimento metafisico”, quella della lettura, dell’approfondimento della cultura; anche questo esperimento si rivela un insuccesso e il rinnovamento spirituale auspicato viene ancora una volta frustrato.

Né le persone da cui è circondato, né la cultura riescono a placare le inquietudini di Forra; il malessere esistenziale si aggrava. La sua condizione è simile a quella del protagonista del capolavoro di Swift: “Gulliver fra i pigmei, Gulliver fra i giganti; Gulliver che mette i lillipuziani nel taschino, o che impugna la spada contro le mosche di Brobdingnag… Divertente. Tutto fuor di proporzione; la solitudine, sempre: o incredibilmente piccolo o mostruosamente grande” (p. 35).

È proprio questa discrepanza fra l’io e la realtà esterna a determinare una progressiva ritirata nello sconvolto labirinto della psiche che comincia a popolarsi degli “invisibili”, mostruose entità dedite a nefandezze di ogni tipo. Dapprima Forra cerca di respingere tale compagnia ma ne verrà progressivamente soverchiato e finirà per accettarla, conscio di non dover più attendersi “alti significati e profonde rivelazioni”.

I turbamenti, le velleità, l’inadeguatezza alla vita che caratterizzano Attilio ci permettono di accostarlo ai tanti inetti che popolano le pagine di un grande scrittore del primo Novecento, Federigo Tozzi, e più precisamente al protagonista di Ricordi di un impiegato. Anche Leopoldo Gradi, un giovane impiegato delle ferrovie, come l’insegnante d’inglese del “Supplente”, è insoddisfatto della propria vita e “persiste nel proponimento di attendere, di giorno in giorno, una sorte privilegiata” (Con gli occhi chiusi Ricordi di un impiegato, 1994, p. 129), senza però far nulla affinché essa si manifesti.

In Leopoldo l’incapacità di rapportarsi agli altri genera il bisogno di estraniarsi dalla realtà. Quest’ultima è continuamente trasfigurata dall’interiorità del protagonista che osserva: “Talvolta dormendo mi tornano sensazioni della realtà che mi fanno stupire. Ma la realtà sentita nel sogno ha il sapore che le dà in quel momento la mia anima. Io la mesuro con la mia consueta abitudine; e, forse, non è che un vago abbozzo dentro di me” (p. 133). Queste parole rivelano l’assoluta marginalità del mondo esterno e la scelta di vivere con gli occhi chiusi per immergersi nelle sconfinate profondità del proprio essere.

L’estremo disagio che il personaggio tozziano prova ogni qualvolta si relaziona con altre persone lo porta ad evitare qualsiasi contatto. Significativa a tal proposito risulta la seguente riflessione: “Tutte le volte che mi si avvicina un uomo che io non conosco, ne ho paura; qualche volta anche se si tratta di un amico. Non ho paura proprio di lui, ma delle conseguenze che ne posso derivare al mio spirito quand’egli comincia a parlare. […] Se certe persone conoscessero le tracce inestinguibili che hanno lasciato in me, ne sarebbero stupite” (p. 142). L’affastellarsi di queste tracce suscita nel ferroviere un grande turbamento che lo spinge a ritirarsi in se stesso, allontanandosi così dal consorzio umano.

L’esclusione di sé dal mondo viene esplicitamente dichiarata nell’ultima pagina del diario, dove la rinuncia ad amare, dopo la morte della fidanzata Attilia, corrisponde alla rinuncia alla vita, alle inquietudini e alle angosce ad essa inestricabilmente legate.

La scelta dell’isolamento nasce, sia nel caso di Attilio che in quello di Leopoldo, dall’inettitudine a vivere. La creazione di una dimensione “altra” scaturisce in entrambi da un’esistenza fallimentare, che frustra le loro aspirazioni. L’alienazione mentale, l’inabissamento nei meandri della coscienza costituiscono un tentativo di compensare quel desolante vuoto che affligge i nostri antieroi, i quali, consapevoli dello scacco definitivo, decidono di rinunciare al duro mestiere di vivere.

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