Giu 23

Rubè a confronto con le figure maschili del romanzo

(di FEDERICA LOMBARDO)

Le figure maschili con le quali Filippo Rubè si confronta nel corso del romanzo sono portatrici di ideologie e valori antitetici. Proprio per questa loro diversità esse generano in Filippo sentimenti contrastanti, altalenanti fra attrazione e repulsione. Esemplare in tal senso è il rapporto con Federico Monti. Al fervente interventismo di Filippo si oppone lo stoico distacco di Federico. La polarità di atteggiamenti può essere ricondotta anche al diverso retroterra culturale e socioeconomico dei due amici.

Agli occhi di Rubè, giunto a Roma dalla provincia per far pratica di avvocato e intraprendere la carriera politica, l’amico gode di uno status symbol, cui aspira l’ansia di affermazione del giovane meridionale. Se, infatti, Filippo è alle prese con «quel pezzo di erta salita senz’ombra che si chiamava la conquista del pane e del companatico» (p. 6), Federico può tranquillamente dedicarsi agli studi di medicina senza preoccuparsi di dovere esercitare.

Nella prosa fortemente analogica del romanzo la metafora dell’«erta salita» traduce il percorso accidentato e difficile del piccolo borghese Rubè che, nella penuria di mezzi, può contare solo sulle proprie doti intellettuali e culturali per conseguire la propria rivalsa sociale ed economica.

A quest’ansia di riscatto e di visibilità si collega l’acceso volontarismo di Rubè. Benchè inizialmente perori con foga la causa dell’inevitabilità della guerra, Filippo in realtà non condivide scopi ed ideali che animano il conflitto. Suscitando l’astio dei commilitoni (si pensi alla battuta di Massimo Ranieri: «Perché ci vuoi togliere la fede dì’? Questa vita diventerebbe una cosa indegna», p. 102), Rubè giunge paradossalmente a svuotare di senso le premesse ideologiche del conflitto, insistendo nel «dimostrare che le cause nazionali e sociali della guerra erano vuoti pretesti; che la guerra si faceva perché il mondo intero era troppo saturo di vita e ora si sentiva invaso da una smania di annichilimento» (p. 100).

Rubè sperimenta l’orrore della guerra e ne ha paura ma, proprio per timore che questa sua angoscia si riveli ad altri, egli si getta nella mischia alla ricerca di una consacrazione eroica. Un pensiero siffatto è ben lungi da Federico che guarda alla guerra con saggio attendismo e, pur volendo tenersene lontano, ne è coinvolto e paga un alto tributo.

Federico, disgustato dai «ridicoli pellegrinaggi di famiglia alla guerra, tipo Berti, figlia e futuro genero» (p. 106), volendo preservare la propria famiglia dall’ignominia della guerra, osteggia il proposito della moglie di partire come infermiera, ma alla fine è vinto dalla strenua fermezza della donna.

Federico è inizialmente l’amico ammirato e invidiato da Rubè per la cultura classica, la «garbatezza mondana» con cui intrattiene gli ospiti, la salda condizione di agiatezza che gli permette di sposare una donna altrettanto bella e ricca, l’italo-inglese, Mary Corelli, che anche Rubè bramava, ma che «era anche troppo ricca perché le sue speranze osassero guardare fino a lei» (p.25).

Diversamente da Filippo, sospettoso ed incapace di slanci, Federico si mostra sinceramente preoccupato per l’amico, di cui apprezza le doti d’ingegno e che vorrebbe dissuadere dal funesto proposito di andare al fronte. In cambio di queste sue premure egli riceve da Rubè, preoccupato di stornare possibili sospetti sulla sua sanità e sulla sua forza, una malcelata accusa di viltà, che incrina i loro rapporti. Tuttavia Federico rimane sempre legato all’amico: va a salutarlo alla stazione quando parte per il fronte, lo visita ferito in ospedale e, durante il soggiorno di Eugenia ad Arezzo, conserva per Rubè parole di affetto e di apprezzamento.

Federico è profondamente legato anche ad Eugenia (per un’infatuazione giovanile, ma ancor più per la riconoscenza per averlo assistito durante l’amputazione della gamba) che soccorre quando gli si rivolge chiedendo consiglio in occasione dell’allontanamento di Filippo e per il riconoscimento del suo cadavere. Proprio l’ombra di questo flirt con Eugenia lo rende ancora più inviso al protagonista.

Federico torna dalla guerra cambiato: cinico e disilluso, abbrutito dalla menomazione fisica che si ostina ad ostentare, anche per far dispetto alla madre e alla moglie.

Quando sembra realizzare nella tenuta di Arezzo quell’ideale di ritorno alla terra, che sarà anche di Rubè, e riconquistare un po’ della serenità di un tempo, grazie alla figlia Giulia, la morte della bambina spegne per sempre la gioia e la voglia di vivere sua e di Mary.

Altra figura con la quale Rubè si confronta è Marco Berti, fratello di Eugenia. Il confronto con Marco inizia addirittura in absentia, ancor prima di conoscerlo:

Quell’uomo lontano, separato da tanto mare e tante terre, quel silenzioso di cui non conosceva che nome e cognome, era divenuto un suo compagno, un antagonista, un interlocutore, soprattutto un punto di riferimento a cui riportava i suoi pensieri e le sue azioni col tentativo di vederci chiaro. Chi era migliore? Marco Berti, o lui, Filippo Rubè? Aveva ragione quello, che, non sentendosi uomo di guerra, udiva da lungi questa piena rapinosa restando aggrappato al suo focolare per non farsi inghiottire, o lui che, pur di non sapersi abbandonato e escluso dal flutto dell’umanità, vi si buttava dentro con ribrezzo, anche a costo di naufragarvi? (p. 53).

In realtà ciò che affascina Rubè non è l’uomo (quando si conoscono i due si stanno subito reciprocamente antipatici), ma la scelta parimenti coraggiosa che egli rappresenta:

Fuggire, disertare! respirare, col petto veramente eroico di chi contro tutto e contro tutti ha riscattato la sua propria ragione d’essere, il vento dell’acque extra-territoriali o la libertà gelata della vetta di confine! Fuggire, disertare, o più semplicemente restarsene imboscato con placida coscienza! Anche per questo ci sarebbe voluto coraggio. (p. 53).

Per rimarcare la superiorità della propria condotta e per gratuito disprezzo verso la famiglia di Eugenia nei suoi tortuosi ragionamenti, Rubè è solito considerare il cognato un «disertore». E poi non può perdonare a quell’imboscato, di cui già mal sopporta «quella somiglianza in brutto e in malato con la sorella, quell’aria di famiglia con la madre degenerata e il padre mezzo intontito» (p. 175), di avergli fatto visita a Parigi per sollecitare il matrimonio con la sorella, che Rubè giudicava un atto dovuto benchè ritardasse a compierlo.

Altri due personaggi che Rubè incontra nel corso del romanzo sembrano essere lo specchio dei tempi. Tale è Giacomo Garlandi, giovane sottotenente d’artiglieria, vanesio compagno di viaggio in treno fra Bologna e Venezia in occasione della partenza per il fronte, rincontrato durante la guerra, mentre, divenuto ufficiale di fanteria, conduce alla Rocca di Monfalcone un plotone di completamento, a cui si aggrega Rubè. In questo frangente Filippo vede Garlandi uccidere a sangue freddo un soldato renitente, a scopo dimostrativo, per scoraggiare eventuali ammutinamenti. Il gesto privo di pietà e di esitazione e ancor più la constatazione della facilità con cui Garlandi è riuscito a dimenticarlo, suscitano in Rubè un tale ribrezzo che egli bollerà il commilitone come «assassino».

Filippo trova nuovamente Garlandi a Milano, dove, dopo la prigionia di Caporetto e un’«evasione patriottica poco chiara», indossa la camicia nera dell’ardito e partecipa all’incendio dell’«Avanti!». Per quanto lo ripugni, non avendo a chi chiedere, Rubè lo scrittura come testimone di nozze, e si intrattiene con lui nelle bische e nei ritrovi della notte milanese, dove Garlandi «prendeva possesso di Filippo». Con i suoi torbidi trascorsi e i suoi intrallazzi, l’ex commilitone appare, infatti, a Filippo, ciecamente disposto a seguirlo, come «un uomo“capace di vivere”» (p. 230).

Altra figura, infine, che merita una breve considerazione è quella di Adolfo De Sonnaz, «uno dei più famosi capitani d’industria della nuova generazione», un «pesce cane» arricchitosi con le commesse della guerra, cinico e calcolatore, che l’arroganza del denaro e del potere rendono particolarmente odioso a Rubè, benché quest’ultimo tenti invano, con il proprio zelo, di guadagnarne la fiducia, per il breve tempo che conta di rimanere all’Adsum.

In occasione di una serata aziendale in casa propria De Sonnaz umilia Rubè, che aveva appena argomentato sulla precarietà della ricchezza, obiettando che è comunque preferibile averla (come l’ha lui) e cercando sguardi compiacenti fuorché quello del sottoposto. Il giovane allora, desideroso di vendetta, e consapevole dell’avversione dell’industriale per «le idee bolsceviche», tesse l’elogio di un corteo socialista e del capo popolo che lo guida, che gli costerà il licenziamento, seppur non sofferto, dall’Adsum.

Il destino beffardo, che spesso premia gli avidi e gli arroganti, riserva al commendatore De Sonnaz un’altra piccola rivalsa su Rubè quando egli, appresa la tragedia sul lago e le accuse di omicidio mosse a Filippo, guarderà gongolante e sardonico il fratello, che gli aveva raccomandato Rubè, «con la faccia raggiante di chi conosce gli uomini e non suole sbagliare».

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