Giu 23

La storia in “Rubè”

(di LUISA COCUZZA)

Borgese ambienta il suo romanzo nel periodo della prima guerra mondiale e della rivoluzione russa. Filippo Rubè è un giovane avvocato siciliano che si trova a Roma per lavoro quando scoppia la Grande Guerra in Europa. E’ il 31 luglio 1914 quando a casa del suo amico Federico Monti, Filippo manifesta il suo assenso alla guerra. Sente pertanto di dovere adempiere al suo dovere arruolandosi come volontario. Si fa assegnare al 2° gruppo pesante campale, al Forte S. Andrea a Novesa, come sottotenente al servizio del maggiore Berti, dietro consiglio della figlia del maggiore, Eugenia, che diverrà la sua fidanzata e moglie. Filippo parte quando ancora in Italia c’è solo l’eco della guerra.

La scintilla che dà inizio alla guerra è l’assassinio, il 28 giugno 1914, dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria mentre era in visita a Sarajevo, per mano di Gavrilo Princip, uno studente nazionalista serbo-bosniaco appartenente alla società segreta “Mano nera”. La dichiarazione di guerra viene preceduta da un ultimatum dell’Austria-Ungheria del 23 luglio alla Serbia. L’ultimatum contiene richieste ritenute inaccettabili, come lo smantellamento delle organizzazioni patriottiche serbe e la partecipazione di funzionari imperiali alle indagini sull’assassinio, tuttavia il governo serbo accetta le richieste, eccetto quella che avrebbe permesso alla polizia austriaca di condurre indagini in territorio serbo. Il 28 luglio l’Austria dichiara guerra alla Serbia, dando inizio alla Grande Guerra. Il 30 luglio la Russia mobilita le sue armate in difesa della Serbia, entrando conseguentemente in guerra contro la Germania, alleata dell’Austria. La Gran Bretagna il 4 agosto dichiara guerra alla Germania in seguito all’aggressione tedesca del Belgio. Il conflitto si conclude l’11 novembre 1918, con la resa della Germania.

L’Italia entra in guerra nel 1915, dichiarandosi neutrale sin dall’inizio del conflitto, anche se legata all’Austria e alla Germania dal trattato della “Triplice Alleanza”. Il trattato ha carattere difensivo e l’intento del governo è solo quello di temporeggiare per capire i vantaggi di un eventuale schieramento. La maggioranza del Parlamento è contraria all’entrata in guerra, ma il 26 aprile il ministro degli esteri Sidney Sonnino firma il “Patto di Londra” con la “Triplice Intesa” (Russia, Gran Bretagna e Francia). Il 3 maggio il presidente del governo Salandra svincola l’Italia dalla “Triplice Alleanza” e presenta le dimissioni al re, che vengono rifiutate. Alcuni intellettuali, come D’Annunzio, Marinetti e Mussolini, si schierano con gli interventisti mentre il 24 maggio l’Italia entra in guerra contro l’Austria.

Già dalla prima notte, i bombardamenti terrorizzano Filippo, che nei giorni seguenti diviene sempre più pallido e magro. Sottoposto a visita, ottiene un mese di convalescenza, che impiega recandosi a Calinni. Tornato al nord si fa trasferire presso gli alpini, in prima linea, in Cadore. Durante un assalto attraverso il fogliame vede una mitragliatrice leggera, ma non ha il coraggio di premere il grilletto della sua arma. “Uccidere non era affar suo” (pag. 117), così dà al commilitone Diodato l’ordine di sparare. Tuttavia il nemico ha il tempo di ferirlo al petto prima di morire. Il proiettile trapassa il polmone da parte a parte, provocando una ferita grave, ma non si trova in pericolo di vita. Nella primavera del 1916 il governo Salandra cade, in seguito ad una vittoria austriaca in Trentino. Nel frattempo Filippo, tornato a Roma con una medaglia al petto, incontra alla “Rustica” gli amici Berti e Monti e discutono dell’accaduto e della guerra. In seguito Filippo ottiene una promozione e viene trasferito all’ufficio munizioni di Parigi. Durante un suo soggiorno a Roma avviene la disfatta di Caporetto. L’esercito italiano subisce gravi perdite umane ed è costretto a ripiegare prima sul Tagliamento e poi sul Piave. Tornato a Parigi in preda all’invidia e alla vergogna, Filippo non riesce a dar giudizi su di se e la sua coscienza lo tormenta. Da lì legge dai giornali delle battaglie sul Piave, con cui l’esercito italiano, guidato da Diaz, ottiene la resa degli austriaci. L’Austria firma l’armistizio il 3 novembre 1918 e l’Italia conquista i territori del Trentino Alto Adige, Trieste ed Istria.

Nel 1917 in Russia scoppia la rivoluzione per un malcontento diffuso causato dalle troppe perdite umane ed economiche della guerra. La figura dello zar incomincia a vacillare, in seguito alle continue ribellioni contadine e agli scioperi operai. L’artefice della deposizione del regime zarista è il Partito Bolscevico di Vladimir Lenin. Il 26 ottobre il governo dei Soviet promulga il decreto con cui la terra, tolta ai proprietari senza alcun indennizzo, viene distribuita ai contadini. Al vecchio sistema giudiziario si sostituiscono i tribunali del popolo; si realizza la completa separazione tra stato e chiesa; viene introdotto il matrimonio civile e il divorzio; la donna ottiene la totale parità di diritti e si introduce per la prima volta la giornata lavorativa di otto ore. Sul fronte dell’economia, tutte le banche private, le ferrovie e la flotta mercantile vengono nazionalizzate, mentre le fabbriche vengono affidate direttamente agli operai e il commercio estero allo stato. L’eco della rivoluzione giunge anche in Italia dopo la prima guerra mondiale. Nel Biennio Rosso si verificano mobilitazioni contadine, manifestazioni operaie, con occupazioni di terreni e fabbriche. Le agitazioni partono dalle città e si estendono anche alle zone rurali della pianura padana e sono accompagnate da scioperi, picchetti e violenti scontri tra la fazioni di sinistra e del nascente partito fascista.

Filippo nel dopoguerra si trasferisce a Milano al servizio dei fratelli De Sonnaz. Una sera, durante un ricevimento a casa del titolare, nel mezzo di una discussione sui recenti cortei socialisti, alcuni li etichettano come “una carnevalata disgustosa” e “quattro straccioni” (pag. 213); Filippo invece li descrive come un gruppo ben organizzato, con cartelli, striscioni, ritratti di Lenin, carri con reduci di guerra, un corteo ordinato e compatto, senza urla, né grida. Ma la sua appassionata difesa dei cortei gli costerà il posto di lavoro. Il pomeriggio del 15 aprile, in piazza Duomo ha l’occasione di assistere ad uno scontro tra i bolscevichi e i fascisti. E’ una vera battaglia, a cui non ha mai assistito, neanche durante la guerra. Si sente talmente coinvolto dalle canzoni, dalle bandiere, che si unisce al corteo che aveva appena incendiato la sede dell”Avanti. Negli stessi giorni riceve una lettera dalla madre che lo esorta ad abbandonare l’idea della carriera politica. La lettera si conclude con: “Abbiamo pure avuto una dimostrazione sotto il municipio, con viva la Russia, che non s’era mai sentita nominare da queste parti” segno che l’eco della rivoluzione aveva raggiunto anche le zone più remote dell’Italia. (pag. 225)

L’intera Italia è in fermento, si scendeva in piazza contro il caroviveri, gli scontri tra le fazioni rosse e nere all’ordine del giorno. Filippo, nel tentativo di ricongiungersi con Eugenia, viene coinvolto in uno scontro a Bologna. Stremato e privo di forze, poiché non dormiva da tre notti, viene trascinato in una manifestazione e per divincolarsi dalla folla cerca una via d’uscita, ma si ritrova in testa al corteo. Arrivato in piazza, il corteo batte la ritirata perché era già pronta la carica. Filippo non fa in tempo a capire la situazione, che un cavallo lo travolge. Portato in ospedale in condizioni critiche non si risveglia più, se non per pochi attimi, il tempo di rivedere un’ultima volta Eugenia, nel frattempo corsa a Bologna. Nella confusione della manifestazione gli vengono messe nella mano sinistra una bandiera rossa e nella mano destra una nera, senza nessuna opposizione da parte di Filippo. Fuori dall’ospedale la destra e la sinistra cercano di accaparrarsi l’eroe del momento. Il martire Filippo viene annoverato inizialmente tra i leninisti, combattente contro gli arditi ed inneggiante alla Russia e poi tra i fascisti, come patriota, capitano ferito e decorato durante la guerra ed adesso purissimo eroe.

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